“Ciò che ci unisce è molto più forte di ciò che ci divide”
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“Ciò che ci unisce è molto più forte di ciò che ci divide”

“Ciò che ci unisce è molto più forte di ciò che ci divide”

Rosanna Accettura e’ la vincitrice del Premio Helen Joanne “Jo” Cox per Studi sull’Europa, edizione 2018. Rosanna ha conseguito la laurea magistrale in Relazioni Internazionali all’Universita’ LUISS Guido Carli di Roma e si e’ distinta, oltre che per i suoi studi brillanti e la sua eccellenti tesi magistrale in economia internazionale, per la partecipazione a movimenti e iniziative a sostegno di un’Europa inclusiva e solidale. Rosanna ricevera’ il Premio Jo Cox a Roma il 6 febbraio presso la Nuova Sala dei Gruppi – Camera dei Deputati, alla presenza di membri delle istituzioni, dell’accademia e della policy.

di Rosanna Accettura.

In uno scritto tratto dagli Archivi Storici dell’Unione Europea Altiero Spinelli commentava con simpatia una vignetta apparsa sul Times, in cui un leone, una tigre, un boa e diversi altri animali si prendevano gioco di una grossa giovenca, con il marchio C.E.E. stampato sul corpo, e la schermivano per essere soltanto un animale economico e non politico, senza accorgersi che dietro la grossa mucca sbucava un coccodrillo. La storia europea ha fatto grandi passi da allora verso una Unione sempre più stretta, come recita il preambolo al Trattato di Roma del 1957. Tuttavia, l’ultimo decennio, drammaticamente segnato dalla crisi economica, dalla crisi migratoria, e dalla crescente minaccia terroristica ha messo a dura prova il progetto funzionalista e ha aperto il vaso di pandora della disgregazione dei movimenti cosiddetti anti-europeisti e del nazionalismo gretto. Se al sorgere del progetto europeo dalle ceneri della guerra, l’Europa era considerata come la promessa di qualcosa in più, oggi invece rappresenta per molti il rischio di perdere qualcosa, di impoverirsi economicamente e di smarrire l’identità culturale e storica nazionale.

A questo malumore, a questa sfiducia e incertezza si contrappone lo spirito del coccodrillo, quell’afflato politico federalista di matrice spinelliana, mai compiutamente realizzatosi, che resta il motore dell’integrazione europea a piccoli passi e l’ideale a cui tendere per dare una risposta concreta all’annichilimento spirituale dell’Europa. L’Unione si fonda e si riconosce in quanto unità storica e politicamente determinata, nel rispetto della dignità umana, dei diritti umani, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto. È precisamente questo comune sentire pluralista e solidale che ha guidato il mio percorso accademico e di vita, dalla laurea magistrale in Relazioni Internazionali conseguita presso l’Università LUISS Guido Carli, all’Erasmus presso il prestigioso Istituto di Studi Politici di Parigi, più noto come “Sciences Po”, all’impegno personale come membro dello staff dell’Associazione Europea di Studi Internazionali e di recente come co-fondatrice della Euro-Mediterranean Youth Academy, un progetto che vedrà a breve la luce e che si propone di creare in Puglia la prima Accademia Euro-Mediterranea su diritti umani e migrazione, in collaborazione con il World Peace Forum.

La profonda adesione ai valori identitari dell’Unione ha dunque ispirato i miei studi proprio come ispirava la giovane deputata inglese Helen Joanne Cox, che ergiamo a simbolo della necessaria unità europea, in memoria della sua strenua battaglia contro l’uscita del Regno Unito dall’Unione. Sono felice di poter richiamare le parole di Jo Cox in occasione del suo Maiden Speech per spiegare in che modo la riflessione sull’importanza dei comuni valori europei, abbia giocato un ruolo importante nell’indurmi ad approfondire il tema dell’efficacia delle misure restrittive dell’Unione operanti nell’ambito della politica estera e commerciale.
Il primo discorso formale alla Camera dei Comuni della deputata laburista viene spesso ricordato per il monito rivolto ai parlamentari affinché avessero bene a mente che ciò che la popolazione britannica condivideva con la popolazione immigrata di origine europea e non, era molto più forte di ciò che avrebbe potuto dividerli. Quell’invito risuona ancor più distintamente se si considera la sua campagna a non confondere il voto del “Leave” con un voto per arginare i flussi migratori, sostenendo che la questione migratoria potesse essere meglio affrontata rimanendo saldamente nell’Unione Europea. Pur riconoscendo l’impatto emotivo di queste affermazioni, c’è un altro aspetto del discorso di Jo Cox che merita di essere considerato e che è perfettamente in linea con la domanda di ricerca della mia tesi di laurea. Nel suo Maiden Speech la deputata inglese si schierava apertamente a favore delle imprese della sua constituency elettorale, che chiedevano a gran voce di rimanere nell’Unione per ragioni prevalentemente commerciali.

