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Istruzione

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Istruzione

23.04.08

… E la scuola non c’è più!

(ovvero: vita da prof. seconda puntata)

di Lorella Camporesi
libri.jpg
Passata la tornata elettorale, avendo uno schieramento ottenuto una netta vittoria, il premier designato (o “in pectore”, come amano dire, sbagliando, alcuni giornalisti televisivi) si appresta a comporre la sua squadra di governo (osservazione en passant: è proprio necessario abusare di queste immagini calcistiche?).

Allora, io ascolto i telegiornali, leggo gli articoli di politica, cerco di capire in quali mani sarà posto il mio destino di povera insegnante, ma, parafrasando una vecchia simpatica pubblicità, mi viene da dire…e la scuola non c’è più!

Bossi vicepremier, Maroni alle riforme, no, forse viceversa; e Formigoni, a Roma o a Montecitorio? E Calderoli, dove lo mettiamo? E poi Schifani, non si merita una poltrona importante? Ma in tutto questo balletto, il ministero della (pubblica) istruzione esiste ancora, o sarà uno di quelli eliminati, scorporati o incorporati?

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03.04.08

Vita da Prof

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di Lorella Camporesi

Scuola, le cifre dell'emergenza

Studenti che lasciano, professori anziani. Tagliato un sesto dei finanziamenti. L'Italia spaccata in due.

Così intitola il Corrieredellasera.it.

Mi piacerebbe prendere spunto da qui e partire, per una riflessione sulla scuola, dalla questione anagrafica, perché da un po' di tempo a questa parte si sente dire che gli insegnanti italiani sono troppo vecchi: pare che la maggior parte abbia superato i cinquant'anni.

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12.03.08

Fare-well, Well-fare

bricks.jpgdi Giuliano Taffoni

Un ricercatore che non sa dove sarà fra un mese, che non sa se potrà portare a termine il proprio lavoro perché forse il contratto non sarà rinnovato e che non può contare su se stesso per cercare i fondi necessari alla sua attività non può fare bene il suo lavoro.
Ho deciso di parafrasare un documento presentato tempo fa, riguardante la situazione della scuola, per portare l'attenzione sui giovani ricercatori del nostro paese. Sono tanti, sono bravi, e sono precari.
Ma forse sarebbe meglio dire che è il concetto di precarietà su cui vorrei soffermarmi.

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14.07.07

La scuola di domani

di Francesca Pollastrini

crayola.jpgUn insegnante che non sa dove sarà fra un mese, che non sa se potrà portare a termine l’anno scolastico perché “forse quello che è di ruolo su questa cattedra torna dopo le vacanze di Pasqua” non può fare bene il suo lavoro. E’ la differenza che c’è fra una baby-sitter e un genitore: la mamma o il papà chiamano la baby-sitter quando non sanno come fare; l’insegnante precario è colui a cui ci si dovrebbe rivolgere quando proprio non si sa come fare, qui invece sembra sia l’unico sistema possibile. Nessuno mette in dubbio le competenze degli insegnanti precari, proprio no, né metterei una mano sul fuoco sulle competenze degli insegnanti di ruolo, ma è proprio nell’idea stessa di precarietà che sta il problema principale. La precarietà all’italiana, e cioè priva di ogni tutela, sostegno, garanzia per il lavoratore, non coincide con l’idea di vita adulta e indipendente. Ma i bambini nell’insegnante cercano l’adulto, la persona che li prenda per mano e li porti il più lontano possibile, partendo dal punto in cui si trova il bimbo e non le schede del ministero che prevedono che un bimbo a 9 anni sappia fare questo, questo e questo. Per conoscere un individuo serve tempo, per conoscere una classe di piccoli o adolescenti, che non si sono scelti l’un l’altro, serve ancora più tempo, sicuramente più di un trimestre, in condizioni ottimali.

Attualmente, si diventa insegnanti passando dai 2 anni di SSIS; i provveditorati non giurano sul fatto che questo sistema durerà, ma non sanno dire da cosa sarà sostituito.

Per garantire un accesso democratico all’insegnamento, secondo me è necessario passare un concorso nazionale.
Prima di indire un concorso, si calcolano, su basi statistiche, i posti suscettibili di esser liberi per l’anno scolastico successivo. Questo si vede dai pensionamenti, dalle preiscrizioni e dal numero di bambini registrati all’anagrafe. Ovviamente, il calcolo non può esser sicuro al 100%, però può essere una buona base. Per cui, per esempio, se si capisce che per l’anno scolastico successivo in matematica ci sarà bisogno di 3000 nuovi insegnanti a livello nazionale, i primi 3000 classificati avranno il posto di lavoro. L’assegnazione della cattedra dipenderà dalla graduatoria, dalle scelte dei vincitori e dalle disponibilità. Per cui il vincitore numero 100, che sceglierà i provveditorati di Pisa e Lucca, avrà il posto in uno dei 2 provveditorati solo se i precedenti 99 non ne avranno occupato i posti liberi. Se non ci sarà posto nei provveditorati scelti, l’insegnante sarà assegnato al primo provveditorato più vicino e disponibile.

