Ars Aevi, Sarajevo, Europa. Il dialogo e l’integrazione passano attraverso la cultura
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Ars Aevi, Sarajevo, Europa. Il dialogo e l’integrazione passano attraverso la cultura

Ars Aevi, Sarajevo, Europa. Il dialogo e l’integrazione passano attraverso la cultura

Silvia Maria Carolo e’ la Menzione Speciale Storia e Cultura del Premio Helen Joanne “Jo” Cox per Studi sull’Europa, edizione 2018. Silvia Maria ha conseguito a pieni voti la laurea magistrale in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività Culturali presso l’ Università Cà Foscari di Venezia, con una tesi di straordinario interesse “Narrating Ars Aevi. Re-envisioning and Re-shaping the Contemporary Art Museum of Sarajevo in the Urban Space”. La tesi e le numerosi attivita’ di cui e’ ricco il curriculum di Silvia si contraddistinguono per la convinzione che l’armonica integrazione tra popoli passi anche attraverso la cultura. A cominciare da Sarajevo.

di Silvia Maria Carolo.

Mi chiamo Silvia Maria Carolo, sono nata e cresciuta a Vicenza, dove tuttora vivo, la città dei miei studi è Venezia: presso l’Università Cà Foscari ottengo una laurea di primo livello in Conservazione dei Beni Culturali, la laurea magistrale in Economia e Gestione delle Arti, oggi sono collaboratrice del Dipartimento di Management per un progetto di ricerca su sviluppo strategico e potenzialità di rete del sistema museale di Treviso. Negli anni universitari ho svolto attività di studio e lavoro a Berlino, come assistente di galleria, a Sarajevo, di cui parlerò tra poco, e poi a Lubiana, dove ho concluso da pochi mesi un tirocinio post-laurea presso il Museo di Arte Contemporanea. Mi appassionano i musei poiché sono osservatori privilegiati da cui assistere alle grandi trasformazioni dei nostri tempi. Nati nell’Europa dell’Ottocento con lo scopo di produrre e rafforzare le identità nazionali, mai come oggi si sono rivelati contenitori “stretti”, deboli nel trattenere le spinte di fenomeni quali tecnologia, migrazioni, mutamenti geopolitici, riformulazioni identitarie.

Oggi si interrogano continuamente sulla propria missione culturale, accolgono tali sfide, ridefiniscono storie e memorie, patrimoni e collezioni, pratiche e proposte. Da qui la curiosità di intraprendere un viaggio nel cuore dei Balcani, per comprendere le dinamiche di un progetto museale “in progress” come Ars Aevi, ancora oggi irrealizzato nelle forme di museo tradizionale, ma concepito venticinque anni fa, in un momento cruciale e drammatico per la storia europea, in una città che dell’Europa è specchio e simbolo di ricche complessità. Ars Aevi nasce infatti nella Sarajevo assediata dei primi anni Novanta, come forma di resistenza civile e culturale, simbolo di solidarietà per la città ferita e futuro luogo d’incontro per artisti internazionali.

Come visiting scholar della Venice International University (VIU) ho potuto riscoprire, sul campo, la storia del progetto museale, servendomi di materiale tratto da fonti inedite, svolgendo interviste e colloqui informali con lo staff e con numerosi operatori culturali e artisti attivi sul territorio. Conoscere così la città, percepirla nel processo di continua trasformazione di visione avvenuto negli oltre due decenni di progettualità, raccontarla poi attraverso Ars Aevi. Ripercorrere i momenti in cui la “forma museale” è stata ripensata e riplasmata al mutare dei contesti in cui il progetto si è trovato ad operare, soffermandomi sulla dimensione relazionale e la comprensione delle trasformazioni anche attraverso l’analisi degli attori coinvolti. Non solo musei e fondazioni culturali che hanno posto Ars Aevi al centro di un network museale europeo propulsore di offerte culturali coordinate e cooperative, ma anche partner istituzionali, enti governativi e organismi europei e internazionali, che hanno dato vita ad una sorta di “meccanismo di sopravvivenza” sorretto da risorse e politiche talvolta esterne e distanti.

La tesi è un frequente interrogarsi sul futuro di Ars Aevi, se possa esserci una fase finale di edificazione, quale forma assumerà, quali le istituzioni locali o internazionali che determineranno tale trasformazione
garantendone la sostenibilità. Quale la loro responsabilità in un ecosistema culturale come quello bosniaco, che risente inevitabilmente delle divisioni etniche esistenti sul piano costituzionale, e in cui l’offerta
culturale ufficiale è in realtà offerta “multiculturale”, secondo una comprensione etnico-religiosa del termine.

Spesso, ricorda l’antropologo Berardino Palumbo, il rischio di politiche di patrimonializzazione e museificazione è di creare “uno spazio asettico e temporale, dove tendono a essere messi in secondo piano quei punti iridescenti che producono tensioni e conflitti e nei quali, invece, più evidenti e concrete si fanno le poetiche sociali messe in atto da persone reali”. Quindi “l’omologazione in nome della peculiarità”, per
rincorrere risorse e adeguarsi a ciò che altrove è già consolidato; omologazione, in questo caso, dei linguaggi artistici e dei modelli museali contemporanei, di retoriche e di pratiche.

Ed è per questo che la tesi si interroga anche sulla scelta e sul ruolo, in tale contesto, dell’arte contemporanea, considerando la sua vocazione internazionale in relazione ai concetti di confine e divisione, ma anche il suo essere linguaggio capace di stimolare socialità e partecipazione. Questo sta già avvenendo, secondo Stefanie Kappler (2013) in numerose arene culturali di Sarajevo, mondi paralleli alla sfera ufficiale e ai circuiti istituzionali, piattaforme di incontro e di dialogo, dove il politico viene personalizzato e risituato nella sfera soggettiva delle persone, nella loro quotidianità e nel loro vissuto. In altre parole, dove i punti iridescenti rimangono vivi e brillanti, e dove è davvero possibile credere nell’arte, come potente motore di cambiamento.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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  • Interessante, me l'ero perso. Nel modenese non si parla che di bretelle, neanche potessero salvarci dalla perdizione. Francamente non vedo grossi cambiamenti in vista; stiamo solo insistendo a fare a bassissima velocità quello che facevamo con energia prima del 2009.

  • Dunque, in buona sostanza, la proposta è spingersi dove neanche la Buona Scuola ha osato: ancora più potere ai presidi, federalismo scolastico.... Nessuna risposta in merito al carattere ludocentrico dei neopedagogismi, alla panacea tecnologica, le vere cause della destabilizzazione della funzione docente ormai al servizio di quelli che la legge 107 definisce stakeholders, portatori di intetessi, ergo, clienti. Non ci sono più gli studenti: dunque, che senso ha rispettare gli insegnanti? Dare più poteri ai presidi, alle province e ai comuni che cosa risolverebbe? È una mentalità che deve cambiare. Galli della Loggia ha senz'altro esagerato, ma chi ha frequentato la scuola quando era seria, fa fatica a vedere lo scempio attuale.