La scuola, la socialita’, la didattica: cosa non funziona-e non funzionera’ per molto ancora
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La scuola, la socialita’, la didattica: cosa non funziona-e non funzionera’ per molto ancora

La scuola, la socialita’, la didattica: cosa non funziona-e non funzionera’ per molto ancora

di Franceso Rocchi.

Le ultime vicende di cronaca scolastica, per quanto non possano certo essere prese a misura del clima scolastico in senso generale, hanno riportato al centro della discussione pubblica la questione dell’ambiente sociale che fa da contorno allo studio degli studenti e la cui importanza è -ovviamente- capitale: nell’apprendimento si dà il meglio di sé quando si è concentrati, a proprio agio e sereni.
Sarà bene allora affermare chiaramente una cosa spesso trascurata: nella scuola italiana la socializzazione è appena poco di più di un effetto indesiderato. Per capirlo basta vedere come sono fatte le nostre scuole: oltre ad aule e laboratori, che sono ambienti di lavoro, non c’è quasi alcun posto dove socializzare. Qualche istituto ha un giardinetto, di solito tra l’inagibile e il trascurato, ma poche sono le palestre in buone condizioni, rare le mense (men che meno funzionanti) e praticamente assenti le aree comuni.
Dove dovrebbe avvenire quella socializzazione che consideriamo così importante? Risposta facile: sostanzialmente in piedi, nei corridoi, sulla porta della classe, mentre si sta andando da qualche parte o, peggio, mentre si sta facendo altro.

Non solo gli spazi, ma anche i tempi sono pensati per evitare la socializzazione. Nelle superiori gestiamo il tempo cercando di far entrare il monte ore ministeriale nel tempo che riescono a concederci gli orari dei pullman e le richieste delle famiglie (o dei docenti…).
Da questo poco tempo si ricavano generalmente dieci minuti o al massimo un quarto d’ora per un intervallo verso la terza ora, anche se alcune rare scuole riescono a fare due intervalli di dieci minuti. Oltre non è materialmente possibile andare, come sa chiunque abbia lavorato anche solo una settimana in una scuola qualsiasi. Non è molto per vivere forme utili di socialità vera.
La conseguenza ovvia e diretta di una simile organizzazione non infatti è nient’altro che il caos. Se la scuola ha un bar o anche soltanto qualche macchinetta (e ce le hanno tutte), questi diventeranno un polo di attrazione in alternativa alla lezione. Per lo studente medio la scelta tra una lezione intensa e un cappuccino con un amico non è né difficile né moralmente problematica. Però attenzione: il problema non è soltanto che uno studente salti una lezione, ma anche che interrompa la lezione per chiedere di uscire, contribuendo al via vai che si genera in classe.
Non è una situazione facile da risolvere con gli stretti margini che la scuola italiana offre. Sì, conosco le soluzioni facili ed ovvie che mi vengono offerte ogni volta che sollevo questo tipo di problemi. Le riassumo così: “Vieta di uscire!”; “Fai uscire uno alla volta!”; “Fagli capire che è sbagliato e irrispettoso!”. Sono soluzioni sbagliate, che non funzionano e fanno danni. Il perché è facile da spiegare (dopo averlo spiegato, torneremo sulla questione della mancata socializzazione e del perché questa sia causa di altri danni ancora).

“Vietare di uscire”, se non per particolari momenti della lezione, è impossibile. I bisogni fisiologici esistono e questo -evidentemente- non cambierà mai. I professori che, fieri e cipigliosi, vietano l’uscita ai loro studenti nelle loro ore ottengono soltanto di scaricare il problema sulle ore successive -cosa che nelle scuole italiane comunque funziona benissimo, visto che i docenti si ignorano largamente l’uno con l’altro. Vale la pena di sottolineare che per evitare la confusione, le scuole spessissimo vietano di andare in bagno tra una lezione e l’altra, ovvero nel momento più logico e sensato.
“Fare uscire uno alla volta” significa rendere più ordinati e meno affollati i bagni, ma più confusionarie le lezioni. Anziché avere una singola richiesta da quattro persone contemporaneamente, se ne avranno quattro in sequenza, con il brillante risultato di avere quattro interruzioni al posto di una e -in genere- anche discussioni su chi debba andare fuori. Inutile ripetere agli studenti che non è bene che insistano e che il prof. non è l’amministratore del bagno: sono ragazzini e i bisogni sono impellenti. Dettaglio importante: la regola dell'”uno alla volta” è praticamente lo standard ovunque, e trovo illustri molto bene quanto sia stolida l’organizzazione della scuola italiana, che ha a cuore l’ordine e la tranquillità nei bagni piuttosto che nelle aule.

