Tensioni commerciali Usa-Cina. Un nuovo modello di globalizzazione per l’Europa?
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Tensioni commerciali Usa-Cina. Un nuovo modello di globalizzazione per l’Europa?

Tensioni commerciali Usa-Cina. Un nuovo modello di globalizzazione per l’Europa?

di Agnese Vitale.

Dopo la firma di due ordini esecutivi in marzo con cui lanciava l’offensiva protezionista, il 14 agosto il presidente americano Donald Trump ha firmato il decreto volto a indagare le pratiche commerciali cinesi, nell’ottica di svelare eventuali violazioni della proprietà intellettuale e furti di tecnologia da parte del colosso asiatico. Se il rischio di una nuova guerra commerciale fra Cina e Stati Uniti si fa sempre più reale, l’Europa deve finalmente cogliere l’occasione per decifrare un nuovo modello di globalizzazione.

Nessun “winner”
Nonostante l’uscita di scena del capo stratega Steven Bannon e soci dalla Casa Bianca, senza che sia chiaro se sia stato un licenziamento o una dimissione, la politica presidenziale americana potrebbe continuare a spingere verso un’accelerazione delle tensioni con Pechino. Secondo molti, infatti, Trump si atterrà al motto del “putting America first” con il quale ha convinto l’elettorato americano sbaragliando le elezioni presidenziali, per non dare l’idea di un’amministrazione sempre più confusa e incerta sulla linea da seguire.

Il commercio fra Stati Uniti e Cina è cresciuto rapidamente dopo che i due paesi hanno ristabilito relazioni diplomatiche nel gennaio 1979, stipulato un accordo commerciale bilaterale nel luglio 1979 e impostato un trattamento bilaterale “most-favored-nation” nel 1980. In quell’anno lo scambio commerciale totale fra Usa e Cina ammontava a soltanto 4 miliardi di dollari e la Cina rappresentava per gli americani appena il 24esimo partner commerciale. Nel 2016, tali numeri erano completamente ribaltati, con un commercio del valore di 579 miliardi di dollari e la scalata cinese a primo partner commerciale statunitense (US International Trade Commission DataWeb). Tali sviluppi sono stati resi possibili grazie alla progressiva liberalizzazione del mercato cinese e alla sua incredibile crescita economica, culminati nel 2001 con l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO).
Il dato tuttavia più interessante e preoccupante (da parte americana) è il deficit nello scambio manifatturiero con la Cina: nel 2016 ammontava a 347,016 miliardi di dollari. Questo trend, ormai decennale, sarebbe alla base della scelta del Presidente Trump di avviare inspezioni unilaterali nel mercato cinese.

Le misure protezionistiche, combinate con la promozione delle produzioni nazionali e del consumo del «made in Usa», sono una questione estremamente complessa. Una cosa è operare attraverso il sostegno agli investimenti, un’altra è l’imposizione di dazi verso il resto del mondo. Considerato ch gli Stati Uniti d’America e il dollaro, a livello mondiale, rappresentano l’economia e la moneta dominanti in grado di determinare ogni rapporto commerciale e monetario, i dazi potrebbero scatenare una guerra commerciale. Per non parlare del fatto che questa chiusura, al contrario dei discorsi propagandistici di Trump, avrebbe come conseguenza un aumento della maggior parte dei prezzi dei prodotti in vendita nei negozi americani e quindi un impoverimento delle famiglie americane (considerato che le importazioni dalla Cina hanno consentito negli ultimi venti anni a tali familgie di comprare tantissimi prodotti a prezzi ridotti). Così come afferma il Professor Sandro Trento, tanti prodotti americani del resto sono assemblati e prodotti in Cina o in Vietnam o in Messico e quindi eventuali dazi e tariffe sui prodotti importanti colpirebbero anche le imprese americane, molte delle quali realizzano quote importanti di profitto proprio grazie alla presenza in paesi emergenti.

L’idea apparentemente semplice di Trump è che riducendo le importazioni faremmo aumentare la produzione nazionale e quindi i posti di lavoro. Ma non è così immediato che le aziende americane assumerebbero più lavoratori. Ci vorrebbe un cambio strutturale nelle catene del valore. Tantissime aziende americane producono, da anni, i beni finali in altri paesi e riportare in America queste lavorazioni richiederebbe anni.
In aprile, durante il primo incontro con Xi Jinping in Florida, The Donald aveva definito il presidente cinese un «good guy» e aveva ufficializzato tutta una serie di accordi economici destinati a diminuire il deficit della bilancia commerciale Usa con Pechino. Poi è arrivata la crisi coreana e Trump ha colto l’occasione di ottenere due vantaggi con una sola spesa, pressando la Cina ad agire attraverso una minaccia di dazi alle importazioni. Se è vero che i commerci hanno grande importanza nella sfida nucleare nord-coreana, perché l’imposizione di severe sanzioni economiche da parte della Cina probabilmente rappresentano la possibilità migliore, per il pianeta, di fermare il programma nucleare di Pyongyang; Trump sembra erroneamente convinto di poter usare gli scambi commerciali tra Usa e Cina come moneta di scambio per assicurarsi l’aiuto di Pechino con la Corea del Nord.

