Controinformazione
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di Corrado Truffi.

Nell’aprile del 2012, sollecitato da una polemica sull’interpretazione delle “stragi di Stato”, da Piazza Fontana in poi, ho fatto una riflessione, che per molti versi trovo ancora assai attuale, sulle motivazioni di fondo che portano alla diffusione, ubiqua perché presente tanto fra i reazionari quanto a sinistra, di una sostanziale sfiducia nello Stato, nelle istituzioni e nei loro rappresentanti.

Continuo in quella riflessione, integrandola con un altro e complementare aspetto. Così come la giusta diffidenza per il “doppio Stato” che ha generato la stagione dello stragismo si è progressivamente trasformata in una semplificatoria sfiducia nello Stato tout-court e nell’antipolitica, in modo simile la forza della controinformazione e del giornalismo d’inchiesta si sono convertite, oggi, nel loro esatto contrario, in un mondo che fa passare la disinformazione per controinformazione. Ma forse, a ben riflettere, siamo esattamente nella situazione di allora, con la sola triste differenza che oggi il potere della controinformazione sembra molto più debole, e la disinformazione è ancora in grado di farsi passare per informazione corretta.

MI spiego.

Piazza Fontana fu preceduta, nel 1965, da un convegno all’Istituto Pollio al quale parteciparono numerosi protagonisti della stagione stragista: Pino Rauti e Stefano Delle Chiaie, il generale Giuseppe Aloia, il colonnello Amos Spiazzi, il celebre e famigerato Guido Giannettini. In quel convegno si posero le basi anche teoriche della strategia mediatica della tensione. Molto semplicemente, la colpa di ogni violenza doveva essere data ai movimenti di sinistra, e la tensione, le stragi e gli orrori dovevano essere usati per veicolare una potente richiesta di ordine e sicurezza. Piazza Fontana, infatti, è prima di tutto la strage di cui sono accusati Valpreda e Pinelli, gli anarchici, anche se come ben sappiamo è ormai ampiamente provato che fu strage fascista realizzata con il supporto di pezzi deviati dello Stato (il doppio Stato, appunto).

Per un periodo non breve, la stampa mainstream ha dato nei fatti supporto a questa strategia di disinformazione, ma abbastanza presto è successo qualcosa di molto importante. Da un lato il giornalismo d’inchiesta ha cominciato a capire che qualcosa, nella narrazione “ufficiale”, non funzionava. Dall’altro l’effetto evidente della strage e della strategia della tensione – chiudere gli spazi di lotta aperti dai movimenti del ’68 e soprattutto dall’autunno caldo operaio – suggeriva alla sinistra l’acuta percezione della necessità di reagire a quello che era con tutta chiarezza un attacco “reazionario”. E, infine, un nuovo giornalismo dal basso, dichiaratamente antagonista, ricostruiva una vera controinformazione. Il celebre libro collettivo “Strage di stato”, del giugno 1970, non solo fornisce il nome con il quale chiamare ciò che stava accadendo, ma mette assieme una notevole mole di informazioni che decostruiscono efficacemente il racconto ufficiale. Ci sono, in quella ricostruzione, grandi errori dovuti anche ai depistaggi incrociati degli apparati dello stato deviati – in parziale lotta fra loro – ma il risultato complessivo di questo lavoro, come del lavoro del giornalismo d’inchiesta su testate come L’Espresso, è che ben presto la strategia di disinformazione connessa alla strategia della tensione perde di efficacia. Il senso comune è che le stragi siano fasciste o, peggio, di Stato.

In breve, alla fine di quel periodo tanto il giornalismo alternativo ed antagonista, quanto una parte non piccolissima di quello più istituzionale (si pensi al Corriere di Piero Ottone) hanno sostanzialmente fatto il loro mestiere di “cani da guardia della democrazia”. Per nostra fortuna.

Non so quale sia la data esatta dell’equivalente odierno del convegno dell’Istituto Pollio del 1965, però ho l’impressione che il modo con cui la Casaleggio e Associati ha pianificato, almeno dai primi vagiti del blog di Grillo, la propria strategia di disinformazione camuffata da controinformazione debba molto a quella logica. Al contempo, quella strategia sfrutta proprio l’esperienza della vera controinformazione, per quel tanto di “antagonistico” e di “sinistra” che ha inserito nel suo sapiente mix di temi.  Il lavoro di decostruzione dell’informazione ufficiale, la sistematica raccolta di informazioni “alternative” e “dal basso”, atte a contrastare la verità ufficiale, sono state diffuse e hanno acquistato credibilità presso moltissimi utenti adottando tecniche molto simili a quelle utilizzate a suo tempo da chi faceva controinformazione in modo sincero ed onesto – anche se spesso ingenuo. Progressivamente, con una regia che retrospettivamente appare davvero di grande abilità, si è passati da contestazioni credibili della “verità ufficiale” (campagne ecologiste spesso ben fondate, attenzione ai diritti dei piccoli azionisti, consumerismo attivo, ecc.), ad una costruzione di una verità alternativa sempre più lontana dalla realtà dei fatti, sistematicamente orientata al messaggio anti-casta e all’azione di discredito e dileggio di qualsiasi politico di qualunque schieramento. Il tutto condito da un complottismo che sembra la caricatura (avete presente la celebre faccenda della storia tragedia e poi farsa?) dei ben altrimenti fondati sospetti di complotti degli apparati deviati dello Stato.

