Basta parlare di sicurezza. Parliamo di sicurezze
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Basta parlare di sicurezza. Parliamo di sicurezze

Basta parlare di sicurezza. Parliamo di sicurezze

di Alessio Pecoraro.

 

In queste settimane c’è la corsa a parlare di sicurezza. Tutti ne parlano. Sicurezza è diventata una parola omnibus, dove ci sta dentro di tutto: un contenitore in cui ognuno può mettere le proprie paure, le proprie angosce e sfogare la propria rabbia. Il bisogno di sicurezza è un’esigenza primaria, che lo Stato di diritto ha il dovere di garantire ai propri cittadini. Su questo dobbiamo essere tutti d’accordo. Se però nell’immaginario e nello storytelling il tema della sicurezza viene associato alle forze di destra, contrapponendovi una vecchia cultura di sinistra poco incline a trattare il tema nei termini che conosciamo, nello schieramento progressista fin dal suo primo discorso come leader laburista nel 1993 Tony Blair ha fatto della sicurezza una priorità assoluta.

Il Ministro dell’Interno italiano, Minniti, tesserato Pd, ha fatto bene a rivendicare, con forza, la bontà del suo impianto normativo sul tema. E lo ha fatto da sinistra attirandosi le critiche dell’ala più radicale. Sono in molti quelli pronti a giurare che la prossima tornata elettorale si giocherà quasi esclusivamente sul tema della sicurezza, collegandolo, quasi direttamente, a quello dell’immigrazione. Ma siamo sicuri che sicurezza ed immigrazione siano strettamente collegati? Ci sono pochi dubbi sul fatto che rapine, omicidi e scippi crescano in maniera direttamente proporzionale all’allargamento della forbice sociale, cioè alla distruzione delle reti sociali. In questo il temadelle periferie, urbane e umane diventa centrale. Se la sinistra non riesce a distinguere tra i veri deboli e i delinquenti che sinistra è mai? Ecco la mia provocazione, prima di tutto a quelli del mio partitoinvece di parlare in modo generico di sicurezza, perché non parliamodi sicurezze?

Vero o presunto è innegabile che c’è un crescente bisogno di sicurezze che però non possono essere messe tutte in un unico calderine indistinto, perché diversi sono i responsabili e i fenomeni che sottendono. Ci sono le sicurezze legate ai reati della criminalità, ai furti nelle case e nelle aziende, quelle connesse con lo spaccio di droghe, una piaga dilagante che prima o poi dovrà essere affrontata anche dal lato della domanda, quelle legate alle frodi e alle truffe. Ma ci sono anche le sicurezze, non meno preoccupanti (e gravi) legate alla fragilità economica  e all’emarginazione che la crisi economica di questi anni ha acuito.

C’è poi anche un problema generazionale molto forte nel modo in cui la sicurezza sociale ha affrontato il problema dei giovani. Più di un under 35 su dieci sta al di sotto della soglia di povertà assoluta. La disoccupazione giovanile continua ad attestarsi intorno al 35%, due milioni e mezzo di NEET (giovani che non lavorano e non studiano) e il tasso di nascite diminuisce drasticamente. Non si tratta più di costruirsi un futuro ma di riuscire a vivere un presente. Un presente privo di sicurezze, nel quale spesso è la famiglia di origine a sostenere economicamente i più giovani anche dopo gli studi, dove le ragazze sono costrette a dover scegliere tra il posto di lavoro e la maternità, dove il sistema del credito è pensato, e opera, con criteri del secolo scorso rendendo complesso anche l’acquisto di un’automobile usata.

Se da una parte è sacrosanto il diritto dei cittadini alla propria sicurezza, dentro e fuori dalle mura domestiche, sostenendo le nostre forze dell’ordine, magari anche liberando agenti nelle strade utilizzando civili per le mansioni d’ufficio dall’altra c’è bisogno di (ri)costruire una rete sociale, una sicurezza che non sia generata da un porto d’armi in più ma da una rete intorno a se, sicurezza di un lavoro o di un reddito, sicurezza di una casa e di un quartiere, sicurezza di scuola, sanità e servizi pubblici, sicurezza di pensioni decenti quando si sarà vecchi.
E’ questa la sfida della sinistra dei prossimi anni, una sinistra che deve essere nuovamente capace di parlare ai giovani, ai 30/40enni partendo dalle sicurezze che oggi mancano, allargando il campo delle occasioni e delle possibilità.

Una sinistra capace di coniugare prevenzione e contrasto al crimine, un’immigrazione solidale e rispettosa delle regole con la sicurezza sociale, una visione nuova per tempi nuovi, che abbia l’obiettivo di cominciare – finalmente – a narrare una storia nuova, dove di sicurezza si parla – finalmente – al plurale.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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  • però che differenza c'è tra una provincia e una grande città come roma o milano? decentrare gli interventi a livello di circoscrizioni, agli stessi uffici dove si chiede la scia per le ristrutturazioni degli appartamenti? probabilmente non hanno le competenze. non sarebbe meglio avere un ufficio tecnico a livello di plesso tra scuole, con dentro un architetto, un ingegnere civile e un funzionario amministrativo, in grado di fare rilievi e progetti, scegliere le ditte e seguire i lavori? ps: MA è NORMALE CHE IL TESTO SIA CONVERTITO IN MAIUSCOLO?

  • Buongiorno condivido l'analisi e la tesi di fondo ma per espeerienza personale non sono purtroppo così sicuro della riuscita. Uno dei miei figli frequenta il civico liceo linguistico di milano (un polo di eccellenza con il liceo della scala gestito da sempre dal comune di milano) e non ho purtroppo riscontrato quella maggiore agilità e prontezza nel recepire bisogni e stimoli anche da parte di alunni e genitori (c'è una agguerrita e proattiva associazione genitori che propone e promuove iniziative di caria natura e interagisce attivamente con l'istituto). Io credo molto più semplicemente che sia la testa (intesa non solo come competenze specifiche ma anche i tanto citati soft skill) di presidi ed insegnanti che debba essere portata verso obiettivi diversi anche attraverso un riconoscimento maggiore del loro ruolo o percezione sociale a tutti gli effetti (alzi la mano chi non considera i professori dei propri figli con paternalistica condiscendenza o peggio). insomma se riteniaMo che la scuola non debba solo riversare competenze sugli studenti dobbiamo riconoscere nel concreto il ruolo e la responsabilità di educatori agli insegnanti e dargli mezzi e obiettivi in linea.