Un passo storico dell’Europa verso difesa e sicurezza comune
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Un passo storico dell’Europa verso difesa e sicurezza comune

Un passo storico dell’Europa verso difesa e sicurezza comune

di Erika Aloia.

È stata comunicata nelle scorse settimane la notizia di quello che il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron, hanno definito come “Un passo storico” per l’Europa. Arriva da Bruxelles, in effetti, la notizia che il Consiglio Ue ha raggiunto all’unanimità un’intesa sulla difesa comune. Dell’accordo si parla, a dire il vero, già da molto tempo. Tuttavia sinora è rimasto soltanto nelle intenzioni, e, sebbene sia stato preceduto in passato da false partenze, non è mai finito sulla carta. Non bisogna sorprendersi, però, che questa novità giunga proprio adesso, nell’epoca della Brexit, di Trump, e della lotta al terrorismo.

Ciò che riguarda la politica estera e la sicurezza comune, infatti, sembra essere oggi uno degli argomenti che sta più a cuore al cittadino, e quotidianamente- guardando il notiziario o leggendo il giornale- veniamo a conoscenza di tragedie che non fanno che alimentare l’idea che manchi una figura che possa veramente garantire quella sicurezza di cui sembra esserci sempre più bisogno. Sembra non riuscirci lo stato in cui viviamo, e a detta di molti, sembra non riuscirci l’Unione Europea, accusata di non salvaguardare i suoi confini e di scaricare sugli stati le relative responsabilità: conseguentemente si sente sempre più spesso parlare della necessità di garantire più protezione al cittadino. E dunque, se il cittadino non si sente protetto, l’Unione ha il dovere di rispondere. Ma al di là della percezione del problema, quanto delle nostre paure è davvero fondato sulla realtà, e quanto di questa invece, ci è stato indotto? E soprattutto, cosa cambierebbe con questo nuovo accordo?

Una prospettiva storica

Molti di noi non si rendono conto della pace di cui oggi godiamo. È facile dimenticarsi di epoche di orrori e morte, ed oggi le guerre- che accadono più raramente- raccolgono più attenzione. Tuttavia, se vogliamo capire come le cose sono cambiate da un punto di vista macro-storico, dobbiamo rifarci necessariamente ai numeri, e non a singoli episodi. Nel corso del ventesimo secolo si sono calcolate 45 milioni di vittime di morte violenta in tutto il mondo. Nell’anno 2000, le guerre hanno causato la morte di 310.000 persone, mentre altri 520.000 sono deceduti di morte violenta. Da una prospettiva ad ampio raggio, tuttavia, queste morti non corrispondono che al 1.5 percento dei decessi; quello stesso anno ben il 2.25% dei decessi sono stati dovuti a incidenti stradali e l’1.45 percento a suicidi. L’anno successivo all’attacco delle Torri Gemelle, durante il quale la lotta al terrorismo era l’argomento di discussione più popolare, una persona nella media aveva più probabilità di morire suicidandosi che di essere ucciso da un terrorista.[1]

Viene da domandarsi, paradossalmente rispetto alle premesse, a cosa sia dovuto questo declino della violenza nel mondo. La risposta l’abbiamo davanti agli occhi: l’ascesa dello stato. Nel corso della storia, la maggior parte della violenza derivava da faide locali. Il primo declino del fenomeno si ebbe già al tempo dei primi regni decentralizzati dell’Europa Medievale, dove su 100.000 abitanti, ogni anno si verificano tra le venti e le quaranta vittime di morte violenta. Negli ultimi decenni, gli atti di violenza sono drasticamente calati ulteriormente, in concomitanza della sparizione della suddivisione sociale in comunità e l’ascesa dello stato e dei mercati economici prima nazionali e poi internazionali. Oggi, il tasso annuale di omicidi è di uno su 100.000 persone sul territorio europeo[2]. Dunque, da quando ha accelerato il processo di integrazione dell’Unione Europea – le cui radici vanno individuate nella Cooperazione politica europea, istituita nel 1970 per promuovere l’integrazione politica tra gli stati membri- gli episodi di violenza sono drasticamente diminuiti. Il rapporto di causa-effetto non è affatto creato ad hoc da idee propagandistiche e della politica. È un dato di fatto che l’espansione della comunità di appartenenza ha, passo dopo passo, controbuito a tali risultati, e l’Unione Europea è l’ultimo tassello di questo processo naturale.

