Politiche disegnate male

di Maurizio Bovi.

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Troppo spesso le politiche hanno risultati significativamente inferiori alle attese e devono essere ridisegnate. Eppure, il loro fallimento era prevedibile. Cito ora, e non più, il caso del voucher-lavoro e semplicemente tratteggio altri due casi poiché il mio vero e unico scopo è sottolineare come il problema di cui al titolo ha valenza generale e che esso potrebbe essere ridotto se solo i politici seguissero più spesso i consigli dei tecnici (quelli bravi e seri, s’intende, non gli IgNobel).

Giusto o no, nella seconda metà degli anni ‘90 nacquero i cosiddetti co.co.co e contratti atipici vari, “legiferati” per aumentare strutturalmente la flessibilità nel mercato del lavoro in Italia che, per l’appunto, era strutturalmente minore rispetto ai paesi concorrenti. Come sono stati disegnati? In sostanza, si agì con la leva fiscale per far sì che il lavoro flessibile divenisse più vantaggioso per l’imprenditore e che, di conseguenza, costui fosse stimolato ad usarlo. E infatti, come prevedibile, gli imprenditori sfruttarono appieno la decontribuzione, incrementando di molto la quota dei lavoratori flessibili. Dati Istat informano che tra il 1996 e il 2000 il lavoro dipendente, nei settori privati non agricoli, aumentò dell’ 8,1%. Tale incremento era attribuibile per il 90% al lavoro atipico, che segnava una variazione pari al 40,5%. In termini assoluti, le posizioni lavorative atipiche passarono da oltre 1 milione e mezzo a circa 2 milioni e 190 mila nel 2000. Se questo boom vi sembra risibile, notate che dette cifre non comprendono i collaboratori coordinati e continuativi. Ebbene, secondo le stime dell’Inps, in soli quattro anni (tra il 1996 e il 1999), i co.co.co aumentarono di oltre il 34% superando, nel 1999, la soglia del milione. In quell’anno, la loro incidenza sul totale degli occupati indipendenti regolari raggiunse il 22,1%. Insomma, una stima per difetto indica, per il 2000, una massa di lavoratori atipici pari a oltre 3 milioni di occupati, il 23% del totale.

Come sarebbe poi diventato noto a tutti, per molti/troppi lavoratori la flessibilità – che, ricordo, serve per congiunture/situazioni particolari – divenne negli anni così patologica e duratura che si è cominciato a definirla precariato. Ironia della sorte (rectius, incapacità dell’homo politicus): si era affrontato un problema strutturale creandone un altro. Ma non era prevedibile che, senza gli adeguati vincoli cogenti del caso, la soluzione sarebbe stata quella? Ma certo che sì. Chissà, però, essendo la politica l’arte del compromesso, nello scrivere la Legge si è forse perso di vista l’obiettivo: non sempre la soluzione di compromesso è una buona soluzione. Anzi. In merito devo notare che, almeno a parole, nell’arena politica spesso si sente parlare di soluzioni “pasticciate”, di “porcellum” et similia. Che troppo spesso, però, finiscono per essere la soluzione. Per tornare al punto, una discussione o il ricorso a forze “extra politica” avrebbe giovato (vedi oltre).

Veniamo ai giorni nostri. Taluni elementi fondanti del Jobs Act sono stati suggeriti dai tecnici. E si vede. Uno dei punti dell’intervento è che le imprese non possono precarizzare i lavoratori – poiché le tutele sono crescenti – e neanche li dovrebbero licenziare, poiché hanno investito nella loro formazione. Come si intuisce, il disegno dell’intervento e degli incentivi è stato diverso – e migliore – rispetto al precedente. E, infatti, qualche statistica del mercato del lavoro sta migliorando. E’ dunque tutto oro quel che luccica? Purtroppo no. Come gli interventi degli anni “90, anche il Jobs Act include un vantaggio fiscale rispetto agli oneri sociali a carico del datore di lavoro: il contratto unico offre, nei primi tre anni, contributi e diritti inferiori rispetto al contratto ordinario a tempo indeterminato. Seguendo la logica di cui sopra, era difficile immaginare che ci sarebbe stato un incentivo implicito per il datore di lavoro a non raggiungere la scadenza per evitare che il contratto a tutele crescenti diventasse un contratto tutelato pienamente? Data la precedente esperienza non era prevedibile che, finito l’incentivo, sarebbe finita la spinta? Facciamo rispondere ai dati.

