Licei italiani. La diversita’ e’ una ricchezza
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Licei italiani. La diversita’ e’ una ricchezza

Licei italiani. La diversita’ e’ una ricchezza

di Francesco Rocchi. 

Il tema dell’elitismo dei licei classici italiani è assai dibattuto praticamente da sempre. Ora i rapporti di Scuola in Chiaro, ampiamente enfatizzati in questi giorni dalla stampa, sembrano aver finalmente trovato la pistola fumante del classismo liceale.

Ma è vero? In parte sì e in parte no, quindi sarà meglio fare chiarezza. Cominciamo con lo spiegare cos’è un rapporto di auto-valutazione (RAV): si tratta di un documento, suddiviso per voci standardizzate, in cui una scuola offre una serie di informazioni su di sé. I dati sono pubblici e consultabili da chiunque -anche se questo non vuol dire che il RAV sia una forma di pubblicità.

Tra i dati richiesti c’è la composizione sociale del bacino di utenza. Quando un liceo classico dice di sé stesso che ha pochi studenti stranieri e che il livello sociale delle famiglie è medio-alto, sta evidentemente dicendo una cosa che sanno tutti quanti. Né potrebbe dire altro, visto che non può inventarsi quel che nella scuola non c’è. Non si può condannare questi licei per aver constatato l’ovvio.

E’ però anche vero che nel caso del liceo Visconti (meno o per nulla negli altri profili) la descrizione non è neutra. Come in qualsiasi altra scuola, i redattori del RAV del Visconti hanno dovuto descrivere la composizione sociale della scuola in termini di “opportunità” e “vincoli”. Scegliendo di inserire l'”uniformità” tra le opportunità -un’opportunità che il Visconti considera concausa del buon clima di apprendimento- il liceo dichiara di considerarla non un dato di fatto, ma un obiettivo, qualcosa da difendere -dalla diversità, evidentemente.

Questo non è accettabile. A costo di ribadire l’ovvio, spieghiamo il perché a chi potrebbe essere tentato di pensare che dopotutto la presenza di tanti studenti stranieri o con problemi di apprendimento possa davvero rallentare il lavoro in classe e che quindi il Visconti dovrebbe avere il diritto di dirlo.

Non è falso che la didattica con gli studenti stranieri o disabili sia più difficile. Gli studenti che per una ragione o per l’altra hanno delle difficoltà particolari richiedono più tempo e più impegno, e spesso più pazienza. Lo sanno i docenti, lo sanno i mediatori culturali e lo sapeva anche il Parlamento che nel 2011 ha varato la legge 170 sugli strumenti da utilizzare per affrontare i disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) e i bisogni educativi speciali (BES) degli studenti di ogni grado di istruzione.

Questi strumenti esistono per una ragione precisa: tutti hanno diritto all’istruzione, e se per alcuni può essere più difficile che per altri acquisirne una, lo Stato deve aiutarli.

E’ un principio di giustizia semplice, lineare, inoppugnabile, che discende direttamente dall’art. 34 della nostra Costituzione e che risponde anche ad un semplice criterio di buon senso: lo Stato che trascura uno studente quando è ancora in età scolare dovrà occuparsi di un adulto con difficoltà ancora più gravi e dannose, per lui e per le persone che lo circondano.

Le scuole italiane quindi devono accogliere tutti, avendo cura dei bisogni di ogni studente. Le scuole che non lo fanno si sottraggono al proprio dovere e costringono altre scuole a farsi carico del lavoro che si rifiutano di fare. E’ particolarmente odioso non solo che qualcuno si vanti di un primato negativo, ma che lo faccia a spese di chi invece non si astiene dal proprio dovere.

Nessuna scuola è un’isola,me devono essere gli studenti a scegliere una scuola, non viceversa. Di questo dovrebbero essere tanto più consapevoli quei licei classici che insistentemente, ma forse con poca consapevolezza, dichiarano di rappresentare il meglio della cultura del Paese.

La realtà è che il meglio della cultura del Paese è ovunque ci sia qualcuno che i problemi non li nasconde, ma li vive.

 

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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