Non nominare l’Europa invano: l’UE, capro espiatorio della cattiva politica
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Non nominare l’Europa invano: l’UE, capro espiatorio della cattiva politica

Non nominare l’Europa invano: l’UE, capro espiatorio della cattiva politica

di Federico Di Benedetto.

Il mese di agosto 2018 sarà ricordato da tutti gli italiani per il disastro del crollo del ponte Morandi. Di fronte alla morte di 43 persone, la popolazione di Genova e il resto degli italiani si sono fermati attoniti. Il ponte, snodo fondamentale per la città ligure, ora non c’è più e con esso le persone che hanno avuto la sfortuna di percorrerlo nel momento in cui cedeva. Una tragedia che monca la viabilità di una città dinamica, specialmente per la presenza di un importante porto e per la vicinanza della Liguria al confine con la Francia. Considerata la gravità della situazione, ci si sarebbe aspettato che i leader politici italiani assumessero un atteggiamento da padre di famiglia: sarebbe stato opportuno, almeno per una volta, dimenticarsi delle colorazioni politiche e degli slogan e compattare un paese sconvolto da quanto accaduto. Da parte dei nostri governanti, sarebbe stato auspicabile capire come ricostruire il ponte ed evitare che tragedie simili possano nuovamente accadere.

Perché morire per incuria, specialmente in un paese del G7, non si può. Ciò che è invece emerso dalle giornate successive al crollo del ponte Morandi è stato un susseguirsi d’incolpamenti, un tam-tam mediatico che ha rilanciato il gioco dello scaricabarile, senza tener conto dell’inopportunità del fare campagna elettorale in un momento così delicato. Anche questa volta, i capri espiatori sono stati cercati altrove, fuori dal governo, sia in Società Autostrade spa, le cui responsabilità dovranno essere accertate dalla magistratura (ma va tenuto conto che essa lavora in sinergia con il Ministero delle Infrastrutture) e nell’Unione Europea che, in virtù dei suoi difetti, viene spesso chiamata in causa dai sovranisti e populisti del nostro governo come la causa di ciascun male che il paese vive. Per questo motivo, appare necessario elaborare delle considerazioni che possano aiutare a fare chiarezza sulle dichiarazioni del ministro degli Interni Matteo Salvini circa l’eventuale responsabilità dell’Europa in merito alla tragedia del crollo del ponte Morandi. In primo luogo, è doveroso ricordare che l’UE non è un ente che dispone di poteri illimitati e che pertanto decide d’intervenire dove, come e quando vuole. In ambito accademico, l’UE viene definita come un’organizzazione sui generis dotata di competenze che le vengono attribuite dagli Stati che ne fanno parte.

In altre parole, sono gli Stati membri dell’Unione che decidono cosa essa può fare e a che livello. Il trattato di Lisbona, su questo punto, non lascia adito ad alcun dubbio. Le reti trans-europee, menzionate agli articoli 170-172 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, sono annoverate come materia di competenza condivisa tra Stati membri e l’UE. Infatti, vista l’importanza che le infrastrutture critiche hanno in ciascun paese, gli Stati Membri sono molto restii ad accettare che l’UE abbia una competenza esclusiva in questo campo, come invece avviene, per esempio, con la politica monetaria e quella commerciale. Ciò significa che i paesi dell’Unione possiedono ancora un largo margine di manovra e che il ruolo dell’Europa è fortemente limitato dalla mancanza di volontà dei suoi Stati Membri nel procedere verso un’integrazione più profonda in questo settore. Tuttavia, ciò non significa che l’UE sia stata assente o che non abbia legiferato in questa materia nel corso del tempo. Già nel 2005, con il programma europeo per la protezione delle infrastrutture critiche, i trasporti venivano considerati un campo degno di attenzione a livello europeo. Nel 2008, la direttiva 114 (si parla quindi di un vero e proprio atto legislativo) definiva il concetto di infrastrutture critiche europee e inseriva tra queste il settore dei trasporti (unico, insieme all’energia ad essere riconosciuto come tale da tutti i paesi dell’UE). Il programma del 2005 è stato rielaborato e rinnovato nel 2013, cercando di stimolare gli Stati membri nel superare l’impasse costituito dalla sovranità nazionale e più nello specifico nella mancata applicazione della direttiva precedentemente menzionata.