Nei primi tre mesi di quest’anno l’INPS ci informa di un saldo positivo tra assunzioni e licenziamenti. Ma con i contratti a termine sempre più determinanti. Quelli stabili, che dalla fine del 2015 non godono più dell’incentivo della piena decontribuzione, sono al palo. Nel dettaglio, emerge che nei primi tre mesi del 2017 sono stati attivati un po’ meno di 400mila contratti a tempo indeterminato a fronte di un po’ più di 380mila cessazioni di contratti stabili. Il saldo dei posti fissi creati è dunque in attivo per meno di 20mila unità (17mila, per la precisione). Se si confrontano queste cifre con i corrispondenti saldi di inizio 2016 (41mila) e 2015 (214mila) – ovvero coi saldi “drogati“ dagli sgravi contributivi totali – si capisce come l’intervento abbia aspetti positivi, ma che non riesca ad incidere strutturalmente. Eppure era questo uno degli obiettivi dichiarati del Jobs Act. Invero, tra gli slogan che tuttora campeggiano sul sito web del Ministero del Lavoro c’è anche quello che dice che il Jobs Act serve a: “Incentivare le imprese ad assumere con il contratto a tempo indeterminato, non solo per le agevolazioni ma per la garanzia di avere regole certe e semplici”.

Insomma, la storia delle politiche sembra sempre finire con l’imprenditore che “prende i soldi e scappa” (spero sia chiaro che sto parlando di politiche in genere). E’ colpa dell’imprenditore se sfrutta gli incentivi e le elargizioni varie gentilmente concesse dal Governo facendo il proprio tornaconto? Assolutamente no. A meno fin quando l’impresa non diventerà un ente di beneficienza o si converta al francescanesimo, per dirla con la cronaca attuale. Nel frattempo, ci si deve domandare: Quand’è che si disegneranno Leggi capaci di internalizzare comportamenti ovvi e, dunque, capaci di evitare di dover intervenire varie volte? Quando il Ministero del Lavoro scrive: “incentivare le assunzioni a tempo indeterminato…per la garanzia di avere regole certe e semplici” dovrebbe intendere e far intendere che le Leggi non verranno più cambiate con la frequenza attuale. E’ ampiamente dimostrato che la giungla normativa “tassa più delle tasse”. Ovviamente non è per nulla semplice produrre Leggi efficienti, semplici e, dunque, durature. Questo va chiarito fin d’ora. Però nel nostro paese la situazione è insopportabilmente peggiore che in altri paesi simili.

Una possibilità per migliorare ci sarebbe. Ci sono studiosi che si occupano di questi problemi da tempo immemore. E con risultati sorprendenti. Ci sono vari approcci utili, ma qui mi piace accennare a quello del cosiddetto mechanism design che, essendo iniziato negli anni “60, è ormai ben consolidato. Senza entrare in dettagli tecnici che risultano improponibili in un post di un blog, il mechanism design cerca, appunto, di disegnare un meccanismo – ad esempio una Legge – che tenga in conto le prevedibili e inevitabili reazioni delle persone le cui scelte sono in qualche misura intaccate dal nuovo meccanismo. Già da questo telegramma su questo filone di ricerca emerge quanto esso potrebbe essere utile al problema di cui sto discutendo. Invero, nel mondo anglosassone lo si usa. Molte sono le domande che sorgono spontanee: Se ne parla nelle nostre Commissioni parlamentari e/o nella preparazione dei programmi economici dei nostri partiti? C’è qualche onorevole o sottosegretario che ne ha letto qualcosa? Lo insegnano nelle scuole di formazione politica? Sanno i politici che esso è utilizzabile anche per disegnare un sistema elettorale migliore?

Rimando ad altro post il problema, urticante e multi-partisan, delle nomine politico/amministrative basate più sulla prossimità al potere che sulle competenze, più sulla conoscenza del politico che della politica. Infatti, qui, il mio punto è che non è per nulla necessario che il politico conosca le tecniche: gli basta chiedere lumi agli esperti. Fin dai tempi di Adam Smith si sa che ognuno deve fare il mestiere in cui è più bravo: uno vince le elezioni, un altro fornisce le soluzioni. Insomma, mi illudo che un giorno non sentirò più sillogismi del tipo: ho più voti di te e quindi tu non sei nessuno.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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