Il Regno Unito al bivio, tra hard e soft Brexit

di Rebecca Maria Mari.

Westminster by Gordon Wrigley

Dopo quasi un anno dal referendum dello scorso 23 giugno che ha sconvolto l’Europa e la Gran Bretagna stessa, oggi il Regno Unito torna a votare nuovamente.

Quando il 18 aprile la premier Theresa May aveva annunciato le elezioni anticipate, le parole chiave del suo discorso erano state “stabilità”, “certezza” e “forte leadership” che a parer suo sarebbero state garantite solo da un voto prima dell’inizio delle negoziazioni con l’Europa.

Era evidente la volontà del primo ministro di voler approfittare dell’apparente debolezza del partito laburista, guidato da Jeremy Corbyn, per ottenere un maggior numero di seggi in Parlamento e “strengthen my hand in Brexit negotiations” (“rafforzare la mia posizione nei negoziati per la Brexit”) ma, con grande stupore di molti, i suoi calcoli si sono rivelati sbagliati a giudicare dagli attuali sondaggi. Anziché unirsi sotto la guida dei conservatori, l’elettorato britannico è ancora una volta profondamente spaccato: a inizio campagna elettorale i conservatori detenevano un vantaggio di circa 20 punti percentuali che si è deteriorato fino agli attuali 5-7 punti percentuali, in base a quale sondaggio viene considerato.

Nonostante i numerosi errori dell’attuale primo ministro durante la campagna elettorale (notevole la modifica al programma elettorale in seguito alla largamente criticata “dementia tax”), il supporto per i conservatori è rimasto pressoché invariato mentre molti dei voti inizialmente diretti verso partiti minori, quali LiberalDemocrats o Scottish National Party, sono confluiti a supporto del partito laburista.

Da un lato ci troviamo dunque di fronte ad un’altissima fidelizzazione dell’elettorato conservatore mentre dall’altro lato la dinamica è stata più complessa; infatti, in seguito alla pubblicazione del programma elettorale laburista si è registrato un aumento di consensi per il suddetto partito dovuto a un apprezzamento del “manifesto” stesso, ma anche a un fondamentale cambiamento di percezione di Jeremy Corbyn, inizialmente considerato poco adatto per una posizione di leadership ma sempre più apprezzato per le sue posizioni, in sostanza antitetiche a quelle di Theresa May in termini di politica interna. Questo rafforzamento della figura di Corbyn e delle chances effettive del partito laburista di formare un’opposizione solida al partito conservatore, se non di vincere le elezioni (se a fine aprile i conservatori sorrisero quando Corbyn lanciò la sua campagna elettorale dichiarando la sua determinazione a vincere queste elezioni, oggi quanto meno aleggia il dubbio), hanno portato molti elettori ha rivalutare le proprie scelte e ad orientarsi verso il partito laburista, se non altro per evitare a tutti i costi un governo conservatore guidato da un leader che si presenta come “strong and stable”, ma che ha sempre rifiutato il confronto diretto non presentandosi di persona ai maggiori dibattiti televisivi.

Il motivo per cui queste elezioni devono essere osservate attentamente da tutti i paesi europei è dato da uno dei più ripetuti slogan di Theresa May : “Who do you trust to get the best deal for Brexit – me or Jeremy Corbyn?”

Questa elezione dunque, nonostante non sia prettamente riguardante il dilemma Brexit sì-no, in quanto entrambi i maggiori partiti, Labour e Conservative, sostengono ad oggi l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, pone l’elettorato di fronte ad una scelta tra due differenti approcci alla Brexit e due differenti visioni della politica estera britannica. 

Theresa May è determinata a lasciare il mercato unico europeo e a sottoscrivere trattati di libero scambio con l’Unione Europea e numerosi altri paesi, con una tendenza a rafforzare i legami con gli stati membri del Commonwealth. Ritiene inoltre che nell’evenienza in cui non fosse possibile ottenere termini soddisfacenti, l’applicazione delle regole WTO in assenza di un accordo sarebbe da preferire a un trattato svantaggioso.

In seguito all’uscita dal mercato unico anche la libera circolazione delle persone cesserebbe e il flusso migratorio verso il Regno Unito sarebbe regolamentato con un tetto di 100,000 persone l’anno; anche il diritto dei cittadini europei a rimanere in Gran Bretagna sarebbe oggetto di negoziazioni con l’Unione Europea, da qui la protesta di molti expats sotto lo slogan “I’m not a bargaining chip”. Jeremy Corbyn invece rifiuta di accettare lo scenario in cui un accordo non è raggiunto e non esclude l’idea di un’unione doganale con l’Unione Europea. Nonostante concordi con l’idea di regolamentare l’immigrazione, non definisce una quota ed è determinato a garantire il diritto a rimanere nel Regno Unito dei cittadini europei che vi vivono e lavorano.

Corbyn è inoltre interessato a mantenere una stretta collaborazione con l’UE che si concretizzerebbe con la continuazione della partecipazione del Regno Unito in programmi europei quali Erasmus e Horizon 2020 (programma per la ricerca e l’innovazione).

Alla “Hard Brexit” di Theresa May si contrappone dunque la “Soft Brexit” di Jeremy Corbyn, non solo nei contenuti ma anche nell’atteggiamento a partire dalle sottili minacce del primo ministro tra le righe della lettera per l’invocazione dell’articolo 50, per finire con le accuse ai vertici europei di voler interferire con le attuali elezioni.

Sul motivo per cui un accordo più vantaggioso dovrebbe essere ottenuto da una “bloody difficult woman” piuttosto che da negoziazioni serie e rispettose promesse da Jeremy Corbyn, Theresa May non si è ancora pronunciata, ma sembra esserne molto sicura.

Chissà se sarà stata in grado di convincere anche la maggioranza del popolo britannico oltre che se stessa.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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