Il giorno che sono diventato uomo
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Il giorno che sono diventato uomo

Il giorno che sono diventato uomo

di Emidio Picariello.

Molti anni fa avevo una fidanzata, o forse dovrei dire “fidanzatina”, perché eravamo davvero giovani. Per qualche strano motivo eravamo diventati amici di una coppia più grande, con dei figli. Potevano avere al tempo l’età che ho io adesso, forse qualche anno meno. Dopo un po’ io e la mia fidanzatina ci lasciammo (lei mi lasciò, per essere precisi) e gli amici anche si lasciarono. Capitò che per pochissime volte io e la donna che aveva fatto parte di questa coppia uscimmo insieme. Non in quel senso, mi faceva compagnia in un momento particolarmente buio e mi offriva le prime sigarette della mia vita. E io le raccontavo della mia tristezza, e lei della sua ritrovata libertà.

Me la sento di raccontare questa storia perché sono passati moltissimi anni e sono abbastanza sicuro del fatto che praticamente nessuno abbia degli elementi per riconoscere la persona in questione. Fu una frequentazione brevissima in un periodo in cui ero abbastanza isolato dal resto del mondo.

Vengo da una famiglia molto religiosa, ho perfettamente memoria del fatto che lo stupro – come tutte le cose relate al sesso – fosse talmente vergognoso da preferirgli una pietosa morte. Per la vittima, intendo. L’idea che peggio di tutto fosse essere stuprata, che sopravvivere allo stupro fosse psicologicamente impossibile era ben radicata nella mia testa. Ma soprattutto lo stupro era solo la sopraffazione di uno sconosciuto in un posto buio.

Una sera questa mia amica adulta mi raccontò che aveva fatto un sogno, aveva sognato di essere stata aggredita da un serpente. Poi mi disse che sapeva anche perché aveva fatto quel sogno. Era un periodo che usciva con diversi uomini. Una sera aveva preso appuntamento con uno di questi per uscire, era pronta per andare a cena, ma lui le aveva detto che non voleva uscire, le aveva afferrato un braccio e poi l’aveva portata in camera da letto. Lì avevano fatto sesso. Per l’esattezza lei lo aveva subito. Lei non si era opposta, era rimasta annichilita da quel gesto violento, aveva avuto paura e l’aveva lasciato fare.

Non l’aveva denunciato, si era limitata a tenersene a debita distanza da lì in avanti e a parlarne con lo psicologo. Ecco, quello è il giorno che ho capito che cosa fosse lo stupro, davvero. Ho capito, perché quella persona me lo stava raccontando e potevo vederlo nei suoi occhi, il dolore di vedere la propria integrità fisica violata, di essere succube del potere violento di un’altra persona. Ma soprattutto ho capito la enorme sfumatura, il grigio, ho capito che cosa è violenza. La mia amica non esculdeva che dopo cena sarebbe potuta andare a letto con quell’uomo, eppure era stata a tutti gli effetti violentata.

Nel mio mondo, fino a quel momento, la donna era vittima sacrificale/sacrificata o niente. Per mia fortuna, il fatto di essere un maschio ventenne non mi aveva neppure costretto a preoccuparmene davvero. Quel giorno, invece, fumando una delle prime sigarette della mia vita, chiacchierando con quella mia amica, ho capito che cosa significava la paura. L’ho capito attraverso il racconto profondo di un dolore. Quella persona mi ha fatto un dono grande, un dono che non si può pretendere da chiunque abbia subito violenza, e non si può pretendere che chi ha subito violenza lo faccia tutti: sarebbe ancora un’altra violenza.

Quello che posso fare oggi è capire, quello che non posso fare è provare gli stessi sentimenti delle donne. Temo che la maggior parte degli uomini stia, con i propri commenti sprezzanti, rispondendo a un’emozione che non comprende e che non può comprendere. Nessuno di noi è cresciuto con la paura che accompagna una donna. Ce la possono raccontare, ho potuto vederla in quel racconto e negli altri che le altre donne hanno scelto di condividere, ma non posso provare quel sentimento così radicato nella vita di ogni donna. Credo che la maggior parte delle reazioni scomposte siano dovuto proprio al tentativo di tenere quella sensazione che non riusciamo a provare il più lontano possibile, in modo da rassicurarci: non siamo noi a essere poco empatici, sono loro che ci sono state. Invece questo è il momento di stare lì, di stare nell’insicurezza e nella paura, nell’incapacità di sentire le stesse cose di queste donne: possiamo solo ascoltare e provare a capire.

Non si può pretendere che una donna racconti e  denunci, soprattutto perché il trattamento che aspetta chi denuncia l’abbiamo visto in questi giorni sui giornali, e l’abbiamo visto sentendo i discorsi da bar, quelli che si fanno nei bar e quelli, ugualmente da bar, che si fanno sui social network. Quello che dovremmo dire a chi invece alla fine trova il coraggio di raccontare e denunciare, per esempio ad Asia Argento, per dirne una, oggi, soprattutto noi uomini, è “grazie”. Grazie per averci aperto un mondo di dolore, di sopraffazione, un mondo al quale noi uomini, per una fortuna che non apprezziamo abbastanza, abbiamo quasi solo accesso solo attraverso i racconti di chi quella sopraffazione e quel dolore li ha subiti. Approfittate di quel racconto per diventare finalmente uomini.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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