Se ci si rende conto, infine, che un docente non può ogni volta interrompere tutto per fare una predica al riguardo, avremo spiegato anche perché le “prediche” non sono la soluzione (non lo sono mai).
Spendiamo qualche parola anche per raccontare quel che succede quando comincia l’intervallo -per completezza del quadro. Se una scuola di centinaia o più studenti ha un bar, a ricreazione ci sarà una calca che manco un concerto rock e gli studenti -che passano tutta la pausa in fila in attesa di un panino- finiranno regolarmente per mettersi a mangiare nel corso della lezione successiva. Vietiamo anche questo? Certo, questi divieti infatti sono la norma. Peccato solo che gli studenti vivano tutto questo come un’ingiustizia (e a ragione: a che serve avere un bar, se vende panini che non puoi mangiare?) e che la fame persistente non sia proprio di quelle cose che aiutano la concentrazione in classe.
Qual è la cosa che mi irrita profondamente, come insegnante? In primo luogo il fatto di dover essere quello che deve applicare regolamenti evidentemente asinini, ma necessari per far sì che il sistema in qualche modo non si inceppi, anche a costo di un funzionamento mediocre o opprimente, agli antipodi di uno socialmente inclusivo.
In seconda istanza, c’è il fatto che chiunque dal ministero in giù mi si chieda di fare una didattica di “eccellenza”, moderna, digitale, inclusiva e formativa, senza prima avermi dato modo di risolvere questi problemi preliminari. Per dirla chiara: io mi lamento col ministero (dove e come posso) di avere in dotazione l’equivalente di una vecchia Panda scassata, il ministero mi risponde mandandomi i fondi non per sostituirla, ma per montarci sopra ruote da SUV e accessori da BMW. Ok, bellissimo, ma più di 100 km/h non facciamo, se non a rischio dell’osso del collo (di solito, quando il ragionamento arriva a questo punto, la risposta finale è “Eh, ma sei tu che devi trovare un modo, con la tua professionalità”; vorrei sentir fare questa osservazione ad un chirurgo cui venga chiesto di operare con un cucchiaino al posto di un bisturi…).

Quel che conta davvero, e sicuramente più del mio nervosismo di insegnante, è quale effetto abbia tutto ciò sulla socializzazione, e di riflesso sull’apprendimento.
Nella scuola italiana, dunque, la socializzazione è interstiziale, sotterranea, clandestina. Avviene di fretta fuori dall’aula, nella chiacchiera durante la lezione o nei minuti persi tra una lezione e l’altra, quando essa è tanto migliore quanto più è in ritardo il professore. Un problema, più che un’opportunità.
A fronte della continua compressione di un bisogno primario quale è la socialità, gli studenti reagiscono con una sorda opposizione, utilizzando opportunisticamente i regolamenti o ignorandoli del tutto. Quei pochi spazi che hanno gli studenti vogliono difenderli, ma per fare questo devono difendere ciò che la scuola non potrà mai accettare: le mezz’ore passate fuori dall’aula, il chiacchiericcio che disturba la lezione, i ritardi ingiustificati, e così via. Ci si può stupire che all’ultima campanella gli studenti fuggano dalla classe, ogni giorno come se fosse l’ultimo? No, nient’affatto. Mi stupisce piuttosto che la scuola, come istituzione, sappia parlare praticamente solo attraverso divieti – esito di un finto autoritarismo che nasconde l’impossibilità di fare qualsiasi altra cosa.
Le soluzioni sarebbero concettualmente e didatticamente semplici, applicabili anche nell’attesa di avere scuole dignitose e attrezzate per viverci bene. Delineo un quadro sintetico e dopo spiego perché non diventeranno mai una realtà diffusa:
1) Ogni cinquantacinque minuti di lezione devono essercene dieci di pausa. Considerando cinque ore di lezione, questo vuol dire cominciare alle 08:00 e finire alle 13:25. Meglio ancora sarebbe fornire pause ancora più lunghe (venti minuti) e sforare nel pomeriggio, con relativa pausa pranzo e uscita alle 16.25.
2) Non si esce e non si entra nell’aula durante la lezione: se per emergenza si deve uscire, non si rientra e si risulta assenti. Non per punizione, ma per non disturbare.
3) Le lezioni non devono essere interrotte da circolari, comunicazioni o altre incombenze; ci sono per tutto questo i dieci minuti di pausa, utili anche ai docenti.