Oltre ai programmi proposti dalla Commissione europea (ed in particolare dalla Direzione Generale Migrazioni e Affari Interni), l’UE si è dotata di un meccanismo, il CIWIN (Critical Infrastructures Warning and Information Network) basato sulla possibilità per gli Stati membri di condividere informazioni e best practices sulla protezione delle infrastrutture sensibili per il funzionamento di uno o più paesi. Peccato che gli Stati abbiano deciso di non valorizzare questo strumento, rendendo la loro partecipazione al CIWIN semplicemente volontaria. Va inoltre sottolineato che nel 2016 la Commissione Europea, reputando basso il livello d’investimenti in quest’ambito, ha adottato un Piano d’Investimenti, il quale, attraverso Fondi Europei Strutturali, ha messo a disposizione 70 miliardi di euro per il periodo 2014-2020. Il fine dello stanziamento di quest’ingente quantità di risorse (ovviamente destinate alla molteplicità delle infrastrutture, quindi non solo impiegate per la manutenzione di ponti o strade), risiede nella volontà di sviluppare strutture moderne ed efficienti, ivi comprese quelle presenti nelle aree urbane. Un ulteriore elemento che ci consente di capire la presenza dell’Europa in questo settore è dovuto al ruolo della Commissione Europea quale garante del rispetto dei trattati comunitari.

Quest’ultima ha deciso anno di portare l’Italia di fronte alla Corte di Giustizia nel 2017, a causa della violazione della Direttiva 18 del 2004, la quale disciplina le procedure d’aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, forniture e di servizi. Il motivo per il quale l’Italia è stata chiamata in giudizio è costituito dalla decisione del nostro governo di aver concesso l’appalto alla Società Autostrada Tirrenica p.a. per un periodo di 18 anni per la costruzione dell’autostrada A12 Civitavecchia Livorno, senza procedere all’indizione di una gara d’appalto. Pertanto, non è nemmeno possibile addurre che l’UE sia disattenta ai dettami giuridici sugli appalti e la libera concorrenza. Piuttosto, sarebbe ormai opportuno constatare come il buon governo sia ormai una pratica in disuso nel nostro paese. Queste brevi considerazioni ci aiutano a capire come l’UE sia un attore presente all’interno dei singoli contesti nazionali non solo per garantire il rispetto dei parametri di Maastricht sul debito pubblico da parte di ciascun paese. Il processo d’integrazione è infatti molto di più di un insieme di regole economiche, alle quali comunque il nostro paese ha deciso di aderire siglando i trattati comunitari. Esso costituisce una risorsa inestimabile per l’Italia, l’unica speranza per poter frequentare gli stessi tavoli di negoziazione ai quali siedono le grandi potenze mondiali. L’Europa unita consente al nostro paese di presentarsi come parte del più grande mercato del mondo, piuttosto che come un’economia debole, caratterizzata da un’inflazione galoppante e da una lira da svalutare per rimanere a galla. Questi motivi dovrebbero indurre gli attuali governanti, anche se euroscettici, a cogliere l’opportunità del momento storico per chiedere all’Europa di fare di più, piuttosto che lottare per distruggerla.

I ministri Di Maio e Salvini potrebbero studiare piani, metodi, percorsi tramite i quali accrescere il ruolo dell’Europa nella protezione delle infrastrutture, affinché essa possa mettere a servizio di ciascun paese (ivi compreso il nostro) le competenze e la visione d’insieme di cui essa dispone. Ciò potrebbe avvenire con proposte per una maggiore integrazione per ottenere cosi più fondi europei per le infrastrutture o si potrebbe enfatizzare la necessità di un’armonizzazione normativa tra i 27 paesi per garantire livelli elevati di protezione e gestione delle infrastrutture stesse. Si potrebbe persino pensare ad un fondo comune per facilitare investimenti in sviluppo tecnologico, che consentano una manutenzione efficiente ed una programmazione comunitaria a 360 gradi. Di fatto, dalla tragedia del ponte Morandi, noi italiani e il nostro governo, possiamo imparare molte lezioni. Ed una di queste è quella di indicare come responsabile chi di dovere. E di non infangare il nome altrui per coprire le proprie responsabilità.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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  • Interessante, me l'ero perso. Nel modenese non si parla che di bretelle, neanche potessero salvarci dalla perdizione. Francamente non vedo grossi cambiamenti in vista; stiamo solo insistendo a fare a bassissima velocità quello che facevamo con energia prima del 2009.

  • Dunque, in buona sostanza, la proposta è spingersi dove neanche la Buona Scuola ha osato: ancora più potere ai presidi, federalismo scolastico.... Nessuna risposta in merito al carattere ludocentrico dei neopedagogismi, alla panacea tecnologica, le vere cause della destabilizzazione della funzione docente ormai al servizio di quelli che la legge 107 definisce stakeholders, portatori di intetessi, ergo, clienti. Non ci sono più gli studenti: dunque, che senso ha rispettare gli insegnanti? Dare più poteri ai presidi, alle province e ai comuni che cosa risolverebbe? È una mentalità che deve cambiare. Galli della Loggia ha senz'altro esagerato, ma chi ha frequentato la scuola quando era seria, fa fatica a vedere lo scempio attuale.