Trump verso il G7 di Taormina e la leadership climatica europea

di Agnese Vitale.

le pappole by Andrea Balducci

Si è svolto a Roma il 9 e 10 aprile scorso il G7 dedicato ai temi energetici, che ha visto la partecipazione dei Ministri per l’energia e il clima di Italia, Stati Uniti, Giappone, Germania, Canada, Francia e Regno Unito. Al termine del Summit non è stato possibile firmare una dichiarazione congiunta, ad annunciarlo è stato proprio il Ministro dello Sviluppo economico e presidente di turno Carlo Calenda. Tale esito è da attribuire alla posizione degli Stati Uniti di Donald Trump che starebbero riconsiderando le proprie politiche energetiche e climatiche. Sebbene Calenda abbia cercato di riaffermare il dialogo costruttivo con il partner oltreoceano, la solidità degli Accordi di Parigi sul clima, entrati in vigore a novembre 2016, sembra vacillare più che mai. Ancora una volta gli Stati Uniti dimostrano di non accettare la nuova sfida globale del cambiamento climatico, riaffermandosi su posizioni negazioniste e anti-scientifiche.

La crociata di Trump
La campagna di Trump, finora rimasta nei confini nazionali, ha appena gettato le sue ombre nei consessi internazionali. Proprio pochi giorni dopo il summit di Roma, il 20 aprile, Scott Pruit, eletto da Trump a capo dell’Agenzia Nazionale per la Protezione Ambientale (EPA), ha affermato che gli Stati Uniti potrebbero uscire dagli Accordi di Parigi e che la decisione verrà presa prima del prossimo incontro del G7 di fine maggio a Taormina. Questa affermazione fa seguito alla firma il 28 marzo dell’“Energy Independence”, un ordine esecutivo volto al progressivo smantellamento del “Clean Power Plan”, varato sotto l’amministrazione Obama ed entrato in vigore nell’agosto 2015.

Trump comunica astutamente che questo taglio agli standard ambientali farà tornare posti di lavoro in America; tuttavia tale argomento economico riflette una incomprensione fondamentale del problema, afferma sul Chicago Tribune Brad Schneider, membro democratico del Congresso e precursore del disegno di legge “CLIMATE”. Al contrario, la transizione verso un sistema energetico sostenibile è un’occasione straordinaria anche per la creazione di lavoro negli Stati Uniti, dove già tre milioni di persone sono impegnate nei green energy jobs. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Rinnovabile (IRENA) nel report 2016 “Renewable Energy and Jobs” spiega come, in contrasto con la depressione del più ampio mercato energetico, l’occupazione nelle energie rinnovabili continua a crescere, per raggiungere oltre gli 8 milioni di posti di lavoro a livello globale solo nel 2015, con una percentuale particolarmente alta del 6% negli Usa. Dati confermati indirettamente anche dal Dipartimento per l’Energia americano, nell’“Energy and Employment Report”, dove si riferisce che i lavori creati dai settori energetici tradizionali sono aumentati di meno del 5% nel 2016. Basti pensare che negli Stati Uniti l’occupazione nell’industria solare è cresciuta del 22%, dodici volte più veloce di qualsiasi altro settore economico americano, creando nel 2015 769mila posti di lavoro rispetto ai 187mila di gas e petrolio e ai 68mila dell’estrazione carbonifera. Certo è che se Trump dovesse attenersi strettamente agli Accordi di Parigi e ridurre il 28% di CO2 entro il 2025, così come previsto da Obama, ciò significherebbe abbandonare l’era dell’indipendenza energetica, ovvero energia sicura e a basso costo, da poco garantita dallo shale oil and gas revolution. Tuttavia sono le stesse forze economiche e politiche americane a chiedere a Trump un salto di fiducia, suggerendo come la depressione economica nel medio termine sarà più facilmente il frutto dell’isolamento internazionale e di scelte energetiche sbagliate.

