Enti locali. Restituire autorevolezza agli enti intermedi?
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Enti locali. Restituire autorevolezza agli enti intermedi?

Enti locali. Restituire autorevolezza agli enti intermedi?

di Marco Pompilio.

A costo di apparire pedante penso sia necessario tornare sulle considerazioni post-referendum costituzionale che avevo sviluppato in più interventi su questa testata nella prima parte dell’anno, fino all’ultimo pubblicato il 24 luglio dove avevo provato ad avanzare qualche proposta per aggiornare la Legge Delrio. Nel clima ormai da campagna elettorale il tema delle province non è popolare e quindi non viene affrontato. Eppure le province così come sono, lasciate nel limbo tra cancellazione e referendum bocciato, non servono praticamente a nulla. Non ne soffrono solo le strade, le scuole e alcuni servizi sociali, aspetti di cui ormai tutti si sono resi conto, ma ne soffrono il territorio, il paesaggio e l’economia, anche se questi effetti diventeranno evidenti più avanti, a danni ormai fatti. Un discorso analogo a quello sviluppato in queste righe vale anche per le città metropolitane, l’istituzione delle quali è stata sbandierata come un fiore all’occhiello della Legge Delrio.

Le province dovrebbero, fornendo servizi tecnici di supporto, aiutare i comuni ad associarsi per svolgere in modo più efficace le funzioni locali, e dovrebbero continuare a svolgere le funzioni di area vasta più strategiche come la pianificazione del territorio. Ma il palese conflitto di interessi derivante dalla presenza degli amministratori comunali negli organi provinciali svuota di autorevolezza l’ente intermedio, che non riesce più ad essere credibile nelle attività di supporto ai comuni, e che non riesce ad affrontare i temi di area vasta con il necessario distacco dagli interessi locali.

La Legge Delrio ha rivoluzionato l’ente intermedio e i rapporti tra i livelli istituzionali, introducendo aspetti interessanti ma anche controversi. Tra gli aspetti interessanti vi è il ridisegno degli organi dell’ente intermedio, con l’eliminazione della Giunta, l’assegnazione di compiti diversi a Presidente e Consiglio, e l’introduzione dell’Assemblea dei Sindaci. Per esempio, l’eliminazione della Giunta, e quindi degli Assessorati, consente finalmente, o consentirebbe, di superare la rigida organizzazione per settori separati, che tanti danni ha creato all’azione delle province frenando un approccio più interdisciplinare e strategico, del quale il governo del territorio ha grande bisogno. Il condizionale è d’obbligo essendo tutte queste novità organizzative rimaste praticamente inutilizzate, non avendo trovato spazio nei nuovi statuti che le province si sono date in attuazione della legge. Percorrendo la strada più facile le nuove province hanno replicato i modelli abituali, arrivando persino a riprodurre attraverso stratagemmi artificiali le modalità operative delle giunte cancellate dalla legge.

Ci sono poi gli aspetti controversi. La foga di anticipare la cancellazione delle province ha portato a svuotare l’ente intermedio di risorse e di efficacia operativa, creando un forte sbilanciamento dei poteri, e un livello intermedio di governo troppo debole, non più in grado di svolgere la delicata funzione di snodo, di cerniera di trasmissione, tra strategie regionali e operatività comunale. Ora che la riforma Costituzionale è stata bocciata, lo sbilanciamento tra i diversi livelli amministrativi è divenuto palese, e senza sbocco.

Tutte le riforme radicali, come la Legge Delrio, hanno necessità di manovre correttive di messa a punto, è difficile che riescano a funzionare bene da subito. Bisogna intervenire per riequilibrare i poteri decisionali all’interno dell’ente affinché il livello intermedio di governo torni ad avere l’autorevolezza necessaria per svolgere al meglio il proprio ruolo di raccordo interistituzionale.

