La Politica Commerciale dell’UE e l’accordo col Giappone: nuove prospettive strategiche
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La Politica Commerciale dell’UE e l’accordo col Giappone: nuove prospettive strategiche

La Politica Commerciale dell’UE e l’accordo col Giappone: nuove prospettive strategiche

di Federico Di Benedetto.

La presenza di molteplici forze populiste e sovraniste nel panorama politico europeo di sicuro non costituisce un presagio positivo per le elezioni del Parlamento Europeo che si svolgeranno nella primavera del 2019. Da quest’ultime infatti dipenderà la formazione del Parlamento, organo legislatore dell’UE insieme al Consiglio. Non solo. Il voto dei cittadini europei influenzerà anche la composizione della prossima Commissione Europea ed il suo mandato. Considerato il diffuso malcontento causato dalle politiche economiche adottate dall’UE all’interno dei suoi confini, è sempre più necessario fare luce sulle capacità di quest’ultima in qualità di attore internazionale. In altri termini, cosa significa e quali sono i vantaggi dell’essere un paese dell’Unione quando essa si relazione con i partners mondiali in campi essenziali per lo sviluppo economico, come il commercio?

Secondo il trattato di Lisbona, il commercio è una delle poche competenze esclusive dell’UE. Ciò significa che gli Stati non possono interferire nelle scelte operate dagli organi comunitari (in primis la Commissione europea) sia nelle decisioni unilaterali (ad esempio la riduzione delle tariffe, l’applicazione di meccanismi di scambio agevolati per i paesi in via di sviluppo o sottosviluppati) sia nelle negoziazioni di accordi bilaterali (con altri paesi terzi) e multilaterali (all’interno del contesto dell’Organizzazione Mondiale del Commercio- OMC). Negli ultimissimi anni il commercio internazionale ha subito gli effetti dell’incertezza causati prima dall’impasse venutosi a creare in sede OMC, dalla crisi economica del 2008-2009 e successivamente dall’avverarsi della BREXIT e dall’instaurarsi dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti e la conseguente applicazione di politiche protezionistiche su scala mondiale.

Tenuto conto di questo scenario, appare pertanto importante evidenziare il successo dell’Unione nel terminare i negoziati con il Giappone per l’Economic Partnernship Agreement (EPA). Dopo quattro anni d’intense trattative, le negoziazioni si sono concluse lo scorso 8 dicembre. Il prossimo step consisterà nella ratificazione di quest’accordo sia da parte del Parlamento Europeo che dalla Dieta Giappone, che dovrebbe avere luogo nel 2019. La rilevanza di questo risultato è evidente se si tiene conto che le relazioni tra UE e Giappone sono sempre state caratterizzate da un expectations deficit. Quest’espressione, coniata dal ricercatore giapponese Michito Tsururoka, evidenzia sia la perplessità del paese del Sol Levante nell’approcciarsi ad una struttura burocratica altamente complessa come quella europea, sia la tendenza giapponese e dei vari paesi europei nel preferire le relazioni bilaterali e nel bypassare l’UE come piattaforma di dialogo nella quale raggruppare gli interessi e le istanze di tutti i paesi del vecchio continente rispetto a questo strategico partner del Pacifico. Inoltre, nonostante l’importanza dei mercati giapponesi e dell’UE (il più grande al mondo), i negoziati di quest’accordo sono passati sottotraccia. Negli ultimi anni, infatti, l’attenzione dei media europei è stata letteralmente catturata dalle trattative tra Europa e Canada per il Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA) e tra UE e Stati Uniti per il Transatlantic Trade ed Investment Partnership (TTIP). In particolar modo quest’ultimo ha attirato la curiosità anche del mondo accademico, il quale ha definito questo trattato commerciale come la migliore soluzione alternativa a livello globale rispetto alla mancanza di accordi multilaterali in sede OMC. In maniera simile, i media giapponesi hanno evidenziato maggiormente i timori e le opportunità della partecipazione del paese del Sol Levante al Trans-Pacific Partnership (TPP), trattato ormai sepolto per volontà dell’attuale amministrazione statunitense.

