L’Unità, Bob e altri disastri della comunicazione del PD

di Corrado Truffi.

Ricordo ancora le prese in giro della comunicazione utilizzata da Bersani nel 2013, quando si pretendeva di smacchiare il giaguaro. E ricordo che allora una delle cose positive che si diceva di Renzi era relativa proprio alla sua grande capacità di comunicatore, alla sua forza evocativa e alla capacità di bucare lo schermo e, al tempo stesso, di usare con perizia i nuovi social media.

In questi giorni, in un crescendo a partire dal 4 dicembre, sembra che la comunicazione utilizzata da Renzi si stia trasformando in un disastro analogo a quello bersaniano. Viene il sospetto che, ora come allora, il problema non sia solo di comunicazione ma di contenuti e prospettiva politica. Tuttavia è comunque interessante indagare sui meccanismi e sulle derive della comunicazione attuale del Partito Democratico.

Detto che la mia impressione è che ci sia molta confusione e ondeggiamenti più che una strategia precisa, provo qui di seguito ad allargare lo sguardo e fare una piccola storia, intrecciando il problema della comunicazione politica del Partito Democratico con il problema del PD come partito, appunto, democratico e che invita ed organizza la partecipazione degli iscritti e degli elettori.

Il sistema informativo per la partecipazione

Pochi lo ricordano, perché è uno dei punti più disattesi e negletti dello Statuto del PD, ma al comma 10 dell’articolo 1 di quello Statuto il PD si impegna e impegna tutti i suoi dirigenti ed eletti a realizzare ed utilizzare un sistema informativo per la partecipazione,

“basato sulle tecnologie telematiche adeguato a favorire il dibattito interno e a far circolare rapidamente tutte le informazioni necessarie a tale scopo. Il Sistema informativo per la partecipazione consente ad elettori ed iscritti, tramite l’accesso alla rete internet, di essere informati, di partecipare al dibattito interno e di fare proposte. Il Partito rende liberamente accessibili per questa via tutte le informazioni sulla sua vita interna, ivi compreso il bilancio, e sulle riunioni e le deliberazioni degli organismi dirigenti. I dirigenti e gli eletti del Partito sono tenuti a rendere pubbliche le proprie attività attraverso il Sistema informativo per la partecipazione.”

Il contesto in cui si inseriva quell’idea di partecipazione telematica era il fiorire dei blog e delle iniziative in rete che in quel periodo (2007-2008) si sviluppavano nell’ambito del centrosinistra. Con il mio amico Daniele Mazzini, ipotizzammo la struttura e i contenuti di un sistema di quel genere. L’idea è che fosse inutile scimmiottare i social e i blog già esistenti, ma fosse necessario indirizzare quello che ora si potrebbe chiamare il social del PD, secondo un’idea più strutturata, legata specificamente all’istituzione di un rapporto diretto e di verifica/stimolo fra dirigenti, eletti, militanti iscritti e cittadini elettori: un circuito di proposte, programmi, iniziative legislative da discutere, gestione dei livelli di militanza dal locale al globale. L’immagine qui sotto, tratta dalla presentazione che preparammo all’epoca, è esplicativa di quell’idea.

All’epoca, tra l’altro, la rete social non era ancora un sostanziale monopolio Facebook, ma il fatto che ora lo sia diventata conferma la bontà della nostra intuizione. Come, ahimè, conferma l’efficacia dell’intuizione di Casaleggio. Perché proprio in quel periodo – anche con la sciagurata complicità di parte della stampa mainstream, ma questa è un’altra storia – con un approccio molto più industrializzato e consapevole Casaleggio lavorava per mettere a frutto davvero il potenziale della rete come detonatore più che di reale partecipazione, di efficace moltiplicatore di messaggi populistici. Come sappiamo, nel volgere di cinque anni questi semi gettati mischiando vaffaday e meetup avrebbero fruttato il risultato elettorale del 2013.

