Imprese al servizio della comunità. La Corporate Social Responsibility Europea
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Imprese al servizio della comunità. La Corporate Social Responsibility Europea

Imprese al servizio della comunità. La Corporate Social Responsibility Europea

di Edoardo Perini.

Introduzione La nozione di “responsabilità sociale di impresa” (in inglese, Corporate Social Responsibility e, di seguito, “CSR”) è stata coniata all’inizio del ventesimo secolo negli Stati Uniti, quando alcuni imprenditori iniziarono a sostenere che lo scopo ultimo delle imprese non poteva più essere solo quello di realizzare il massimo profitto (in ottica utilitaristica), ma doveva estendersi anche alla contribuzione per il benessere collettivo (public welfare), in una molteplicità di ambiti (sociale, culturale, ambientale, ecc.) e attraverso una pluralità di strumenti (attività di beneficienza, sponsorizzazioni di eventi o istituzioni benefiche, implementazione di codici di condotta, impegni con gli azionisti, partecipazioni ad associazioni etiche e morali).

Nel corso degli anni, il concetto di CSR è stato sempre più frequentemente utilizzato nella letteratura economico-aziendalistica e giuridica, difettando tuttavia di una definizione precisa dai contorni universalmente riconosciuti, sovrapponendosi con i più comuni concetti di cittadinanza di impresa (corporate citizenship), economia sostenibile, responsabilità ambientale delle imprese, etica d’impresa. La concezione contemporanea di CSR, seppur costantemente in evoluzione ed espansione, è rinvenibile in diverse iniziative e programmi nazionali ed internazionali[1] e, come anticipato, si fonda sul presupposto che le imprese siano parte integrante della società civile e possano contribuire positivamente ad interessi, obiettivi ed aspirazioni di pubblico interesse.

La nozione di CSR non ha potuto non influenzare anche l’Unione Europea. Il suo sviluppo, la continua estensione delle sue funzioni ed influenze – sia a livello degli stati membri, sia nel panorama internazionale – nonché la crescente attenzione per l’ecosistema, l’ambiente, la diversità sociale e ambientale, hanno determinato, da tempo, l’inclusione della CSR nell’agenda politica e programmatica di una delle prime economie del mondo.

L’evoluzione in Europa Già dagli anni Novanta le istituzioni europee erano consapevoli dell’importanza della CSR nella propria strategia di sviluppo sostenibile (in inglese, Sustainable Development Strategy)[2]. Diversi, infatti, sono i documenti istituzionali in cui viene menzionata. Soprattutto a partire dagli anni 2000, la Commissione Europea si è dimostrata particolarmente attiva nella sua promozione o, quantomeno, nell’introduzione del concetto in tutte le attività politiche ed economiche dell’Unione[3]. In un tempo più recente, le iniziative europee in materia di CSR hanno dovuto affrontare nuove sfide[4], prima fra tutte la crisi economica del 2008 che ha indebolito il funzionamento dei sistemi di welfare europei.

Le imprese private sono state re-interpretate come fondamentali – se non i principali – soggetti in grado di poter rimediare alla crescente incapacità delle istituzioni pubbliche di far fronte ai problemi sociali. In altre parole, l’indebolimento del welfare state ha messo in luce l’importanza degli imprenditori privati nello sviluppo di strategie di crescita e investimento sempre più attente a problemi che, in passato, erano lasciati al prevalente –  se non unico –  controllo pubblico, deviando la valutazione della performance aziendale non più solamente in base a principi e criteri meramente economici ma anche su aspetti di natura sociale, etica ed ambientale. Oltre a ciò, spinte propulsive alla diffusione della CSR sono derivate dal processo di globalizzazione, dalle crescenti influenze dalle organizzazioni intergovernative (si pensi alle Nazioni Unite con la definizione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e dell’Agenda Globale per lo Sviluppo Sostenibile 2030), dagli impegni derivanti dagli accordi internazionali sul cambiamento climatico e ancora, più banalmente, dalla diffusa ed immediata accessibilità delle informazioni che contraddistingue il campo di azione dei contemporanei operatori del mercato.

L’intervento delle istituzioni europee è stato quindi progressivamente più deciso ed articolato, allontanandosi sempre di più dall’approccio “volontaristico e non vincolante” che ha tradizionalmente caratterizzato il fenomeno. Da mere iniziative di promozione, sensibilizzazione e programmazione, le istituzioni europee hanno proseguito dapprima individuando le best practices e gli standards virtuosi adottati dalle principali imprese del continente, e poi regolamentato (seppure in maniera attenuata), o fortemente indirizzato, il ruolo sociale che le imprese private “dovrebbero” rivestire.