Il concorso prevede 2 parti: una prima parte scritta in cui si valutano le reali conoscenze e nozioni dei candidati sulla disciplina scelta, e una seconda parte orale, a cui avranno accesso solo i candidati che avranno fatto una buona prova scritta. All’orale, gli esaminatori potranno valutare la capacità dei candidati di preparare una lezione, di stare davanti a un pubblico sconosciuto per un’ora. Il pubblico, cioè gli esaminatori, sarà costituito da insegnanti e docenti universitari.

Chi vince il concorso ha il posto di lavoro, mentre chi non rientra fra i vincitori non ha il posto di lavoro; se vorrà potrà prepararsi per il concorso dell’anno successivo, ma dobbiamo annullare completamente l’idea di precariato e le false speranze.

Supplenze. Quei candidati vincitori di concorso che si dovessero ritrovare senza una cattedra, a causa di un calcolo troppo ottimistico a inizio anno scolastico e prima dell’organizzazione del concorso, potrebbero essere inseriti in una lista d’attesa. Questa ulteriore graduatoria sarebbe fondamentale per la gestione delle supplenze. In ogni modo, tutti i vincitori di concorso inseriti in questa graduatoria avrebbero diritto allo stipendio, sia che facciano supplenze sia che lavorino soltanto nell’organizzazione delle visite di valutazione e in aiuto all’ispettore (vedi “primo anno di insegnamento”). Appena si libera una cattedra in una scuola, il primo classificato di questa graduatoria d’attesa potrà prendere il posto, avendo la precedenza su tutti, anche sui nuovi vincitori di concorso. Per l’organizzazione del concorso dell’anno successivo, si dovranno calcolare le persone che sono ancora in attesa. Questa lista è soltanto un punto di partenza, non potrà mai produrre precariato, perché tutti i vincitori di concorso, con o senza cattedra, hanno lo stipendio.

Primo anno di insegnamento. Il vincitore di concorso non lavorerà le 18 ore settimanali, ma la metà e sarà seguito da un suo collega, insegnante della stessa materia e che avrà a sua volta un tempo di lavoro minore per potersi occupare del nuovo insegnante-stagista. Per 10 ore settimanali, l’insegnante-stagista assisterà e parteciperà a delle lezioni universitarie sull’insegnamento della propria disciplina, sulla sociologia, sulla pedagogia e sulla psicologia. Alla fine dell’anno scolastico e dopo la redazione di una relazione, l’insegnante-stagista potrà passare di ruolo e diventare insegnante a tutti gli effetti.

Ogni 5 o 6 anni, l’insegnante di ruolo dovrà prendersi un anno sabatico durante il quale lavorerà per il provveditorato e seguirà corsi di aggiornamento e di formazione. Andrà, insieme ad altri colleghi insegnanti della stessa sua materia, in visita nelle classi di altri colleghi, osserverà, valuterà e discuterà con loro del lavoro altrui. Se fatto bene e con intelligenza, questo lavoro è preziosissimo. Questa proposta ha parecchi effetti positivi: gli insegnanti rinnovano sempre il loro modo di insegnare; capiscono se stanno davvero facendo il massimo per i loro alunni; non si sentono mai troppo sicuri del loro posto di lavoro qualsiasi cosa succeda, né si sentono abbandonati. Inoltre, hanno la possibilità di osservare diverse tipologie di alunni e di contesti sociali. Non ci sarà giudizio, ma soltanto una forma di valutazione e di dialogo. Se le valutazioni dei colleghi dovessero essere negative, si potrebbe procedere ad altre visite e alla supervisione di un ispettore. L’ispettore, ex insegnante della materia, non sarà l’unica persona a valutare il lavoro degli insegnanti, poiché, in quanto ex insegnante, può esser troppo lontano dall’insegnamento attuale e dalle nuove generazioni (c’è una bella differenza fra chi vede gli alunni un’ora l’anno durante un’ispezione e chi gli alunni li segue per anni almeno 2 o 3 ore a settimana!). L’ispettore deve esistere, ma più come figura che lega l’insegnante al ministero, alle pratiche amministrative del ministero, che come unico organo di valutazione.

Ogni insegnante dovrebbe inoltre assistere a delle lezioni nella scuola di grado precedente a quella in cui insegna: troppe volte si sente dire “ah, ma non sanno niente questi ragazzini”, senza conoscere le condizioni e i programmi scolastici altrui. Per cui, un insegnante universitario deve andare in quinta liceo, un insegnante del liceo alle medie, ecc.

