Unione Europea, motore di innovazione e ricerca
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Unione Europea, motore di innovazione e ricerca

Unione Europea, motore di innovazione e ricerca

Francesco Foglia e’ la Menzione Speciale Economia del Premio Helen Joanne “Jo” Cox per Studi sull’Europa, edizione 2018. Francesco ha conseguito la laurea magistrale a pieni voti presso l’Universita’ della Calabria, dopo un brillante percorso accademico e una tesi di eccellenza con menzione alla carriera universitaria. Francesco e’ animato da sempre da una fortissima passione europeista, che si manifesta in numerose attivita’ di collaborazione con istituzioni europee e associazioni giovanili europeiste. E’ stato “Youth Regional Ambassador” presso la Federazione Europea degli Attori Regionali, Vincitore del “Premio Unione Europea Giovani Giornalisti” , organizzato dalla Commissione Europea, e Delegato MAB Youth Forum, UNESCO, Delta del Po, Italia.  iMille e il Comitato Scientifico del Premio Cox hanno ammirato in Francesco non solo la straordinaria bravura ma anche la passione mostrata nel portare con orgoglio l’ eccellenza del Sud Italia in Europa.

di Francesco Foglia.

L’Unione Europea investe ingenti risorse finanziarie a sostegno dell’innovazione e della ricerca al fine di stimolare la crescita dei paesi membri e di ridurre i divari di sviluppo che esistono a livello regionale. Non a caso, uno dei target della Strategia Europa 2020 è quello di investire in Ricerca e Sviluppo (R&S) il 3% del PIL. Questa intensità degli sforzi in attività innovative è molto eterogenea tra i paesi: basti pensare che nel 2015 l’Italia ha investito l’1,3% del PIL in R&S, a fronte del 2,9% della Germania e del 3,5% della Finlandia.
Le risorse che si stanno mobilitando per conseguire questo risultato comprendono sia gli 80 miliardi di euro del programma Horizon 2020, gestiti a livello centralizzato dalla Commissione europea, nonché le risorse dei fondi Strutturali e di Investimento Europei relativi dell’Obiettivo Tematico 1 (OT1) che ammontano a 65 miliardi di euro, di cui 45 provenienti dal bilancio pluriennale dell’Ue.

I principali beneficiari di queste ultime risorse sono la Polonia, a cui sono destinati 8,4 miliardi di euro (19,29% del totale), la Spagna (5 miliardi; 11,5%), la Germania (4 miliardi; 9,2%) e l’Italia che, con 3,99 miliardi, è destinataria del 9,1% delle risorse totali. La ripartizione dei fondi SIE dipende dal livello di sviluppo delle diverse aree dell’UE: se si considerano solo le risorse destinate ai programmi operativi regionali, si ottiene che più del 53% delle risorse dell’OT1 sono destinate alle regioni in ritardo di sviluppo, il 13,41% alle regioni in transizione, il 22,42% alle regioni più sviluppate e la restante parte, circa il 10%, è suddivisa tra programmi nazionali e di cooperazione interregionale.
La tesi presentata nell’ambito del Premio Jo Helen Cox per Studi sull’Europa, propone una valutazione ex-ante delle politiche per l’innovazione che le regioni europee hanno programmato di attivare nel ciclo di programmazione 2014-2020. L’analisi considera i risultati ottenuti utilizzando l’approccio controfattuale e un modello di equilibrio economico generale che consente di stimare l’effetto delle politiche sulle principali variabili macroeconomiche di ciascuna regione.

Il risultato atteso è che le politiche europee per la ricerca e innovazione stimolino la crescita dell’intera UE e, in particolare, delle aree più deboli. Pertanto, un tema cruciale, anche in vista della riforma della politica di coesione europea, è rappresentato dalla valutazione dell’impatto macroeconomico delle politiche per l’innovazione. È evidente che i responsabili politici e, in un’ottica di political accounting, i cittadini europei devono conoscere se e in che misura i finanziamenti pubblici sono efficaci a sostenere la crescita dei paesi e a ridurre le disparità di sviluppo tra le regioni europee. I risultati sono stati ottenuti utilizzando l’approccio del controfattuale e il modello macroeconomico Regional Holistic Model (RHOMOLO) sviluppato dalla Commissione Europea (Joint Research Center) che, nell’attuale versione, considera 267 regioni europee e disaggrega le economie regionali in cinque settori (agricoltura, produzione, costruzioni, servizi di business, finanza, servizi pubblici). In RHOMOLO, il settore della ricerca e sviluppo è modellato su base nazionale e genera esternalità positive (spillover tecnologici) che hanno un effetto diretto sulla produttività totale dei fattori (Total Factor Productivity, di seguito TFP) delle regioni di ciascun paese. Si assume che gli investimenti in R&D consentano a ciascuna regione di ottenere elevati livelli di assorbimento della tecnologia prodotta da altri e, quindi, di raggiungere più rapidamente la frontiera della conoscenza.
L’aspetto di originalità della mia tesi è stato considerare i dati delle variazioni della TFP regionale (Brandsma et al 2015) come uno shock esogeno degli equilibri macroeconomici e di utilizzare il modello RHOMOLO per simulare l’impatto delle politiche in R&S sulle principali variabili regionali. Per ciascuna di queste, i risultati sono espressi in termini di variazione percentuale tra il valore determinato dalla simulazione al 2023 e quello che avremmo ottenuto nello stesso anno in assenza delle politiche per la ricerca e l’innovazione. L’ipotesi di valutazione è che tutte le risorse programmate siano spese e che la qualità degli investimenti sia omogena tra le regioni nell’attuazione dei programmi di innovazione.