Questo implicito riconoscimento della forza dell’UE come spazio di libera circolazione delle merci, dei servizi, dei capitali e delle persone, unito alla difesa della deputata del Bremain in virtù di quei valori politici della democrazia liberale e dello stato di diritto propriamente europei, ci pone dinanzi ad un interrogativo cui non possiamo fare a meno di rispondere: in che misura il mercato unico europeo, che sancisce l’indiscutibile forza commerciale dell’Unione, può tradursi in assertività politica e nella capacità dell’Europa di far valere la propria voce in politica estera sulla base dei valori fondanti enunciati nei Trattati? La posizione dell’Europa a 27 nel commercio internazionale è sufficiente a corroborare l’azione esterna dell’Unione, quale attore politicamente unitario? O al contrario, l’Europa è destinata ad essere “un gigante economico e un nano politico”, fintantoché non ci vestiamo di quei valori, che sono la nostra identità europea, per realizzare un progetto politico che si avvicini almeno agli Stati Uniti d’Europa?

Benché la risposta possa sembrare ovvia, con la mia tesi di laurea mi sono chiesta se fosse possibile risolvere il quesito non soltanto sulla base di pure speculazioni teoriche, ma anche sulla base di dati quantitativi e prove fattuali. In tal senso, ho studiato l’impatto della politica sanzionatoria europea in termini di capacità di modificare il comportamento deviante dei paesi target oggetto di sanzioni. Queste ultime pur essendo uno strumento dell’azione esterna europea hanno un contenuto fortemente economico, dal momento che la loro effettività è connessa all’intensità delle relazioni commerciali e finanziarie con i paesi sanzionati. Pertanto, ho potuto accertare che nonostante l’ingente costo economico che le sanzioni europee riescono a imporre, riducendo i flussi commerciali con i paesi target quasi del 50%, esse non inducono tali paesi a ritornare sui propri passi ed a conformarsi agli standard internazionali di pace e stabilità. La rimozione delle misure restrittive contro l’Iran appare come l’unico caso di successo della politica sanzionatoria, un’eccezione che conferma la regola per cui nonostante la sua forza commerciale l’Unione può agire compiutamente come game changer nelle relazioni internazionali solo quando sussiste un’unità di intenti politici, solo quando essa riesce ad agire propriamente da “animale politico”. Tale condizione potrà darsi quando l’Unione sarà tenuta insieme da un inclusivo patto politico tra i cittadini, fondato sui principi di democrazia, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, non già sulle particolari tradizioni storiche di ciascuno stato membro, che pure vanno preservate.

Credo sinceramente che noi giovani cittadini europei possiamo farci costruttori di questo ambizioso progetto, lavorando instancabilmente sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto, da Spinelli a Monnet a Ada Rossi e Simone Weil, e ricordando l’impegno di uomini e donne dei nostri giorni, come Jo Cox, che hanno avuto il coraggio di scendere in campo per l’Europa.

 

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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  • Interessante, me l'ero perso. Nel modenese non si parla che di bretelle, neanche potessero salvarci dalla perdizione. Francamente non vedo grossi cambiamenti in vista; stiamo solo insistendo a fare a bassissima velocità quello che facevamo con energia prima del 2009.

  • Dunque, in buona sostanza, la proposta è spingersi dove neanche la Buona Scuola ha osato: ancora più potere ai presidi, federalismo scolastico.... Nessuna risposta in merito al carattere ludocentrico dei neopedagogismi, alla panacea tecnologica, le vere cause della destabilizzazione della funzione docente ormai al servizio di quelli che la legge 107 definisce stakeholders, portatori di intetessi, ergo, clienti. Non ci sono più gli studenti: dunque, che senso ha rispettare gli insegnanti? Dare più poteri ai presidi, alle province e ai comuni che cosa risolverebbe? È una mentalità che deve cambiare. Galli della Loggia ha senz'altro esagerato, ma chi ha frequentato la scuola quando era seria, fa fatica a vedere lo scempio attuale.