Va certamente sottolineato che tale approccio, tipico delle tradizioni giuridiche del vecchio continente, è stato oggetto di critiche e dibattiti ben prima della sua adozione. Da un lato, è stato ritenuto che la normativizzazione del fenomeno sia difficilmente attuabile in quanto la CSR è in continua evoluzione, ha una definizione mutevole ed indefinita (oltre che variabile da stato a stato), è necessariamente globale ed extraterritoriale e mal si combina con una disciplina codificata che finirebbe soltanto per imporre restrizioni ulteriori e vincoli anacronistici alle imprese del mercato, già in difficoltà. D’altra parte, la regolamentazione è stata ritenuta un elemento necessario per incentivare l’adozione di prassi aziendalistiche volte alla tutela di principi sociali ed ecosostenibili, rinforzando l’adozione di prassi virtuose e volontaristiche con la minaccia di sanzioni e misure coercitive[5].

La Direttiva 2014/95/UE L’approccio normativo e regolamentare ha trovato conferma con l’adozione della Direttiva riguardante “la comunicazione di informazioni di carattere non finanziario e di informazioni sulla diversità da parte di talune imprese e di taluni gruppi di grandi dimensioni” (di seguito, la “Direttiva”). Lo strumento normativo comunitario si basa sul principio di trasparenza e, in estrema sintesi, ha introdotto, per le imprese e i gruppi economicamente più rilevanti, standard minimi di rendicontazione delle informazioni (non finanziarie) attinenti alle prassi e policy interne orientate alla ecosostenibilità, all’attenzione per il sociale, per il personale dipendente, per i diritti umani, per le politiche di lotta contro la corruzione[6]. La Direttiva dovrebbe garantire un allineamento dei processi di CSR esistenti negli stati membri, rendendo il settore privato il principale “catalizzatore” degli obiettivi di sviluppo ecosostenibile ed etico (sebbene molto dipenderà dalla uniformità delle legislazioni nazionali che, necessariamente, saranno influenzate dalle concezioni territoriali di CSR), nonché lo strumento mediante cui realizzare gli impegni internazionali assunti dalle istituzioni pubbliche.

Anche a causa del vivace dibattito sul tema, la Direttiva adotta un approccio soft  non solo perché interessa un numero di imprese sostanzialmente limitato (si tratta di circa 6.000 imprese in Europa, di cui 250 in Italia), ma anche perché il legislatore europeo non ha ritenuto di codificare nel dettaglio gli standard di condotta da tenere, di definire parametri universali per le comunicazioni, di prevedere controlli e verifiche sulla veridicità delle informazioni comunicate o prevedere l’applicazione di sanzioni alle imprese che non ottemperano ai doveri di divulgazione. In altre parole: una forte incidenza avrà la modalità di implementazione ed attuazione della Direttiva da parte degli stati membri, i quali lasceranno verosimilmente ampio spazio allo sviluppo volontario ed autonomo degli operatori privati. Si può ritenere che le istituzioni europee abbiano cercato di limitare al minimo eventuali costi di compliance a carico delle imprese, che, peraltro, potranno decidere di non divulgare le informazioni in materia di CSR, purché siano in grado di motivare tale scelta (comply or explain).

Un bilancio contemporaneo della CSR europea L’approccio (cauto) delle istituzioni europee deve senz’altro considerarsi maturo e ragionato. L’obbligo previsto dalla Direttiva rappresenta, senza ombra di dubbio, un ulteriore passo verso la volontà di “vincolare” le imprese private a tenere condotte e prassi eticamente virtuose. Nonostante ciò, alla luce delle iniziali attività in materia di CSR, l’Unione Europea sembra stia cercando di sfruttare il fenomeno come opportunità di espansione del mercato commune, piuttosto che riguardarlo come strumento impositivo e restrittivo volto al raggiungimento degli obiettivi sociali, ambientali ed etici. Tale impostazione, non esente da critiche, risponde ad una visione chiara e moderna che interpreta la responsabilità sociale delle imprese come strumento di sviluppo imprenditoriale, ancora una volta utilitaristico e individualistico.

Mai come oggi infatti la CSR è in grado di apportare importanti benefici, tanto da un punto di vista economico (maggiore efficienza e limitazione degli sprechi), quanto di immagine e reputazione d’impresa, avendo conseguenze soprattutto di lungo periodo sulla capacità di attrarre e fidelizzare i dipendenti, i clienti, i consumatori, i fornitori, nonché sulla capacità di attrarre potenziali investitori (si pensi alle banche etiche o ai fondi di investimento che indagano sull’impatto sociale e ambientale delle società in cui investono). Gli interventi europei stanno progressivamente contribuendo a rendere la sostenibilità sociale ed ambientale un elemento preponderante nel processo di creazione del valore di impresa e, al contempo, stanno trasponendo la responsabilità del raggiungimento di obiettivi sovranazionali e pubblici verso soggetti privati tradizionalmente orientati al profitto.

