La sharing economy al bivio: capitale monopolistico o vera decrescita felice?
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La sharing economy al bivio: capitale monopolistico o vera decrescita felice?

La sharing economy al bivio: capitale monopolistico o vera decrescita felice?

di Corrado Truffi.

 

Provo a riprendere le fila del faticoso ragionamento che sto facendo attorno al lavoro del futuro (ossia, ci sarà lavoro nel futuro?), che ho indagato dal lato del reddito di cittadinanza, dal lato dei tassisti e di Uber, e su cui ora voglio tornare approfondendo ancora l’angolazione della sharing economy e delle sue promesse, temo non del tutto mantenute.

Vediamo, quindi, prima di tutto di definire l’ambito e di vedere le potenzialità della sharing economy. Descriviamola nei suoi aspetti più promettenti: la condivisione di beni e servizi abilitata da piattaforme informatiche per il contatto peer to peer di singoli, al tempo stesso consumatori e produttori, rende possibile:

  1. Saltare gran parte dell’intermediazione, limitata alla piattaforma, e quindi ridurre i costi dei beni e servizi offerti;
  2. Migliorare l’uso delle risorse esistenti: se affitto una stanza vuota, se condivido la mia auto con altri, se un condominio si compra un trapano in comune, il tasso di utilizzo di questi “impianti” aumenta. Ancora di più, se le persone smettono di comprare auto perché è più conveniente affittarle con il car sharing a libero servizio, ho ottenuto nel consumo quello che qualunque impresa tenta di fare nella produzione: la massimizzazione dell’utilizzo degli impianti. E, in più, ho ridotto drasticamente il peso ambientale delle automobili nelle aree urbane e la produzione di beni “inutili”.
  3. Aumentare il potere dei consumatori: ogni piattaforma di sharing funziona se funziona la sua community, e la community valuta continuamente il servizio reso da ciascun membro. Chi opera male viene sanzionato perché le recensioni non perdonano.

Quindi, un mondo perfetto. Condivisione, aiuto reciproco, riduzione dell’impatto ambientale di molte attività umane, collaborazione fra pari. Niente centralizzazione, potenzialmente niente governo e niente economia centralizzata.

Purtroppo, il mondo della sharing economy non è proprio perfetto, come si può capire facilmente:

  • L’idea della condivisione di beni e servizi viaggia su due binari, quello della condivisione gratuita – dallo sharing illegale della musica e dei video, allo scambio di case per vacanze, alle banche del tempo – e quello della condivisione a pagamento – dove il pagamento è un rimborso spese (o almeno dovrebbe esserlo), come nel caso di Blablacar, o è una forma di reddito, magari integrativa, come del caso di Airbnb. In realtà, il passaggio dall’uno all’altro modello è ambiguo e spesso difficile da definire, così come il passaggio da un’attività secondaria, come quella di chi ha una stanza libera e l’affitta su Airbnb, a una professionale, come i B&B che affittano su Airbnb magari eludendo poi le tasse.
  • In molti settori, perché un servizio di sharing sia davvero efficiente e quindi utile, deve avere una community sufficientemente grande. Ma questo genera molto rapidamente fenomeni di sostanziale o tendenziale monopolio (o almeno oligopolio) di piattaforma. Esattamente per lo stesso motivo per il quale esiste il verbo “googlare” perché tutti usano Google anche se in teoria esistono altri motori di ricerca, e tutti vanno prima di tutto su Amazon a cercare un prodotto, tutti finiscono per cercare una stanza prima su Airbnb che su qualunque altro sito, perché sanno che la probabilità di trovarla è infinitamente maggiore che altrove, e che il numero di recensioni per valutarne la qualità sarà probabilmente sufficiente per non rischiare brutte sorprese (per capire la dimensione della faccenda, oggi Airbnb vale 27 miliardi di euro e ha più di due milioni di persone che affittano tramite il sito).
  • Quando una piattaforma diventa egemone, come nel caso di Airbnb, si verificano fenomeni che contraddicono totalmente l’ideologia della condivisione: la piattaforma e i suoi proprietari guadagnano, grazie ai volumi, cifre enormi e inoltre dettano sempre più le regole del “mercato”. Ad esempio, oggi Airbnb diventando “industriale” tende a chiedere sempre maggiore professionalità alberghiera ai propri host, negando così l’idea naïve della condivisione di case e umanità e chiacchiere.
  • Questa specie di eterogenesi dei fini che trasforma un sogno di condivisione orizzontale in un monopolio verticale, è del resto molto simile al destino di un’invenzione che non è esattamente sharing economy ma che della sharing economy condivide l’idea iniziale: il bitcoin nasce nello stesso contesto culturale, con l’idea di moneta decentralizzata, senza banca centrale, per abilitare scambi di beni e servizi al di fuori dal circuito della grande economia, e diventa sostanzialmente un meccanismo per fare soldi speculativi giocando nella vendita e acquisto della valuta virtuale e della moltiplicazione dei miners e della loro potenza di calcolo, mentre la possibilità di usare la moneta virtuale come vero mezzo di pagamento per acquistare vere merci o veri servizi è limitata, almeno per ora, a pochi e scarsamente usati siti e a sparuti esercizi commerciali.

Ma a questi problemi deve essere aggiunto quello che, a seconda di come lo si vede, può essere considerato il problema o, al contrario, la vera promessa della sharing economy: gran parte della rivoluzione sharing ha due effetti strettamente collegati: lo spiazzamento del mercato tradizionale dei beni e servizi con cui le soluzioni condivise si mettono in concorrenza, e la potenziale enorme riduzione del fabbisogno fisico di merci che l’economia della condivisione consente.