Come scrive Tim Worstall su Forbes “Trade wars aren’t the sort of battles that can be won. We can only win at trade by actually doing it”. La storia insegna che, in un mondo globalizzato, la politica protezionistica è pericolosa e dannosa per tutti i giocatori dell’economia mondiale. Così avvenne dopo il crack borsistico del ’29, quando gli Usa approvarono la legge Smoot-Hawley Tariff che impose misure e dazi protezionistici alle importazioni di prodotti esteri, accelerando la Grande Depressione. Di conseguenza dal 1929 al 1933 il commercio mondiale si ridusse di due terzi, da 5,3 a 1,8 miliardi di dollari. Non solo, ma causò anche la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale.
Trump, che nel frattempo ha già stracciato due importanti trattati commerciali, quello con il Pacifico e quello con l’Europa, mostra così di voler rinnegare il multilateralismo e il dialogo. In un momento storico molto delicato, il compito di bilanciere è lasciato all’Europa.

Il ruolo europeo: costruire una nuova globalizzazione
Nessuno oggi può tornare indietro dalla globalizzazione, se non a costi enormi, spropositati. Le economie del mondo sono così interconnesse che l’unica cosa sensata da fare è quella di cercare di sviluppare un nuovo modello, un nuovo modo di vedere gli scambi globali. Non solo ma con le aumentate sfide transnazionali (flussi migratori, cambiamento climatico, pandemie, terrorismo etc) neanche i paesi più grandi e ricchi riuscirebbero da soli a vincere tali confronti. La cooperazione internazionale diventerà sempre più importante.
Se è vero che la Cina non ha ancora compiuto quella transizione degna di un’”economia di mercato” e che manca una reciprocità fra le nostre economie, questo è un passaggio che va gestito con molta cautela. Il 2 giugno, durante la visita europea di Li Keqiang, Angela Merkel ha affermato che Cina ed Europa devono espandere la loro partnership in tempi di insicurezza globale. “Viviamo in un periodo di incertezza globale e sentiamo la responsabilità di espandere la nostra partnership in varie aree e spingere per un mondo basato su regole”, ha spiegato Merkel, ribadendo che insieme a Pechino la Germania condivide “l’impegno verso mercati aperti e un commercio globale”, rispettoso della Wto.

I nodi più delicati dell’incontro hanno riguardato le relazioni commerciali tra il Paese asiatico e l’Europa. Per arrivare a un accordo di libero scambio, ha sottolineato la Germania, il partner deve aprire di più il suo mercato alle imprese dell’Unione in condizioni di parità e, soprattutto, garantire una migliore tutela degli investimenti esteri. Sentimenti questi condivisi anche dal Premier Gentiloni che in più occasioni ha ribadito “nessuna ambiguità sul libero mercato: bisogna rinnovare la fiducia nei confronti dell’economia e delle società aperte.” Tuttavia il documento condiviso a fine agosto dai ministri dell’industria di Italia, Francia e Germania, con il quale si chiede alla Commissione Europea di adottare eventuali misure restrittive nei confronti di investimenti da Paesi con economie non di mercato, sembra ricordare quanto è importante la questione della reciprocità in un momento storico in cui economie con ancora forte controllo pubblico stanno crescendo rapidamente e diventando partner fondamentali delle nostre imprese.

Precedentemente quest’anno, in maggio, proprio la Commissione Europea aveva pubblicato un documento intitolato “Documento di riflessione sulla gestione della globalizzazione”, facendo da eco al tentativo che fu già di Prodi nel 2000, allora Presidente della Commissione, di guidare il processo di globalizzazione o meglio di indirizzarlo verso principi e valori tipicamente europei. Come affermato dal Presidente Junker: “Essere europei significa anche essere aperti agli scambi con i nostri vicini, invece di far loro la guerra. Significa essere il primo blocco commerciale del pianeta, che ha accordi commerciali in vigore o in fase di negoziazione con più di 140 partner in tutto il mondo. E scambi commerciali significano occupazione: ogni miliardo di euro di esportazioni genera nell’UE 14 000 nuovi posti di lavoro. Oggi più di 30 milioni di posti di lavoro nell’UE, ossia uno su sette, dipendono dalle esportazioni verso il resto del mondo”. Tuttavia è chiaro che bisogna anche rispondere a quei timori che “la globalizzazione sia sinonimo di perdite di posti di lavoro, ingiustizia sociale o bassi standard in materia di ambiente, sanità e tutela della vita privata”. Per non parlare del sentire comune a molti Europei che la “globalizzazione contribuisce alla progressiva scomparsa delle tradizioni e delle identità”.

Nel prossimo futuro, il successo o meno dell’Europa si valuterà anche nella sua capacità di ideare un nuovo modello di globalizzazione. Secondo il documento, l’UE dovrà dare il suo contributo ad un ordine mondiale più equo attraverso gli strumenti che sono stati ideati per portare la pace dopo le due guerre mondiali: le Nazioni Unite, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e il WTO. Non solo, ma poichè le regole a livello mondiale rimangono ancora in gran parte da scrivere, l’UE dovrà contribuire a formare o riformare le istituzioni multilaterali al fine di renderle più eque ed efficaci.

 

iMille.org – Direttore Raoul Minetti
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