di Francesco Cerisoli
L’esperienza pregressa ci dice che a fronte di alcune migliaia di ricercatori italiani espatriati, con i programmi di rientro dal 2000 mal 2009 ne sono rientrati piu’ o meno 500, di cui solo 50 assunti stabilmente dalle università italiane, al costo di circa 150 milioni di euro. Le leggi sul rientro dei cervelli variamente riproposte negli ultimi 10 anni finanziavano sostanzailmente contratti di ricerca da 6 mesi a 3 anni cofinanziati dal Ministero fino al 90 per cento per ricercatori che fossero all’estero da almeno 3 anni. La valutazione dei progetti proposti era nei rpimi anni affidata al Ministero, poi è stato il CUN a deliberare quali andassero finanziati. Sempre il CUN è stato chiamato a “convalidare” l’assunzione dei chiamati presso le università chiamanti.
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Si è parlato a lungo, su queste pagine prima che sui giornali e nelle aule parlamentare, di fuga dei cervelli e valorizzazione dei talenti. Sia il Pdl che il Pd hanno avanzato delle proposte di legge per risolvere la situazione, cercando di favorire il rientro e la mobilità dei ricercatori italiani all’estero. Se ne discuterà domani durante un seminario alla London School of Economics a cui parteciperanno Nicola Gardini, autore del libro “I Baroni”, Laura Garavini, promotrice della legge PRIME per favorire l’ingresso di studiosi dall’estero, Fulvio d’Acquisto e la nostra Simona Milio. Per chi si trova a Londra, l’appuntamento è alle 14:30 presso l’aula A316 dell’Old Building, per tutti gli altri il blog dei Mille ospiterà una diretta dell’incontro. Nell’attesa potete farvi un’idea leggendo il post di Francesco Cerisoli.
di Riccardo Spezia
In questi giorni vibranti, con nomi che si rincorrono, candidati che nicchiano, giornalisti a caccia di scoop, quello che si sente mancare, è la presenza di un candidato che faccia risollevare un certo “Orgoglio Democratico”. Un candidato da portare nei circoli ma soprattutto nel paese a testa alta, che incarni lo spirito grazie al quale era nato il PD: apertura, ascolto, condivisione come metodo e identità per l’elaborazione politica, sociale e culturale.
Un candidato per cui si possano distribuire palloncini con il simbolo del PD, per cui i cittadini non abbiano vergogna (e ci pensavo l’altro giorno quando vedevo in piazza a Lodi i banchetti dell’Italia di valori che non venivano blanditi come invece accade quando si fa volantinaggio per il PD o solo ve se ne parla).
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di Jack Lagona
P come Perché.
Perché numero 1. Perché alle primarie possono votare solo gli iscritti, quando la stragrande maggioranza dei democratici non ha la tessera e non ha nemmeno intenzione di farsela? (errata corrige, vedi commenti)
Perché numero 2. Perché si pensa di poter cambiare mentalità, quando i tesserati - o una sostanziale parte di essi - vengono accreditati per una delle tante correnti quando il pensiero di tutti è eliminarle?
Perché numero 3. Perché si crede ci sia un’ala rinnovatrice all’interno del Pd, quando, con le primarie solo ai tesserati, si allarga esponenzialmente il problema meridionale?
Perché numero 4. Perché avete fatto nascere un “problema meridione”?
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di Francesco Cerisoli
Ho seguito il Lingotto 2 sul web, dal laboratorio della Vrije Universiteit di Amsterdam dove lavoro, in una grigia giornata olandese di fine Giugno. Non scrivo per dare pagelle ma per tirare somme, e credo che alla fine chi si aspettava solo un nome sarà rimasto deluso, chi si aspettava proposte sarà uscito con la pancia piena. Le idee che mi aspettavo erano soprattutto quelle su “che partito costruire insieme”, riassunte perfettamente da Oleg Curci, da Riccardo Spezia, da Pippo Civati e da Ignazio Marino.
Anche se sono lontano, non voglio un’Italia governata da un Partito della Liberta’ dove non c’e’ libertà, ma nemmeno da un Partito Democratico dove non c’e’ democrazia. La ragione sociale del nostro partito non va tradita e il primo luogo dove la democrazia va esercitata è proprio il partito, stabilendo fin da subito che la democrazia si basa sull’uguaglianza, sul rispetto delle opinioni di tutti e sulla compattezza in merito alle decisioni prese consultando tutti.
Il PD ha bisogno di usare tutti gli strumenti della vecchia e della nuova politica, in primis i circoli e il web, coniugandoli in modo tale da trovare quel capitale di competenze, idee, impegno cui tutti i suoi aderenti possano contribuire in condizione di parità. Questo è il punto di partenza irrinunciabile per la creazione di quella nuova politica che sia finalmente in grado di spazzare via i relitti ideologici e materiali del Novecento e guidare il popolo italiano finalmente dentro il nuovo millennio senza la paura del domani, che i vecchi hanno saputo istillare nelle nuove generazioni.
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di Carlo Traina
Scusate il silenzio degli ultimi mesi ma ero impegnato a rileggermi le dispense: “Come si fa a cambiare il mondo!” … (capirete che non è poco) e le mie conclusioni sono queste.
