Tecnologia e politica
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Tecnologia e politica

di Emidio Picariello.

Come al solito, anche in occasione di queste elezioni, la parte informatica dei programmi dei partiti politici è piuttosto deludente. Se il Governo si può fregiare del lavoro fatto in questi anni da Agid, gli altri non hanno nemmeno questa possibilità. In realtà neppure l’attuale Governo ha mai dato la sensazione di avere le idee chiare, però ha delegato a dei tecnici – il cosiddetto team digitale – il lavoro di progettazione e programmazione informatica e tecnologica.

Già questo lascia un po’ perplessi: perché gli assessorati all’informatica non esistono o sono accorpati con argomenti che non c’entrano molto, tipo il bilancio? Perché non esiste uno specifico ministero? Eppure il digitale è una parte enorme, produttiva e funzionale delle nostre vite. Perché le competenze informatiche vengono confuse spesso come competenze di marketing.

In compenso Agid esiste e ha fatto anche un discreto lavoro su diversi fronti. Per esempio sono state rilasciate linee guida sul design dei siti della pubblica amministrazione: se vengono seguite dagli enti, permettono di avere dei siti molto più semplici da consultare per il cittadino. Il design non è soltanto una questione estetica, come qualcuno potrebbe pensare. Studiare il design dei siti internet è una professione a tutti gli effetti e la differenza fra un sito congegnato per essere funzionale un aggeggio che casomai funziona tecnicamente ma farraginoso è esattamente la differenza che passa fra un utente soddisfatto e uno insoddisfatto.

L’altra cosa di cui si deve rendere merito ad Agid è di avere studiato e rilasciato SPID, il sistema di identità digitale che consente alle persone di essere riconosciute attraverso delle credenziali. Funziona così: prima ci si accredita di persona (può sembrare un controsenso ma invece ne ha molto, di senso: è necessario assicurarsi che le credenziali siano rilasciate esattamente alla persona che queste credenziali poi rappresenteranno con valore legale), a quel punto si dispone di un nome utente e di una password. Ogni volta che si accede a un servizio convenzionato, si riceve un codice sul telefonino utilizzabile solo una volta. Questo vuol dire che un malintenzionato non dovrebbe possedere solo la password, ma anche il telefono della persona alla quale vorrebbe rubare l’identità.

Molti servizi sono accessibili così: il fascicolo sanitario elettronico, per esempio, il che vuol dire che posso andare a fare le analisi del sangue di persona e poi scaricarle da internet; anzi, il mio medico di famiglia, se lo autorizzo, le può scaricare da internet. Posso fare richiesta per servizi comunali accreditati, posso fare dal mio computer un sacco di cose che prima dovevo fare di persona. Ma soprattutto è la strada giusta: sempre più servizi saranno fruibili in questo modo, con delle credenziali che le persone già posseggono rese sicure da un oggetto che usano quotidianamente.  

Quando però tocca ai politici pronunciarsi sui temi tecnologici, ecco che emerge tutta la loro scarsa dimestichezza, come è accaduto nel caso dei braccialetti elettronici di Amazon (che però sono solo un esempio). La maggior parte dei politici ha rilasciato commenti su come, vincendo le elezioni, si sarebbe opposto all’uso di strumenti per il controllo del lavoratore, dimostrando di non avere capito nulla di come funzionano le grandi aziende, le quali depositano decine di brevetti che gli sembra possano essere utili al lavoro e molti dei quali poi non vengono realizzati. In particolare, avere uno strumento indossabile che aiuti il lavoratore a individuare l’oggetto che cerca non può di per sé essere considerata una cosa che va contro l’interesse del lavoratore stesso. Il datore di lavoro ha già molti strumenti per tutelare i suoi interessi e non sarà un indossabile a schiavizzare i lavoratori. O le condizioni di lavoro sono compatibili con il nostro ordinamento o non lo sono, non sarà uno strumento a renderle meno compatibili, soprattutto non uno strumento immaginato, brevettato ma che nella realtà non esiste.  

In questi casi è come se scattasse un riflesso condizionato, il riflesso di chi, non capendo approfonditamente quello di cui sta parlando, mette le mani avanti. Ma mentre non ci sorprende questo riflesso quando scatta in alcuni partiti che hanno fatto della superficialità la loro cifra, perché i partiti che invece tendono ad avere un maggior livello di approfondimento non approfondiscono quando si parla di un tema così cruciale come la tecnologia e l’informatica?

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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Recent Comments

  • Interessante, me l'ero perso. Nel modenese non si parla che di bretelle, neanche potessero salvarci dalla perdizione. Francamente non vedo grossi cambiamenti in vista; stiamo solo insistendo a fare a bassissima velocità quello che facevamo con energia prima del 2009.

  • Dunque, in buona sostanza, la proposta è spingersi dove neanche la Buona Scuola ha osato: ancora più potere ai presidi, federalismo scolastico.... Nessuna risposta in merito al carattere ludocentrico dei neopedagogismi, alla panacea tecnologica, le vere cause della destabilizzazione della funzione docente ormai al servizio di quelli che la legge 107 definisce stakeholders, portatori di intetessi, ergo, clienti. Non ci sono più gli studenti: dunque, che senso ha rispettare gli insegnanti? Dare più poteri ai presidi, alle province e ai comuni che cosa risolverebbe? È una mentalità che deve cambiare. Galli della Loggia ha senz'altro esagerato, ma chi ha frequentato la scuola quando era seria, fa fatica a vedere lo scempio attuale.