[1] La Banca Mondiale definisce la CSR come l’impegno delle imprese di contribuire a uno sviluppo economico sostenibile attraverso i dipendenti, le loro famiglie, le comunità locali e la società nel complesso, migliorare le loro vite in modi che sono positivi per le imprese stesse per lo sviluppo. ♦ Il governo australiano ha definito il fenomeno come la gestione aziendale degli impatti economici, sociali ed ambientali delle attività di una impresa (“a company’s management of the economic, social and environmental impacts of its activities”, Australian Government, Parliamentary Joint Committee on Corporations and Financial Services, 2006). ♦ Ancora, l’associazione professionale dei contabili canadese (Certified General Accountant’s Association of Canada) in un paper del 2005 ha descritto la CSR come l’impegno di una impresa nell’operare in un modo sostenibile dal punto di vista economico, sociale ed ambientale, riconoscendo gli interessi dei suoi stakeholders, inclusi gli investitori, clienti, dipendenti, imprese partner, comunità locali, ecosistema e società nel complesso (“a company’s commitment to operating in an economically, socially, and environmentally sustainable manner, while recognising the interests of its stakeholders, including investors, customers, employees, business partners, local communities the environment, and society at large”).

[2] Ramon Mullerat, Corporate Social Responsibility: A European Perspective, Jean Monnet, Robert Schuman Paper Series, Vol. 13 n. 6, 2013.

[3] Si veda, per esempio: il Libro Verde – Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese, Commissione Europea, 2001 COM(2001) 366; la Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo, al Consiglio e al Comitato Economico e Sociale Europeo – Il partenariato per la crescita e l’occupazione: fare dell’Europa un polo di eccellenza in materia di responsabilità sociale delle imprese, Commissione Europea, 2006 COM(2006) 136. Un’altra importante iniziativa è stata, per esempio, l’istituzione e la promozione, da parte della Commissione Europea dell’ European Multistakeholder Forum on CSR nel 2002, che, coinvolgendo organizzazioni rappresentative di imprenditori, lavoratori, gruppi di imprese, sindacati e ONG, ha promosso lo scambio di prassi, tecniche innovative, trasparenza e convergenza in materia di misure di CSR.

[4] Cfr. Ayselin Yildiz e Mehmet Gokay Ozerim, Corporate Social Responsibility in European Context, in Turker et al., Contemporary Issues in Corporate Social Responsibility, Lexington Books, 2014, USA, pp. 43 – 55.

[5] Per un’analisi del dibattito, cfr. Alasdair Murray, Corporate Social Responsibility in the EU, Centre for European Reform, 2003; Kim Bizzarri, Refusing to be accountable, Corporate Europe Observatory, 2013; Corporate social responsibility at EU level. Proposals and Recommendations to the European Commission and the European Parliament, The European Coalition for Corporate Justice, 2006

[6] Per un approfondimento sullo stato di implementazione della Direttiva negli ordinamenti nazionali degli stati membri, cfr. Member State Implementation of Directive 2014/95/EU – A comprehensive overview of how Member States are implementing the EU Directive on Non-financial and Diversity Information, CSR Europe and GRI, 2017.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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Recent Comments

  • Interessante, me l'ero perso. Nel modenese non si parla che di bretelle, neanche potessero salvarci dalla perdizione. Francamente non vedo grossi cambiamenti in vista; stiamo solo insistendo a fare a bassissima velocità quello che facevamo con energia prima del 2009.

  • Dunque, in buona sostanza, la proposta è spingersi dove neanche la Buona Scuola ha osato: ancora più potere ai presidi, federalismo scolastico.... Nessuna risposta in merito al carattere ludocentrico dei neopedagogismi, alla panacea tecnologica, le vere cause della destabilizzazione della funzione docente ormai al servizio di quelli che la legge 107 definisce stakeholders, portatori di intetessi, ergo, clienti. Non ci sono più gli studenti: dunque, che senso ha rispettare gli insegnanti? Dare più poteri ai presidi, alle province e ai comuni che cosa risolverebbe? È una mentalità che deve cambiare. Galli della Loggia ha senz'altro esagerato, ma chi ha frequentato la scuola quando era seria, fa fatica a vedere lo scempio attuale.