Come sprecare le buone intuizioni

Invece il PD non dà affatto seguito alla buona intuizione e alle indicazioni, piuttosto precise, dello Statuto. Nel sito del PD compare un ambiente di forum on line che diventa poco più di uno sfogatoio per militanti e, peraltro, viene abbandonato abbastanza presto, e nulla più. I famosi “circoli on line” (pessima idea, peraltro, come si capirà dopo) non vengono normati e le iniziative come quelle del Circolo Obama sono destinate a impantanarsi anch’esse nel litigio, nello sfogatoio e nella tendenza a trollare di parte dei militanti: come abbiamo imparato a nostre spese, i meccanismi della rete e dei social sono ben più complicati e difficili da gestire di quanto si immaginasse.

La partecipazione degli iscritti continua quindi ad essere affidata ai tradizionali canali delle sezioni, peraltro sempre meno frequentate, mentre la comunicazione politica è tributaria ancora da un lato del “partito di Repubblica”, dall’altro dell’ossessione di essere presenti nei talk show (in quel periodo al loro massimo successo) e, infine, si fonda su un generoso tentativo di rinascita de l’Unità.

L’Unità da giornale a bollettino interno di un micro ceto politico

Dopo un periodo molto difficile, precedente alla fondazione del PD, infatti, il giornale viene rilanciato sotto la guida di Concita De Gregorio. Il giornale di Concita è efficace e recupera un po’ di copie e di visibilità, segue in gran parte le idee innovatrici e riformiste tracciate da Veltroni al Lingotto ma è anche – e questo in quel periodo ne aumenta il successo ma ne costituisce in realtà un limite – un giornale con qualche sapore di giustizialismo. Del resto, una delle firme di punta per un certo periodo è Marco Travaglio.

Con le dimissioni di Veltroni e il ritorno al comando del PD della vecchia guardia di Bersani, dopo l’interregno di Franceschini, anche L’Unità viene normalizzata e si trasforma rapidamente in un deprimente bollettino di partito, un foglio inutile che non legge quasi più nessuno. Una simile involuzione è perfettamente coerente con le teorie dell’usato sicuro: il PD, da partito nuovo che prova a parlare ai “nativi” del PD (e quindi anche ai nativi digitali e alla modernità), torna ad essere un partito che guarda ai suoi riferimenti consueti. Fidando nell’insipienza e nelle difficoltà dell’avversario, il Berlusconi colpito dai suoi guai giudiziari e dalla crisi mondiale, si crede che basti riproporre un solido e rassicurante riformismo d’annata per convincere e vincere. Sappiamo come è andata.

Piombini, stazioni, tentativi e poi la rottura comunicativa di Renzi

In quello stesso periodo (2009-2012) il fermento politico dei riformatori del PD tuttavia non si ferma, e si condensa in una serie di tentativi che, dai Piombini fino alle prime “prossima fermata Italia” (aka Leopolda), finiscono per trovare, dopo la parentesi velleitaria della candidatura di Ignazio Marino a segretario del PD, il loro leader in Matteo Renzi e il loro modello di comunicazione nella playlist e nella rottamazione.

Dopo il fallito tentativo di smacchiare il giaguaro, il nuovo modello comunicativo incarnato da Renzi vive il suo periodo di splendore. In termini di comunicazione, non vi è dubbio che fino alle elezioni europee ed oltre, Renzi è stato in felice sintonia con il sentire di moltissimi italiani. Riusciva a convincere e a vincere, e anche i suoi tratti caratteriali sembravano funzionare più in positivo che in negativo. L’idea che si potesse davvero riformare il Paese e semplificarlo risultava credibile proprio perché era incarnata con un approccio di giovanile rottura. Quanto alla partecipazione e ai suoi strumenti, per i militanti come per gli elettori, non ci si faceva poi tanto caso. A molti, me compreso, quasi bastava la Leopolda e i suoi tavoli di discussione, un’esperienza preziosa ma certo limitata. Il partito, invece, veniva sempre più usato dagli smacchiatori di giaguari per provare a smacchiare Renzi invece di Berlusconi, rendendo le sezioni dei luoghi spesso infrequentabili per molti.

