L’unità del campo progressista
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L’unità del campo progressista

L’unità del campo progressista

di Luigi Marattin.

Non ci sarà mai un partito di successo nel centrosinistra finché non ci sarà coesione tra i gruppi dirigenti.

Anche nella Prima Repubblica c’era competizione dentro i partiti, ma vi era un collante ideologico (per la Dc l’atlantismo, per il Pci il socialismo) che rappresentava una “forza maggiore” in grado di cementare i gruppi dirigenti.

Da quando esso è venuto meno, nel campo progressista i dirigenti hanno preferito competere, piuttosto che cooperare; hanno fatto prevalere l’invidia e il rancore, piuttosto che la voglia di lavorare insieme e perfino imparare gli uni dagli altri; i rapporti “verticali” (filiere di potere che facevano riferimento a esponenti delle generazioni passate) piuttosto che “orizzontali” (un patto che facesse finalmente un salto generazionale definitivo). Questo è valso sia a livello nazionale, ne a livello locale.

Tutti coloro che hanno sconfitto il centrosinistra in questi 25 anni, invece, hanno sconfitto questo virus. Non più con il “collante ideologico”, ma con le leadership padronali (Berlusconi e Casaleggio), o fortemente carismatiche (Salvini) che sono riuscite a far cooperare le ambizioni dei gruppi dirigenti, invece che metterli in competizione.

La condizione necessaria (ma non certo sufficiente) affinché possa tornare ad esserci un partito di successo nel centrosinistra è che i suoi gruppi dirigenti abbiano piacere a incontrarsi a cena a parlare di musica, di calcio, di libri, di famiglia. Abbiano piacere di stare insieme. Per poi fare Politica insieme.

 

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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