Dazi e nuovi equilibri nel sistema commerciale multilaterale
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Dazi e nuovi equilibri nel sistema commerciale multilaterale

Dazi e nuovi equilibri nel sistema commerciale multilaterale

di Eleonora Salluzzi.

Nell’era trumpiana, non tira un buon vento per il libero commercio e per il sistema commerciale globale regolato dall’Organizzazione Multilaterale del Commercio (OMC, in inglese World Trade Organization, WTO). La politica commerciale di Trump sembra avere un contestato obiettivo: favorire l’industria domestica, generale nuovi posti di lavoro e contribuire alla crescita economica statunitense attraverso l’innalzamento dei dazi sulle importazioni. Il protezionismo a stelle e strisce non è una novità: nella storia americana, più e più volte si è ricorso all’aumento (o ai proclami di aumento) delle tariffe sulle importazioni per tentare di riequilibrare la bilancia commerciale.

Ma, a mio avviso, Trump dimostra di avere una visione giocosa e bizzarra del libero commercio: se tu importi nel mio Paese più di quanto io esporto nel tuo, tu vinci il gioco ed io perdo. Per Trump il commercio internazionale è un duello all’ultima tariffa. L’importante è vincere, si sa, in barba al rispetto delle regole che danno un po’ d’ordine e disciplina alle relazioni commerciali. Bisogna riconoscerlo: le convizioni di Trump non sono mutate da quando ha assunto una carica politica di prestigio. Già negli anni Ottanta, il businessman ce l’aveva con i giapponesi, che esportavano troppe macchine e videocassette negli Stati Uniti, mentre i giapponesi non ricambiavano il favore, a suo dire.

Nell’era presidenziale trumpiana, i giapponesi di ieri sono diventati i messicani, i canadesi e gli europei di oggi – alleati di vecchia data che diventano avversari sleali da punire (i cinesi rappresentano un caso diverso invece). L’annunciato aumento dei dazi su acciaio (25%) ed alluminio (10%) e l’imposizione di tariffe su 200 miliardi di dollari di importazioni cinesi colpirebbero i principali partner commerciali degli Stati Uniti, che hanno già annunciato ritorsioni e ricorsi al WTO.

Le guerre commerciali che Trump vuole scatenare sono una sconfitta per tutti: per i partner commerciali, per i consumatori americani che si ritroveranno a dover pagare beni più cari, per quella compagine industriale americana che dipende fortemente dalle importazioni, e per l’intero sistema commerciale multilaterale che vede le sue regole venire stravolte. Senza menzionare le ritorsioni a catena che scaturirebbero da queste pericolose dinamiche. Il WTO, già scricchiolante di suo, sembra non essere in grado di rispondere efficacement all’aggressività commerciale trumpiana e di arginare possibili derive neoprotezionistiche.

Trump forse vincerebbe, sì, ma l’America perderebbe. Trump ha capito che per mantenere il consenso nella sua base elettorale deve proteggere un numero ristretto di industrie che rappresentano un’importante fetta dell’occupazione e della produzione negli Stati in cui ha vinto. Usa quindi dubbie politiche commerciali per premiare i suoi elettori ed allargare la schiera dei suoi sostenitori. Ma a farne le spese, come già detto, saranno tutti gli altri americani.

La politica commerciale di Trump è miope anche su un altro fronte. Trump ha infatti offerto al Paese tradizionalmente additato come concorrente sleale nel commercio globale – la Cina – il pretesto di capovolgere gli equilbri ed imputare a Trump il deterioramento del sistema commerciale multilaterale, permettendo a Pechino di ripensare nuove alleanze con le maggiori potenze globali, tra cui l’Unione Europea (UE). Nonostante la Cina rappresenti un attore commerciale controverso nel WTO per motivi ben noti – concorrenza sleale, sussidi statali per favorire le esportazioni e dumping nei mercati partner – adesso si ritrova nella paradossale posizione di poter ridisegnare gli equilibri puntando il dito contro Trump, il “cattivo” del commercio globale. La stessa Cina che ha storicamente rappresentato il nemico numero uno del sistema commerciale multilaterale in seno al WTO per le sue pratiche anti-libero mercato.

Ed è proprio qui che Trump perde un alleato cruciale per il contenimento dell’espansione commerciale della Cina, l’Unione Europea. Gli USA e l’UE hanno mantenuto visioni simili sulla questione cinese dall’ammissione della Cina al WTO nel 2001, ed entrambi i blocchi commerciali hanno ripetutamente denunciato le contestate politiche commerciali della Cina in varie sedi. Inimicandosi i vertici a Bruxelles, Trump sta spigendo l’UE tra le braccia di Pechino. Un nuovo asse che vedi due potenze globali – l’UE e la Cina – tendersi la mano per salvaguardare il sistema commerciale multilaterale e ridefinirne le regole. La Cina ha già affermato che inizierà a preferire l’importazione di carne bovina ed altri prodotti alimentari francesi come risposta ai dazi imposti da Trump sui prodotti cinesi. Di contro, l’UE ha dato il via libera alle importazioni di pannelli solari dalla Cina, su cui prima vigevano misure anti-dumping imposte dall’UE. Un trend che potrebbe diventare la norma. Così facendo, l’UE potrebbe essere meno predisposta a fronteggiare apertamente le pratiche commerciali scorrette della Cina, con cui sta attualmente negoziando un accordo per gli investimenti ed un Memorandum per tessere sinergie tra One Belt One Road e l’EU Investment .

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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  • Interessante, me l'ero perso. Nel modenese non si parla che di bretelle, neanche potessero salvarci dalla perdizione. Francamente non vedo grossi cambiamenti in vista; stiamo solo insistendo a fare a bassissima velocità quello che facevamo con energia prima del 2009.

  • Dunque, in buona sostanza, la proposta è spingersi dove neanche la Buona Scuola ha osato: ancora più potere ai presidi, federalismo scolastico.... Nessuna risposta in merito al carattere ludocentrico dei neopedagogismi, alla panacea tecnologica, le vere cause della destabilizzazione della funzione docente ormai al servizio di quelli che la legge 107 definisce stakeholders, portatori di intetessi, ergo, clienti. Non ci sono più gli studenti: dunque, che senso ha rispettare gli insegnanti? Dare più poteri ai presidi, alle province e ai comuni che cosa risolverebbe? È una mentalità che deve cambiare. Galli della Loggia ha senz'altro esagerato, ma chi ha frequentato la scuola quando era seria, fa fatica a vedere lo scempio attuale.