Le stanze di Airbnb, è ovvio, sono sostituti degli alberghi, e quante più persone usano Airbnb, quanti più alberghi finiranno per chiudere i battenti e camerieri e commessi e direttori d’albergo perderanno il lavoro, almeno a parità di domanda di accoglienza “alberghiera”. Il car sharing, se davvero esteso come presto sarà possibile, rende inutile ed antieconomico il possesso di un’auto (o, almeno, di una seconda auto), e quanto più il car sharing si diffonderà, tanto più il mercato delle auto si restringerà drasticamente, con ulteriori espulsione di mano d’opera, anche a prescindere dagli effetti dell’automazione. Anche qui, è ovvio che un’auto in sharing è mediamente sufficiente per servire in un giorno anche dieci o più persone, e quindi in prospettiva la produzione di auto si ridurrà a un decimo dell’attuale.

Ci si può domandare se il modesto reddito dell’host Airbnb medio, che consente il gran guadagno della piattaforma, valga a livello sociale la perdita di posti di lavoro tradizionali. Ma, come non vedere un vantaggio per l’ambiente nella riduzione della produzione di merci “inutili” come le auto viste come possesso individuale – un impianto utilizzato nel migliore dei casi per due ore al giorno, un’assurdità e uno spreco palese con cui ci siamo baloccati per un centinaio d’anni e su cui abbiamo costruito gran parte del nostro “sviluppo”. E, come le auto con il car sharing, perché non immaginare un futuro nel quale molti dei beni durevoli su cui abbiamo fondato la nostra società dei consumi, diventino oggetti condivisi? (più sopra, ho citato il trapano di condominio, ma gli esempi si possono moltiplicare a piacere, basta usare la fantasia e magari un po’ di tecnologia IoT).

Il problema è capire se è invitabile che questa trasformazione, se davvero avverrà, oltre ad avere grandi vantaggi ecologici – meno produzione di merci, meno fabbisogno di energia, meno inquinamento – provocherà grandi costi sociali in termini di perdita di posti di lavoro. In linea teorica, questo esito non è inevitabile:

  • ciascuno, in quanto consumatore di beni e servizi condivisi, ne paga solo la quota che utilizza;
  • di conseguenza, ha bisogno di un reddito minore per ottenere lo stesso livello di beni e servizi che otteneva con il loro acquisto;
  • ne consegue che può accontentarsi di un reddito minore e quindi, ad esempio, lavorare meno ore;
  • il monte ore necessario alla produzione di beni e servizi si riduce in proporzione alla minore produzione, a parità di produttività;
  • tuttavia la disoccupazione non aumenta in quanto le ore di lavoro necessarie ad avere un reddito sufficiente si sono ridotte nella stessa proporzione e, quindi, anche il lavoro può essere, in un certo senso, condiviso.

Se questo modello fosse realistico, avremmo trovato grazie alla sharing economy un’inattesa via alla realizzazione della mitica decrescita felice ed anche della riduzione dell’orario di lavoro e dell’aumento del tempo liberato. Il mio fondato sospetto, tuttavia, è che l’economia della condivisione realmente esistente sia ben lungi dal far pagare davvero solo la quota di bene o servizio utilizzata da ciascuno, visto che le piattaforme e le organizzazioni che gestiscono i servizi di sharing su scala industriale sono lì per estrarre, il più rapidamente possibile, valore da noi produttori/consumatori della sharing economy e che, quindi, il circolo virtuoso sopra immaginato si spezza fin dal primo passo (basta fare qualche calcolo sul costo individuale che si sosterrebbe usando sempre un’auto in sharing, alle tariffe attuali, ancora troppo vicino al costo di possesso di un’auto privata). Quel circolo virtuoso, del resto, è immaginato in un contesto statico (a parità di produttività, a parità di domanda, a parità di tecnologia…) e ipotizza comportamenti ahimè troppo cooperativi riguardo alla gestione degli orari di lavoro, come insegna l’ormai lunga storia dei fallimenti delle politiche di lotta alla disoccupazione tramite la riduzione d’orario.

L’economia della condivisione, sia nelle sue versioni pure e volontaristiche, sia in quelle industriali ed anche predatorie, è qui per restare e svilupparsi, e dobbiamo farci i conti. Le elucubrazioni anche contradditorie, gli sfaccettati pro e contro che ho provato a illustrare, mi sembrano indicare che c’è un gran bisogno di politica e capacità di regolazione – leggerissima, intelligente e veloce nel cambiare se necessario, ma pur sempre regolazione. Altrimenti ci troveremo a rimpiangere le belle bandiere della condivisione libera e gratuita e dei beni comuni, e a lamentarci dei due o tre colossi della sharing economy dei quali tuttavia, esattamente come con Google, Amazon e Facebook, non riusciremo a fare a meno.

 

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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  • Interessante, me l'ero perso. Nel modenese non si parla che di bretelle, neanche potessero salvarci dalla perdizione. Francamente non vedo grossi cambiamenti in vista; stiamo solo insistendo a fare a bassissima velocità quello che facevamo con energia prima del 2009.

  • Dunque, in buona sostanza, la proposta è spingersi dove neanche la Buona Scuola ha osato: ancora più potere ai presidi, federalismo scolastico.... Nessuna risposta in merito al carattere ludocentrico dei neopedagogismi, alla panacea tecnologica, le vere cause della destabilizzazione della funzione docente ormai al servizio di quelli che la legge 107 definisce stakeholders, portatori di intetessi, ergo, clienti. Non ci sono più gli studenti: dunque, che senso ha rispettare gli insegnanti? Dare più poteri ai presidi, alle province e ai comuni che cosa risolverebbe? È una mentalità che deve cambiare. Galli della Loggia ha senz'altro esagerato, ma chi ha frequentato la scuola quando era seria, fa fatica a vedere lo scempio attuale.