Il fatto è che, fino a che è durato il momentum renziano, si poteva far finta di non vedere che l’insediamento sociale e demografico del PD era pur sempre troppo piegato sulla classe media e sugli anziani. Giovani trentenni apparivano numerosi alle Leopolde, ma in fondo si trattava di una elite, sia pur molto motivata e nuova.  E la comunicazione ha finito per seguire, perdendo a poco a poco la novità e spostandosi sempre più sul vecchio mezzo televisivo.

Del tentativo di Renzi di dare di nuovo ruolo a L’Unità, anche per “coprirsi a sinistra”, ho già scritto qui. Un nobile tentativo, ma pensato in modo isolato rispetto all’insieme della comunicazione del PD. Anche per questo, un ulteriore segnale che l’innovazione comunicativa introdotta da Renzi fosse più una questione di intuito e di fase politica, che una scelta strategica conseguente e duratura.

Italiani e social media

Siamo arrivati all’oggi. Prima di entrarci, vale la pena di riassumere – in schematiche pillole – alcuni risultati di una recente ricerca di Blogmeter su italiani e social media, da cui emergono alcuni fatti importanti:

  • i giovanissimi usano in prevalenza Instagram, e lo fanno soprattutto per seguire i propri influencer (prevalentemente cantanti);
  • i giovani, e larga parte della popolazione adulta, usa Facebook come prioritario mezzo di “cittadinanza”, ossia di relazione a tutto tondo con gli altri;
  • i giovani, e a fortiori i giovanissimi, non leggono i giornali e non guardano la TV;
  • youtube è utilizzatissimo, ma soprattutto in chiave “funzionale” (per fare cose, per avere informazioni e guide, per ascoltare musica);
  • twitter serve per avere informazioni, non è quindi centrale nella vita sociale, come non sono centrali altri social di tipo più settoriale (linkedin e simili);
  • praticamente nessun politico è considerato credibile da quote rilevanti di persone;
  • c’è larga fiducia nella serietà dei giornali, mentre ci si fida di meno delle notizie trovate in rete e, tuttavia, si cercano notizie in rete e non si leggono i giornali – si tratta quindi più di una petizione di principio che di un fatto concreto.

Le scelte attuali

Le scelte recenti della comunicazione del PD, dopo la rielezione di Renzi a segretario, sembrano potersi sintetizzare in tre elementi:

  • lasciar morire definitivamente l’Unità nel silenzio: il giornale è considerato ormai un inutile peso;
  • concentrarsi su un modello di comunicazione social estremamente semplificato e gridato, organizzato sia su canali ufficiali sia su canali non ufficiali ma ben controllati, in modalità pseudo grillina; anche il modo di parlare di Renzi, perfino nelle interviste ai giornali “seri”, risente in qualche modo di questo approccio, con una tendenza alla ripetizione quasi ossessiva di alcuni slogan e alcuni concetti chiave;
  • lanciare con gran fragore una nuova piattaforma di partecipazione politica, Bob.

Indubbiamente, in sé non ci sono grandi rischi nel lasciar morire l’Unità, visto che l’importanza dei giornali di carta è, ormai, molto dubbia. Il danno sarà probabilmente limitato allo scontento di un piccolo gruppo di militanti nostalgici, e sarà presto dimenticato. Anche nell’ipotesi che in qualche modo i fuoriusciti del PD tentino di riappropriarsi della testata, è probabile che il danno di immagine sia limitato.

Ma cosa resta, in quale luogo il PD può sviluppare e scrivere le proprie riflessioni, elaborare i propri programmi? A quanto sembra, però, più che di programmi si deve parlare di slogan e immagini, in una rincorsa verso la comunicazione gridata del M5S. Come si domanda giustamente Enrico Sola, se lo scopo di questa comunicazione è allargare la cerchia, si è sbagliato metodo poiché sono tutti messaggi confermativi, per già convinti. E se è quello di motivare i già convinti, si è sbagliato target, perché mediamente i sostenitori di Renzi e del PD non hanno il livello di fanatismo e fideismo che caratterizza il M5S. Insomma, ci si è dimenticato che l’originale è sempre meglio della copia e non è possibile competere in bassezza e semplificazione con i migliori esperti del ramo.