Il 21 aprile l’Unione Nazionale degli Agricoltori (NFU) ha risposto all’annuncio di Scott Pruit con una lettera scritta a nome del suo presidente Roger Johnson. Qui si è ribadita la ferma posizione in sostegno degli Accordi sul clima, da cui soltanto dipende la resilienza delle comunità agricole americane a condizioni climatiche estreme. Già subito dopo le elezioni circa 360 multinazionali, da Starbucks ad Hawlett Packard a DuPont sollecitarono Trump a continuare la partecipazione statunitense negli Accordi di Parigi e a sostenere il taglio delle emissioni di CO2. Di recente, in marzo, anche qualche grande industria energetica si è detta favorevole (tra queste la Exxon Mobil) a sottolineare come oramai anche il mercato segni la strada della transizione energetica. Allo stesso modo stati federati e città statunitensi stanno cercando nuove forme di collaborazione per agire in autonomia. Esempio manifesto di tale sforzo è lo Stato della California, sul quale a detta del suo Governatore Jerry Brown, già incombe lo spettro del cambiamento climatico. Durante una Conferenza a San Francisco Brown ha affermato che la California non aspetterà una decisione finale da parte di Washington, si farà invece pioniera di un nuovo modello di sistema energetico: “We have to go against the flow and rechannel the flow because the flow is leading us to catastrophe”.

Il dibattito sul futuro degli Accordi di Parigi si gioca all’interno del partito e dell’amministrazione presidenziale. Alcuni esponenti e senatori repubblicani non sarebbero infatti convinti della scelta negazionista del Presidente e starebbero fiancheggiando nuove politiche come il progetto di una tassa sul carbone. Inoltre, dopo che l’incontro per discutere una linea ufficiale sul tema programmato per il 18 aprile è stato bruscamente cancellato, si fa sempre più evidente una spaccatura interna all’amministrazione stessa.

L’Unione Europea assuma la leadership
Qualunque sarà la scelta annunciata da Trump a Taormina, non potremmo più considerare gli USA come un leader globale nella lotta al cambiamento climatico. Se anche decidesse di rimanere nell’accordo, infatti, il Presidente americano cercherebbe di rinegoziarne i termini, riducendo l’ambizione dei target fissati da Barack Obama, come già vociferato dal Segretario per l’Energia Rick Perry.
L’assenza del secondo maggiore paese inquinatore (dopo la Cina) apre un fondamentale problema di leadership a livello globale. Come bene pubblico, il clima, non soggetto alla sovranità di uno stato preciso ma condiviso da tutte le popolazioni della terra, è caratterizzato da quello che gli scienziati politici chiamano il problema del free riding. Ciò significa che nessuno è disposto a pagare per qualcosa se possono farlo gli altri al posto proprio, riuscendo comunque a beneficiare delle “esternalità” positive dello sforzo altrui. Partendo da questo dilemma la dottrina ha elaborato teorie per soppesare le varie alternative date dal comportamento dei membri contraenti di un trattato. Quello che emerge è che la riuscita di un accordo sul clima, specialmente in assenza di misure punitive, verte sulla presenza di uno o più leader globali che per potenza economica e industriale siano in grado di cambiarne le sorti e che per influenza siano in grado di creare incentivi per la partecipazione di altri paesi.
Sebbene alcuni studiosi siano scettici riguardo all’attuazione degli Accordi di Parigi senza gli Stati Uniti, dobbiamo invece confidare nella possibilità che l’Europa si faccia definitivamente leader globale. Il ministro Calenda, subito dopo il Summit di Roma, ha affermato: “L’impegno a implementare l’accordo di Parigi rimane forte e deciso per tutti i paesi dell’Unione europea”. Anche il Commissario europeo per l’Energia e il Clima Miguel Arias Cañete ha commentato così: “While Secretary Perry informed us that the US is currently reviewing its energy and climate policies, I was particularly pleased to see that all others joined the EU in reaffirming our solid commitment and determination to implement the Paris Agreement and continue the clean energy transition. We see climate action and the clean energy transition for what it is: a driver of jobs and economic growth, a moral imperative and a promise for a better future.”