La sicurezza comune nell’Unione Europea

La Cooperazione politica europea ha sin da principio introdotto una forma di coordinamento tra le politiche estere degli stati membri, dando luogo a riunioni e consultazioni periodiche e all’elaborazione di posizioni comuni. Nel corso degli anni, la struttura dell’Unione è cambiata attraverso i trattati: il Trattato di Maastricht del 1992 trasformava, innanzitutto, la Comunità Economica Europea in Unione europea, creava una struttura “a pilastri” che prevedeva che le politiche della Comunità Europea fossero affiancate da altri due elementi (chiamati, appunto, “pilastri”). Il 2° pilastro introdotto dal Trattato di Maastricht era proprio la politica estera e di sicurezza comune (PESC). I cambiamenti apportati continuarono nel tempo, e ultimo di questi è avvenuto con il Trattato di Lisbona del 2009, che ha abolito la “struttura a pilastri dell’UE”, cancellando la distinzione netta tra i tre ambiti dell’integrazione europea. Nonostante ciò, la PESC continua a funzionare secondo il metodo intergovernativo nel modo spiegato sopra, limitando significativamente i poteri di Commissione europea e Parlamento europeo. Tra gli altri cambiamenti introdotti dal Trattato di Lisbona, vi sono state la creazione dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza come figura stabile, e del Servizio europeo per l’azione esterna che funziona come apparato diplomatico e amministrativo che gestisce la politica estera comune. La PESC riconosce la NATO come l’istituzione responsabile della difesa dell’Europa, ma dal 1999, con il Trattato di Amsterdam, l’UE è essa stessa responsabile della realizzazione delle missioni di pace (peace-keeping). All’interno del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), è presente all’articolo 222 la cosiddetta Clausola di Solidarietà, che prevede che, su richiesta delle autorità politiche, gli altri Stati membri decidano quali mezzi mettere a disposizione dell’Unione (ivi inclusi mezzi militari) ed intervengono sul territorio nazionale per prestare assistenza, in caso di calamità naturale o di attacco terroristico.

Il ruolo della prevenzione e la cooperazione militare

Come è possibile capire da questa breve descrizione della PESC, l’Unione è oggi concentrata sulla prevenzione, anziché sull’azione. Qualora necessario, come sottolineato, gli Stati stessi decidono di quanti e quali mezzi disporre per situazioni ad hoc. Questo è uno degli elementi che genera critiche tra gli antieuropeisti, che puntano il dito sulla lentezza delle decisioni dell’Unione, specialmente in periodi di (giustificato, o- in accordo alla tesi esposta- non giustificato) allarmismo come questi, ed è uno dei punti che l’accordo sulla difesa comune concluso dal Consiglio UE il 22 giugno vuole andare a modificare.

Eppure, facendo un passo indietro nella storia, non è proprio lavorare sulla prevenzione che aiuta a mantenere questa pace? Tra il 1871 ed il 1914 vi fu nel Vecchio Continente un periodo di relativa calma, conclusosi catastroficamente. Ciò dovrebbe far pensare che la vera pace non sia la mera assenza della guerra. La vera pace è l’ “inverosimiglianza” dell’idea della guerra. Tra il 1871 ed il 1914, una guerra tra stati europei era più che possibile, le politiche nazionali erano dominate dal pensiero di tale evenienza, ed eserciti e cittadini erano pronti all’eventualità che si scatenasse una guerra. Quanti di noi, oggi, sono invece capaci di immaginare una guerra all’interno dei nostri confini europei?

Questi sono i timori che l’Unione Europea è chiamata a dissipare, e lo sta ora facendo piu’ concretamente lanciando la cooperazione strutturata permanente in campo militare (PESCO) e dando il nullaosta allo stanziamento di consistenti fondi per il suo finanziamento. Grazie a ciò i membri dell’Unione, o alcuni di loro, possono unire le forze in caso ve ne sia bisogno- ad esempio per progetti economici o per missioni sul campo. Oltre a ciò si e’ anche pensato a come rispondere a situazioni di emergenza con i battle groups europei, ovvero battaglioni misti per la reazione rapida e il dispiegamento di truppe in teatri di crisi esterni all’Unione. Si è pensato anche ad una serie di progetti misti che non hanno uno scopo meramente militare: Italia e Germania, ad esempio, hanno proposto un centro per il coordinamento medico unico per l’assistenza nelle zone di guerra e l’addestramento congiunto degli ufficiali europei.

Per la prima volta, dunque, è stato creato un fondo unico europeo per la difesa destinato alla ricerca militare, e soprattutto una cooperazione militare permanente. Certamente ci vorrà del tempo per sviluppare un tale sistema tanto delicato, e da queste decisioni del Consiglio non uscirà un esercito europeo a ranghi serrati, ma il passo è enorme. L’Europa dà una risposta precisa e sicura ai suoi cittadini, dimostra che l’Unione è in grado di avere una propria autonomia militare e che sa ripensare il suo futuro e rilanciare l’integrazione anche dopo la Brexit. Adesso tocca ai cittadini europei valutare se questo strumento in più rafforzi o meno l’idea che la prevenzione sia la chiave per assicurare la pace.

[1] Nel 2002, le vittime di violenza umana furono 741.000, contro le 873.000 vittime di suicidio.

Cfr: ‘World Health Report’, 2004, World Health Organization, 124.

[2]World Report on Violence and Health: Summary, Geneva 2001’ World Health Organization.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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