Priorità. L’arrivo di famiglie da paesi stranieri impone un’attenzione maggiore all’insegnamento della lingua italiana. Ogni bambino non italofono sarà dapprima inserito in classi speciali in cui si insegna soprattutto la lingua italiana. Corsi molto intensivi di lingua, giochi per arrivare anche all’insegnamento della matematica e, al massimo dopo un anno scolastico, il bimbo potrà raggiungere i suoi compagni o essere inserito in una classe inferiore, cercando di limitare gli anni persi. (In Francia questa cosa esiste e funziona!)

Termino con una proposta ben poco popolare, soprattutto fra i frequentatori di questo sito: l’insegnamento della lingua inglese e dell’informatica è importante, ma molto secondario rispetto alla padronanza della lingua italiana.

30.06.07

Università italiana: rimedi per un cancro diffuso

di Filippo Zuliani

stockholm.jpg L’Italia, ahimè, non ha certo una bella fama internazionale per quel che riguarda l’Università in generale. A parte qualche isola di merito (Normale di Pisa e Sissa di Trieste), il resto vivacchia malamente sul fondo delle classifiche internazionali o in zone totalmente anonime. Senza girarci troppo intorno e senza perdersi in disamine statistiche, il problema dell’Università nostrana è che i fondi non seguono la qualità, sia per ciò che riguarda i salari, sia per ciò che riguarda la ricerca.

Diamo qui un tentativo di soluzione in più punti. I punti vanno considerati e applicati nel loro insieme, in quanto una riforma parziale con solo alcuni punti porterebbe a una cura peggiore del male.

1) Riforma dei salari: il salario dei docenti universitari sarà costituito da due entrate separate. Una base comune a tutti, inferiore a quella di un docente di scuole superiori, e un’aggiunta agganciata alla ricerca. Più ricerca, più aggiunta. Il valore della ricerca verrebbe stimato sulla base di parametri internazionali (Impact Factor). I nullafacenti non avrebbero più vantaggio a parcheggiarsi all’Università. Come conseguenza, vedremmo abbassarsi di botto la spesa per gli stipendi universitari, visto che migliaia di capi e capetti che producono poco e niente avrebbero uno stipendio decurtato in maniera drastica per manifesta incapacità. Grazie al risparmio, non ci sarebbe bisogno di alzare le rette.

2) Analogamente al punto sopra verrebbero ripartiti i fondi per la ricerca. Chi più produce più ottiene finanziamenti, previo giudizio di un organo nazionale che allochi i fondi in maniera trasparente su alcuni campi specifici (pensiamo che la robotica umanoide –vedi alla voce Tremonti– sia il business del futuro? No. Allora niente fondi e invece li diamo al settore energie rinnovabili).

3) Organigrammi di dipartimento bloccati. Ci sarà sempre un sistema piramidale con, ad esempio, 5 ricercatori, 3 professori e 1 ordinario per dipartimento. Le promozioni interne non sono consentite per evitare lotte intestine, nepotismi e screzi di ogni genere. I professori che vogliono diventare ordinari facciano pure domanda in dipartimenti di altre università. Le promozioni avvengono per concorso sulla base dei risultati come al punto 1. Chi ha più Impact Factor vince.

4) Alzare la retta per gli studenti fuori corso. Non si può impiegare 12 anni a laurearsi. A quel punto è meglio fermarsi prima e tenersi in tasca l’onesto diploma.

5) Liberalizzare la didattica, eliminando la camicia di forza dei percorsi di studio stabiliti a livello nazionale. Si introduce così una effettiva competizione tra Università, che trarrebbero risorse dalla formazione di laureati adatti alla realtà lavorativa locale (ora la competizione si fa sulla facilità con cui ci sia laurea).

6) Borse di studio per i meritevoli, assegnate sulla base dei risultati (il reddito no, gli evasori sanno come taroccarlo), oppure prestiti graduati il cui ammontare e la restituzione sia commisurata al reddito ottenibile dal lavoro una volta laureati. Condono del prestito se il reddito post-laurea è sotto una certa soglia per almeno 5 anni (la Finanza controlli)

7) I dipartimenti che non producono ricerca di valore e i cui salari post-laurea degli studenti sono troppo bassi chiudono. E dipartimento dopo dipartimento anche gli atenei stessi possono chiudere.

8) Abolire il valore legale del titolo di studio. L’economia non può girare per decreto. Abolendo il valore legale del titolo di studio, l’ultima parola spetta al mercato e non al titolo. Tutto quanto scritto sopra, infatti, funziona solo se lo stato non garantisce stipendi uguali per tutti. Altrimenti non c’è modo di premiare il merito e l’eccellenza.

Vorrei infine ringraziare il Prof. A. Ichino per la collaborazione e gli spunti forniti. Ulteriori informazioni ed idee sull’Università italiana si possono trovare sul libro AAVV "Oltre il Declino", Bologna, Il Mulino (2007).