Ovviamente, il contesto odierno è profondamente diverso, in termini tecnologici ma anche in termini di gravità e drammaticità (le fake news odierne trattano di sacchetti biodegradabili, quelle di allora di bombe che uccidevano). Tuttavia quello che mi impressiona è come a fronte dell’attacco potente e ben orchestrato della disinformazione venduta come controinformazione, la risposta del giornalismo d’inchiesta, così come quella delle forze democratiche, sembri davvero debole. Certo, c’è il Foglio, c’è ilPost e ci sono alcuni rari giornalisti come Jacobo Iacoboni de La Stampa che provano a svelare l’imbroglio, ma complessivamente sembra che il mainstream giornalistico italiano tenda ad accettare buona parte delle “verità” della strana neolingua anticasta. È troppo recente la doppia affermazione dei “governi non eletti da nessuno” ripetuta a pappagallo da paludati editorialisti di Repubblica e Corriere della Sera, per non dover pensare che la disinformazione, per ora, abbia vinto su tutta la linea.

Lo so, è poco credibile fare controinformazione stando al governo – come sta provando a fare il PD con la sua iniziativa del rapporto periodico sulle fake news. Probabilmente è anche per questo che non riesce a scattare il meccanismo della stampa cane da guardia del potere. Eppure una buona stampa dovrebbe essere in grado di svelare il falso dovunque sia, non solo i falsi di governo.

Glossarietto commentato a mo’ di conclusione:

Controinformazione: attività giornalistica indipendente e dichiaratamente antagonista rispetto all’informazione ufficiale e agli assetti di potere correnti. Tipicamente “di sinistra” alle sue origini. Ma se oggi fai una ricerca su google, trovi molti siti di destra estrema, o di follie ipercristiane, che dicono di fare controinformazione.

Disinformazione: il contrario di informazione o, più propriamente, attività svolta coscientemente per indurre idee e atteggiamenti utili alla propria causa.

Giornalismo d’inchiesta: giornalismo tradizionale realizzato secondo una rigorosa etica professionale e una sufficiente indipendenza di giudizio, legato a un impegno civile evidente ma non necessariamente ideologico.

Non vorrei trovarmi, dopo il 4 marzo, a dover sperare nella rinascita di una vera controinformazione. Preferirei di gran lunga potermi accontentare di veder svilupparsi fin da subito un buon giornalismo d’inchiesta.

 

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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1 comment

  1. VERISSIMO. pERò SE DIETRO LA STRATEGIA DELLA TENSIONE C’ERANO PEZZI DI SERVIZI DEVIATI, VIENE DA PENSARE CHE IL MANCATO FACT CHECKING E L’ACCETTAZIONE SUPINA DELL’IDEOLOGIA GRILLINA GODANO PURE LORO DI COPERTURE IN ALTO. aNCHE DA PARTE DI PEZZI DELL’ESTABILISHMENT DI ” SINISTRA”. iNSOMMA, ABBIAMO SAPUTO DELLE “CENE ELEGANTI”, DELLE HOLDING INTESTATE A PRESTANOMI CON CUI BERLUSCONI HA COMINCIATO LA SUA ATTIVITà IMPRENDITORIALE, MA SULLA CASALEGGIO ASSOCIATI NIENTE. ORA, LA cASALEGGIO E I SUOI SITI SONO IL BRETIBART ITALIANO, MA SONO DAVVERO CASALEGGIO JR. E GRILLO I BANNON ITALIANI?

    Marino Panzanelli

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  • Interessante, me l'ero perso. Nel modenese non si parla che di bretelle, neanche potessero salvarci dalla perdizione. Francamente non vedo grossi cambiamenti in vista; stiamo solo insistendo a fare a bassissima velocità quello che facevamo con energia prima del 2009.

  • Dunque, in buona sostanza, la proposta è spingersi dove neanche la Buona Scuola ha osato: ancora più potere ai presidi, federalismo scolastico.... Nessuna risposta in merito al carattere ludocentrico dei neopedagogismi, alla panacea tecnologica, le vere cause della destabilizzazione della funzione docente ormai al servizio di quelli che la legge 107 definisce stakeholders, portatori di intetessi, ergo, clienti. Non ci sono più gli studenti: dunque, che senso ha rispettare gli insegnanti? Dare più poteri ai presidi, alle province e ai comuni che cosa risolverebbe? È una mentalità che deve cambiare. Galli della Loggia ha senz'altro esagerato, ma chi ha frequentato la scuola quando era seria, fa fatica a vedere lo scempio attuale.