Secondo Eurostat nel 2014 i paesi membri hanno ridotto le emissioni di CO2 del 22,9% rispetto ai livelli del 1990, con prospetti di superamento degli obiettivi comunitari per il 2020, in netto contrasto con gli altri maggiori paesi inquinanti, Stati Uniti e Cina, i quali hanno aumentato le proprie emissioni di gas serra. La storia dell’UE parla infatti di una spiccata e naturale vocazione di leadership nel cambiamento climatico, quando già al Summit di Rio del 1992 venne approvato il Protocollo di Kyoto, fortemente supportato dall’Europa nonostante il ritiro nel 2001 degli Stati Uniti di George Bush. Secondo gli analisti, infatti, l’Unione Europea quale potenza civile (civilian power) che favorisce il dialogo multilaterale nel trattare questioni di governance globale, ha le carte in regola per assumere tale ruolo di leadership. Simbolo di ciò è una coscienza civile europea molto alta riguardo al problema del cambiamento climatico. Secondo i dati (Eurobarometro 2015) il 91% dei cittadini europei vede il riscaldamento globale come un tema molto serio, il 47% come uno dei più urgenti nella contemporaneità. Per fare un confronto, negli Stati Uniti, secondo statistiche fornite dalla Yale University (2016), il 42% dei cittadini non è preoccupato del cambiamento climatico. Il popolo cinese compare poi come il meno allarmato secondo il report del Pew Research Center (2015) con solo il 18% dei cittadini che considera il clima un problema molto serio.

Tuttavia, così come evidenziato da varie ONG tra cui Greenpeace, se l’Europa vuole davvero salvare il clima deve aumentare le sue ambizioni domestiche. Infatti, al momento, i programmi europei per il 2030 e il 2050, ovvero quelli che dovrebbero sostituire l’attuale piano per il 2020, non sono legalmente vincolanti, data l’opposizione di paesi come la Polonia e l’Ungheria, determinando un indebolimento della governance energetica e climatica europea. Non solo, l’UE soffre anche di altri problemi, come quelli riguardanti il Sistema europeo di scambio delle quote di emissione (ETS). Quest’ultimo, creato e pensato come driver delle politiche climatiche europee, vede oggi una fondamentale assenza di mercato risultante dal bassissimo prezzo delle quote. Come dimostrano i dati IRENA del 2016, la recente crisi economica e alcune avversità politiche hanno indebolito le misure volte alle energie rinnovabili dell’Unione portando ad un calo degli investimenti e dell’impiego nel settore rispetto agli anni precedenti.

Nonostante queste inequivocabili difficoltà, l’Europa deve vincere le resistenze e gli individualismi nazionali per esprimere voce univoca e chiara a livello internazionale. È questo l’appello che arriva da molti esponenti della politica, della cultura e della scienza. Ciò non significa soltanto colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti, ma anche impedire che la Cina assuma da sola il comando, portando a squilibri geopolitici. Si perché la Repubblica Popolare di Xi Jinping ha già annunciato di ritenere gli Accordi di Parigi strettamente obbliganti e di aver stanziato un fondo di 780 miliardi in energie rinnovabili per il 2030, sia in progetti interni che all’estero (soprattutto in Africa). È questo uno dei motivi per cui Federica Mogherini, Alto Rappresentante dell’UE, si è recata, subito dopo il G7 di Roma dal 18 al 24 aprile, prima in Cina e poi in India, affermando come la partnership strategica UE-Cina “has never been so important”. Partnership che è stata reiterata dalle domande depositate all’ONU da parte di entrambe le potenze per chiedere conto delle politiche negazioniste americane.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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