Una provincia debole costringe la regione ad occuparsi per sussidiarietà di coordinamento di area vasta, cosa per la quale le regioni non sono strutturalmente adatte, specie quelle di maggiori dimensioni. Una provincia debole non serve ai comuni, che necessitano di un coordinamento cui riferirsi per decidere le priorità sugli aspetti di area vasta. Una totale ed indisturbata autonomia danneggia i comuni che hanno bisogno di certezze nel contesto territoriale in cui sono collocati, sapendo che c’è chi vigila sul rispetto delle regole di area vasta fissate nei PTCP.

Per ovviare a questa situazione alcuni, in modo semplicistico, chiedono di tornare al sistema di rappresentanza diretta precedente alla Legge Delrio. Ma tornare indietro sarebbe ormai troppo complesso, e significherebbe vedere riemergere difetti organizzativi e pesantezze operative delle vecchie province, che si vuole invece superare cogliendo l’occasione di questa riforma introdotta nel 2014.

Tuttavia le Province non possono continuare nella situazione attuale, il Paese ha bisogno di una Pubblica Amministrazione efficace, affidabile nei risultati e nei tempi, che costituisca valore aggiunto per i servizi erogati, non un fardello improduttivo, soffocante per le capacità competitive delle aziende. La Legge Delrio necessita di essere aggiornata al più presto. Se i comuni non riescono nell’attuale situazione a darsi un’organizzazione associativa credibile, pur essendo padroni dentro gli organi provinciali, e se le regioni non sono strutturate per assumere in via sussidiaria i compiti di coordinamento di area vasta che le province non riescono più a svolgere, si deve pensare di formare all’interno della provincia un nucleo di competenze che garantisca che gli aspetti di area vasta più strategici vengano gestiti con adeguata autonomia rispetto agli interessi locali. Un nucleo che potrebbe, per esempio, tenere sotto controllo gli aspetti di area vasta che in modo più diretto sono connessi con le competenze esclusive dello Stato. Per esempio le funzioni “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali” di cui alla lettera s dell’art 117 Cost.

Le decisioni sui grandi insediamenti, sul consumo di suolo agricolo, sulle infrastrutture, riguardano la conformazione dei suoli, competenza comunale, e altre competenze di interesse tipicamente regionale. Ma toccano anche aspetti paesaggistici e ambientali, hanno a che fare con il consumo di risorse scarse e non riproducibili e con altri aspetti soggetti al rispetto degli obiettivi dei trattati internazionali (come gli obiettivi 2030 della UE). Se si vuole concretamente garantire la possibilità di rispettare tali trattati la pianificazione locale deve essere tenuta per questi temi sotto controllo. Il compito sarebbe troppo complesso per un Ministero, ma anche le regioni si sono in genere dimostrate inefficaci. Si pensi per esempio all’insuccesso delle regioni nell’imporre una riduzione del consumo di suolo nei piani comunali, anche nelle regioni più esperte nei temi di governo del territorio. Su temi come la riduzione delle emissioni di CO2, il consumo di energia prodotta da combustibili fossili, gli standard di qualità dell’aria, ecc. le strutture tecniche della provincia potrebbero fungere da braccio operativo dello Stato, riferendosi direttamente ai ministeri competenti.

Qualcuno storcendo il naso evocherà il pericolo di una deriva tecnocratica. Il termine ha in questo Paese accento spregiativo, mentre non lo è affatto in altre nazioni come la Francia o il Regno Unito. Nelle province esistono competenze tecniche molto qualificate in diverse discipline specialistiche, per esempio sulle strade e sulla pianificazione del territorio. Resistono ancora nonostante la situazione di stallo e depauperamento operata in questi ultimi tre anni dalla Legge Delrio, con dirigenti e validi tecnici spostati in altri enti o pensionati senza ricambio. Ma la situazione non può durare a lungo, anche le competenze esistenti svaniranno se non si fa nulla per ravvivarle e dare loro continuità e prospettive.

 

 

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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