I vantaggi sarebbero evidenti: le lezioni delle prime ore non sarebbero rovinate dal fatto che gli studenti studiano di nascosto per le interrogazioni delle ore successive (avrebbero una pausa per questo!); ci sarebbe tempo per quelle incombenze che oggi gli studenti devono infilare nei ritagli di tempo (condividere materiali, fare fotocopie, parlare coi docenti); il peer teaching sarebbe grandemente potenziato in maniera spontanea; si avrebbe tempo di andare in biblioteca; non ci sarebbe bisogno di andare tutti al bar o al bagno allo stesso tempo, con grande sollievo per l’ordine e la tranquillità nella scuola; infine, gli studenti sarebbero meno stanchi, cosa che alle ultime ore fa una differenza enorme.
Non pretendo che queste proposte siano la panacea, ma sarebbero un ottimo inizio. E’ bene sapere però che non saranno mai introdotte. E perché? Perché queste idee, non proprio una gran novità, cozzano con abitudini ed interessi consolidati, ad esempio l’esigenza delle famiglie (e dei docenti) di pranzare non troppo dopo l’una, o quella della scuola di non avere in giro per i propri locali studenti difficili da tenere sott’occhio.
Una scuola del genere sconvolgerebbe troppe abitudini inveterate, solleciterebbe un vero svecchiamento dell’edilizia scolastica (con relativi costi) e implicherebbe una revisitazione del principio di sorveglianza, soffocante ma mai messo seriamente in discussione.

E’ molto più probabile che i ministri e gli uffici scolastici continueranno a fare quel che hanno sempre fatto: nell’impossibilità di gestire efficacemente dal centro le scuole italiane, si limiteranno a riversare su di loro una lista di desiderata slegati da ogni valutazione della situazione concreta in cui operano le scuole, mandando a morire di inedia le loro stesse proposte, impossibili da realizzare se prima alla scuola italiana non si restituisce un po’ di ragionevole funzionalità.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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  • Interessante, me l'ero perso. Nel modenese non si parla che di bretelle, neanche potessero salvarci dalla perdizione. Francamente non vedo grossi cambiamenti in vista; stiamo solo insistendo a fare a bassissima velocità quello che facevamo con energia prima del 2009.

  • Dunque, in buona sostanza, la proposta è spingersi dove neanche la Buona Scuola ha osato: ancora più potere ai presidi, federalismo scolastico.... Nessuna risposta in merito al carattere ludocentrico dei neopedagogismi, alla panacea tecnologica, le vere cause della destabilizzazione della funzione docente ormai al servizio di quelli che la legge 107 definisce stakeholders, portatori di intetessi, ergo, clienti. Non ci sono più gli studenti: dunque, che senso ha rispettare gli insegnanti? Dare più poteri ai presidi, alle province e ai comuni che cosa risolverebbe? È una mentalità che deve cambiare. Galli della Loggia ha senz'altro esagerato, ma chi ha frequentato la scuola quando era seria, fa fatica a vedere lo scempio attuale.