Il luogo della partecipazione, tuttavia, dovrebbe esserci: Bob è stato presentato proprio in quel modo. A sentire le dichiarazioni d’intenti, sembrava quasi che il sistema informativo per la partecipazione previsto dalla Statuto del PD potesse finalmente venire alla luce.

Purtroppo almeno per ora (la speranza è l’ultima a morire e spero in qualche evoluzione), Bob è una ridicola app per cellulare che riporta un po’ di news sul partito, qualche video di politici girato per la piattaforma, un link “partecipa” dove si possono mettere dei like e non certo discutere, proporre, commentare, ragionare. Una app che non si capisce proprio per quale diavolo di motivo un cittadino normale, ma anche un militante, dovrebbe installare sul proprio smartphone e, addirittura, usare. Manca proprio lo scopo, il valore aggiunto.

Perché?

Ammesso che questi tre elementi disegnino una strategia e non siano semplicemente frutto di confusione, mi sembra una strategia perdente. Ma, come dicevo all’inizio, la mia impressione è che si tratti di confusione causata da una certa disperazione di fondo, da una mancanza di chiarezza nella prospettiva politica, da post 4 dicembre: abbassiamoci al livello di un popolo che non ci capisce, e vediamo di convincerlo con cattivi argomenti, visto che i buoni non hanno funzionato.

Una scelta del genere, tuttavia, ammesso fosse efficace, dovrebbe almeno essere perseguita con perizia. Invece, ai giovani si continuerà a non parlare, visto il loro modo di usare i social (pensate davvero che un ragazzo se incappa in Renzi News si fidelizza?). Per gli altri, si rischia la disillusione dei militanti seri, senza conquistare nessuno.

E pensare che non c’è alcun motivo reale – se non appunto una gran confusione e un pizzico di disperazione – per questa deriva. Sarebbe sufficiente riflettere sul fatto che tuttora il PD esprime una classe dirigente di amministratori e tecnici di alto livello, che hanno sviluppato con serietà politiche pubbliche come non si erano mai viste da anni e anni (le politiche del lavoro, la riforma della PA, le politiche per gli enti locali, i diritti, ecc.).  Sarebbe sufficiente riflettere sul modello di comunicazione adottato da Macron in Francia, fondato sulla sistematica scelta di NON concedere mai nulla di nulla a qualsiasi tipo di semplificazione populista, per rivolgersi con i fatti e la ragione alla testa delle persone e, per questa via, conquistarne anche l’entusiasmo.

Insomma, anche ora, anche dopo la sconfitta referendaria, si potrebbe e dovrebbe puntare solo su una comunicazione nettamente opposta alla semplificazione urlata, e su una vera infrastruttura della partecipazione politica per i militanti e gli elettori. In questo quadro, infine, anche L’Unità e i suoi giornalisti potrebbero avere un ruolo utile. Un sito internet partecipativo potrebbe avere una corposa sezione di news e dibattiti, la nuova Unità, finanziato anche con la pubblicità. La carta, se il sito diventasse davvero il luogo della discussione, dell’elaborazione e della partecipazione del vasto insieme dei militanti e degli elettori del PD, potrebbe prima o poi tornare, magari in formati inediti (che so, uscite bisettimanali di approfondimento o simili).

Ho votato Renzi anche alle ultime primarie, per convinzione e perché non vedevo alternative. Spero riacquisti un po’ di lucidità e cambi urgentemente alcuni cattivi consiglieri.

 

 

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

1 Commento

  1. Daniele

    Onestamente, anche a me Renzi pare un po’ in confusione sulla comunicazione, da dopo il referendum. Però, dopo gli anni di esperienza che abbiamo fatto, mi rendo anche conto che il sistema per la partecipazione che pensammo a suo tempo era molto molto ottimista sulla dei “razionalità media” dei potenziali partecipanti, per non dire degli elettori…

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