L’accordo UE-Giappone consolida una partnership euroasiatica a favore del libero scambio e contro le politiche protezionistiche statunitensi. Infatti, l’attuazione dell’EPA permetterà una notevole facilitazione delle esportazioni, che avvantaggerà molto le imprese europee che operano nel settore dell’export, considerato che il paese asiatico ha deciso di aprire le porte alle merci e ai servizi del vecchio continente in un periodo di riforme. Quest’ultime, promosse dall’attuale primo ministro Shinzo Abe e pertanto ridefinite con il termine Abenomics, puntano alla riduzione delle imposte e alla liberalizzazione dei settori agricolo, sanitario e del mercato pubblico come volano per incentivare la crescita e l’innovazione interna. L’attuazione di questa partnership economica e commerciale opererebbe in primo luogo una riduzione delle barriere tariffarie in settori strategici per i due partners, come quello automobilistico e quello agricolo. Circa quest’ultimo, le merci che potranno essere vendute più facilmente in Giappone in virtù di quest’accordo saranno il formaggio, la pasta, il cioccolato, la carne di maiale e in definitiva tutti i prodotti trattati. Tuttavia, i maggiori risultati dall’EPA sono attesi dalla diminuzione delle barriere non tariffarie, le quali costituiscono ad oggi il maggiore ostacolo al commercio internazionale. I settori che dovrebbero raccogliere maggiormente i frutti della riduzione di questo tipo di barriere sono sia quello automobilistico che quello ferroviario giapponese, tradizionalmente “aperto” solo agli investitori locali. In aggiunta all’abbassamento delle barriere tariffarie e non tariffarie, l’EPA ha promosso un accordo sui servizi, specialmente quelli finanziaria, postali, della comunicazione e sarà inoltre un volano di promozione dell’e-commerce, sempre più vettore di crescita e di nuove opportunità economiche per tante imprese. Circa gli investimenti, le trattative rimangono ancora aperte per stabilire il sistema d’arbitrato che garantisca il regolare svolgimento degli investimenti nei paesi stranieri. In definitiva, qualora l’EPA dia luogo ad una liberalizzazione limitata (riduzione delle tariffe e leggera diminuzione delle barriere non tariffarie), l’accordo potrebbe provocare un aumento del PIL europeo e giapponese rispettivamente dello 0.34% e 0.27% al 2020. Inversamente, in caso di una profonda liberalizzazione (sostanziale riduzione delle barriere tariffarie e non tariffarie), questa partnership potrebbe comportare una crescita del PIL dello 0.8% per l’UE e dello 0.7% per il Giappone.

Considerando che Giappone ed UE costituiscono insieme un terzo del PIL mondiale, che auspicabilmente questa partnership darà luogo a nuovi standard che potranno essere utilizzati come modello per altri accordi commerciali (possibilmente anche in sede multilaterale) e tenuto conto della pressione esercitata dal ritorno di politiche protezionistiche su scala mondiale, questo trattato commerciale permette di fare luce sulla rilevanza dell’UE come importante piattaforma di crescita per i paesi europei che alternativamente si ritroverebbero con le loro singole politiche economiche e commerciali a confrontarsi con paesi decisamente più rilevanti sul piano internazionale (Cina, Stati Uniti, Russia). Pertanto, i nostri governi sono avvisati: se vogliamo competere con gli Stati che guidano le sorti dell’economia mondiale, il sostegno all’UE è l’unica strada percorribile.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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  • Interessante, me l'ero perso. Nel modenese non si parla che di bretelle, neanche potessero salvarci dalla perdizione. Francamente non vedo grossi cambiamenti in vista; stiamo solo insistendo a fare a bassissima velocità quello che facevamo con energia prima del 2009.

  • Dunque, in buona sostanza, la proposta è spingersi dove neanche la Buona Scuola ha osato: ancora più potere ai presidi, federalismo scolastico.... Nessuna risposta in merito al carattere ludocentrico dei neopedagogismi, alla panacea tecnologica, le vere cause della destabilizzazione della funzione docente ormai al servizio di quelli che la legge 107 definisce stakeholders, portatori di intetessi, ergo, clienti. Non ci sono più gli studenti: dunque, che senso ha rispettare gli insegnanti? Dare più poteri ai presidi, alle province e ai comuni che cosa risolverebbe? È una mentalità che deve cambiare. Galli della Loggia ha senz'altro esagerato, ma chi ha frequentato la scuola quando era seria, fa fatica a vedere lo scempio attuale.