Se escludiamo il terrorismo e la rivoluzione (nel ‘68 ci abbiamo provato ma non è andata un gran che bene) rimangono due sole strade: il proselitismo personale e la politica.
Nel primo caso si tratta di convincere una persona dopo l’altra della bontà delle nostre idee. Una sorta di testimoni di Geova che - invece di raccontare la Bibbia - cercano di spiegare la giustezza della laicità, dell’ecologia, dell’onestà, e così via. Sicuramente è il metodo migliore, l’importante è non avere fretta e sapere che il mondo probabilmente (quante persone riesco a contattare/convincere in un giorno?) cambierà come noi vogliamo dopo tre o quattro generazioni.
Rimane (purtroppo) la politica, perché è attraverso essa che le aspirazioni diventano leggi.
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di Andrea Sarubbi
Mi aspettavo un ritrovo più carbonaro, a dire la verità. Senza i big del partito e con un’età media più bassa, perché mi ero tarato sui promotori e non sulla possibile platea. Arrivato al Lingotto, per l’incontro dei piombini, mi sono trovato invece fra molti miei colleghi parlamentari (ne ho contati una venticinquina, certamente per difetto) e davanti ad una base piuttosto assetata di sangue. Agli appassionati del totocongresso potrei raccontare che Sergio Chiamparino ha fatto un’ottima figura, ma ha annunciato di non volersi candidare; Dario Franceschini ha confermato di voler puntare sul rinnovamento, che non è nuovismo, ed è stato comunque accolto con simpatia; Pierluigi Bersani ha preso applausi ricordando che, per quanto aspra possa essere la sfida interna, è importante non cadere nella tentazione di dire - evidente il riferimento ad una frase di Franceschini nel videomessaggio di candidatura - “chi non è con me è contro il progetto del Pd”. Per non parlare di Ignazio Marino, quasi portato in trionfo, e ci mancava poco che facesse il bis. Ma i protagonisti veri della giornata non sono stati i vertici: la platea si infiammava soprattutto quando parlavano le Debore, gli iscritti giunti al Lingotto con il cahier des doléances, segno di una sofferenza diffusa nei confronti dell’attuale classe dirigente e, soprattutto, della promessa (finora inattuata) di costruire un partito veramente dal basso.
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di Giovanni Fontana
Ieri c’è stata l’assemblea al Lingotto di Torino dei cosiddetti Piombini, che potrei definire “quelli che credono al PD, senza che il PD creda in loro”.
Essendo stato fuori dalla politica italiana, ieri sono andato ad ascoltare. Oggi mi son fatto un’idea: questo è quello che avrei detto ieri, se ci avessi pensato oggi.
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di Giorgio Gualberti
Sono sicuro che al silenzio pubblico, dopo il successo sopra le aspettative del Lingotto 2, corrisponde un intensissimo dialogo privato tra i ferrei piombini, lingottini, giovani, meno giovani e più o meno navigati.
Non so che cosa si dicano in queste ore gli organizzatori, anche se posso immaginare che stiano provando a rispondere alla domandina semplice “e mo’ che famo?”, a cui tutti pensavamo la risposta ci fosse già.
Ecco, io il Lingotto l’ho seguito tutto - beh quasi tutto - dal web e questa risposta non è arrivata. Devo dire che l’assembea mi è piaciuta molto, molti interventi mi hanno appassionato, e quelli dei Millini erano tra i migliori. Non ero il solo, oltre a quelli in sala, in rete c’erano sempre tra 300 e 500 persone collegate, che non è poco.
Però, però, sembrava anche di vedere tanta gente ferma sull’orlo della piscina a discutere innovative tecniche di nuotata e di tuffi per andare più veloce, ma senza nessuno che si buttasse davvero. I commenti alla chat, andati perduti nel cyberspazio, erano implacabili su questo punto. Adesso si candida questo! No, adesso si candida quest’altro! Daje! Ma poi niente succedeva.
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di Francesco Costa
A freddo, la riflessione più lucida e completa su quel che è successo sabato al Lingotto l’ha fatta Luca. A quell’analisi aggiungerei un paio di pensieri, dedicati per una volta non alle classi dirigenti - la vecchia e l’aspirante nuova - bensì alla cosiddetta base del partito.
Il primo è rivolto a quella parte della base - iscritti, simpatizzanti ed elettori - che guarda con curiosità, interesse e simpatia a eventi come quello di sabato e a quello che significano, e che potrebbero significare. Una delle cose che imputiamo alle classi dirigenti della sinistra italiana è quella di non essere più in grado - o di non voler più - alzare il livello del dibattito politico in questo paese. Ce la prendiamo con Franceschini perché dice che non si candida e poi si candida, con Latorre che passa il pizzino a Bocchino, coi tatticismi esasperati e cervellotici, con la scelta di rincorrere posizioni sbagliate per il solo fatto che si pensa paghino elettoralmente, con le dichiarazioni sibilline e i messaggi trasversali, con lo smodato utilizzo di formule banali per aggirare questioni scottanti e centrali (un esempio su tutti: «la sicurezza non è né di destra né di sinistra»).
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