Rispetto allo scenario controfattuale di assenza della politica, nel 2023 ci si aspetta un incremento del PIL europeo dello 0,7%, che aumenta all’1,6% quando si considerano solo le regioni in ritardo di sviluppo. Quest’ultimo risultato è coerente con le aspettative sia perché le regioni più povere ricevono maggiori aiuti pubblici sia perché si suppone che tanto più lontana è la regione dalla frontiera tecnologica, tanto maggiore è il potenziale di assorbimento e imitazione del progresso tecnologico prodotto altrove (Brandsma et al 2015). Per quanto riguarda l’Italia, il PIL crescerebbe in media dello 0,49%, con un impatto rilevante nel Mezzogiorno (+1,02%) e modesto nel Nord (+0,16%) e nel Centro (+0,17%) del paese.
A livello di singoli paesi, invece, le variazioni del PIL saranno elevate in Estonia (+2,59%), Polonia (+2,46%), Lettonia (+2%), Lituania (+1,89%), Repubblica Ceca (+1,72%), Bulgaria (+1,55%), mentre il PIL registrerà variazioni molto più contenute in Olanda (+0,21%), Danimarca (+0,25%) e Belgio (+0,28%). Relativamente alle regioni europee, la variazione attesa del PIL regionale varia dal massimo (+5,09%) osservato nel caso della regione polacca di Lubelskie ad un valore negativo (-0,2%) che si avrebbe nella regione portoghese Madeira. È interessante notare che tassi di crescita superiori al 3% si avrebbero nel caso di cinque regioni della Polonia.

Aggregando le regioni per livello di sviluppo, si ha che le regioni europee più sviluppate potrebbero registrare una crescita media del PIL dello 0,17%, mentre per quelle meno sviluppate o in transizione il tasso di variazione medio è pari all’1,49%. Considerando le regioni italiane, le performance migliori sono registrate dalla Puglia (+2,32%) seguita dalla Calabria (+1,63%), dalla Sicilia (+1,57%) e dalla Basilicata (+0,46%). È evidente che, a parità di altre condizioni, le politiche a sostegno dell’innovazione e della ricerca potranno generare riduzioni dei divari di crescita delle regioni europee contribuendo a ridurre il divario di PIL aggregato che si osserva tra le regioni del Nord e del Sud Europa.

Soprattutto in vista della definizione e degli obiettivi del bilancio pluriennale dell’Ue per il 2021-2027 – su cui pesa in maniera rilevante la Brexit – i policy maker europei dovrebbero tener conto dei benefici attuali e potenziali derivanti dall’investimento in attività innovative di ricerca e sviluppo, tramite cui l’Unione europea può ridurre il gap di competitività non solo tra le sue regioni ma anche nei confronti delle altre maggiori economie mondiali.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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  • Interessante, me l'ero perso. Nel modenese non si parla che di bretelle, neanche potessero salvarci dalla perdizione. Francamente non vedo grossi cambiamenti in vista; stiamo solo insistendo a fare a bassissima velocità quello che facevamo con energia prima del 2009.

  • Dunque, in buona sostanza, la proposta è spingersi dove neanche la Buona Scuola ha osato: ancora più potere ai presidi, federalismo scolastico.... Nessuna risposta in merito al carattere ludocentrico dei neopedagogismi, alla panacea tecnologica, le vere cause della destabilizzazione della funzione docente ormai al servizio di quelli che la legge 107 definisce stakeholders, portatori di intetessi, ergo, clienti. Non ci sono più gli studenti: dunque, che senso ha rispettare gli insegnanti? Dare più poteri ai presidi, alle province e ai comuni che cosa risolverebbe? È una mentalità che deve cambiare. Galli della Loggia ha senz'altro esagerato, ma chi ha frequentato la scuola quando era seria, fa fatica a vedere lo scempio attuale.

  • I diritti delle minoranze riguardano tutti, soprattutto in un periodo così nero. Tornerà il sole, e con esso l'arcobaleno.