La Brexit, cronaca di una tragedia non annunciata

di Alessandro Venieri.

Bankenverband – Bundesverband deutscher Banken by Brexit

Adam Smith chiudeva il suo famoso (e lunghissimo) saggio riguardante la ricchezza delle nazioni augurandosi che il Regno Unito potesse, in tempi brevi, “sforzarsi di adattare i suoi futuri progetti e visioni alla reale mediocrità delle proprie circostanze”.
A distanza di quasi tre secoli la terra d’Albione appare men che mai propensa ad accettare la propria piccolezza nazionale, e se è vero che i paesi europei si dividono in due categorie, ovvero quelli piccoli e quelli che ancora non sanno di esserlo, pare adeguato collocare lo stato insulare nel secondo gruppo. Anche in queste settimane, per fare un esempio concreto, non c’è discorso pubblico in cui la May dimentichi di definire il Regno Unito quale un “grande paese”.

Che il Regno Unito sia un paese particolarmente geloso delle proprie tradizioni e dei propri simboli sembra impossibile da mettere in discussione.
Per decenni, in effetti, il modello di sovranità britannico è stato obiettivamente una questione aperta nell’ambito dell’integrazione europea.
Vi sono innumerevoli fattori che hanno concorso alla formazione dell’identità britannica così come la conosciamo oggi, ma gli elementi cruciali sono rispettivamente: il retaggio imperiale, frutto di due secoli di dominazioni extra-continentali; il ruolo di super-potenza politica ed economica, ricoperto tra XIX e primi decenni del XX secolo; l’aver concluso due guerre mondiali da vincitrice; il non aver mai subito un’invasione sul proprio suolo negli ultimi nove secoli.

Si è creduto a lungo, per quasi un cinquantennio, che l’integrazione europea potesse essere accordata in qualche modo con le gelosie sovraniste e nazionaliste inglesi.
Ci si ripeteva, anzi, che il Regno Unito avesse cominciato ad elaborare il lutto legato alla perdita del proprio prestigio internazionale proprio a partire dalle prime domande di adesione presentate alle Comunità Europee, negli anni ’60.
Al contrario si è scoperto che l’elaborazione del lutto da parte inglese è tutt’altro che conclusa; in molti, tra analisti e studiosi, si sono affrettati subito dopo il referendum a snocciolare tutta una serie di fattori che avrebbero dovuto rendere ovvio il risultato del referendum.
Il voto dello scorso 23 giugno, in altri termini, ha segnato l’apparizione ex post di una lunga serie di profezie desiderose di dimostrare l’assoluta coerenza del risultato del voto con lo spirito britannico, in linea con la storia travagliata dei rapporti tra Regno Unito e Comunità Europea.

Tale narrazione, potente e vitale più che mai anche oggi, appare condivisa dalla maggior parte del pubblico, raccogliendo consensi in maniera indifferenziata sia tra gli anti-europeisti che tra i filo-europeisti.
Ciò tuttavia contrasta con la realtà dei fatti (e delle percezioni).
Infatti, pur riconoscendo la singolare e difficile vicenda inglese all’interno del progetto europeo, fino a tre anni fa nessuno avrebbe osato scommettere su un’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, né alcun commentatore politico si sarebbe azzardato a definire i due maggiori partiti del paese, conservatore e laburista, delle congreghe di euro-scettici.
Né l’euro-scetticismo organizzato appariva troppo minaccioso, nonostante la crescita nel tempo dello UKIP, unico partito apertamente anti-europeista nel panorama politico britannico.

La tutt’altro che annunciata tragedia alla quale stiamo assistendo è stata il frutto di un azzardo dell’ex primo ministro David Cameron, guidato da calcoli e stime errate, il quale sperava di utilizzare il referendum come leva per aumentare il proprio prestigio e ridurre al silenzio l’opposizione interna al suo partito.
Cameron, non nuovo a scommesse politiche ad alto rischio (come non ricordare il referendum scozzese del 2014?), sarà ricordato a lungo come colui che ha condannato il proprio paese al peggior suicidio politico che mente d’uomo ricordi dalla fine della seconda guerra mondiale in poi.
L’errore clamoroso dell’ex primo ministro è stato quello di aver ricondotto sic et simpliciter l’euroscetticismo nel proprio paese alla sua componente organizzata, mentre dal referendum è risultata essere la componente fluida e trasversale quella capace di rovesciare previsioni della vigilia.
Ora, se pure noi ammettiamo che questa tragedia abbia indubbi connotati inglesi, legati ad un modo di politicizzare la questione dell’appartenenza all’Unione che affonda le proprie radici in dibattiti risalenti agli anni ’40 (si veda la concezione europeista di Churchill, sviluppata contemporaneamente alla dottrina dei “tre circoli”), è erroneo al contempo ritenere che la dinamica che sta conducendo alla Brexit sia totalmente estranea agli altri paesi europei.

La Brexit non va vista come un problema comunitario soltanto nella misura in cui è in grado di mettere in dubbio la solidità dell’Unione Europea e i suoi obiettivi di lungo termine (dubbi che emergono peraltro anche dall’ultimo libro bianco della Commissione); al contrario, occorrerebbe comprendere quanto di questa vicenda possa essere d’insegnamento riguardo dinamiche domestiche che si stanno sviluppando in più paesi dell’UE.
La domande cruciali sono: quanto dell’euroscetticismo in ciascuno dei paesi europei non appare concentrato e organizzato, ma disperso, fluido e trasversale?
Quali sono i motivi che spingono la maggior parte dei partiti politici e dei loro leader, di fronte all’avanzare delle forze euroscettiche, a non abbracciare in toto un chiaro e programmatico progetto europeista?

La vicenda inglese dovrebbe mettere in guardia le tribune politiche dei paesi europei, su come una serie di piccoli errori e di decisioni avventate abbia potuto produrre un epilogo inquietante e imprevisto.
Un ammonimento particolarmente importante è quello che concerne l’evoluzione dei due maggiori partiti inglesi nel corso dell’ultimo anno.
Sia il partito conservatore che quello laburista erano considerati, nella lunga traiettoria delle rispettive vicende più recenti, due partiti ad impronta sostanzialmente europeista.
Il partito conservatore, responsabile dell’ingresso del paese nella Comunità Europea negli anni ’70, pur avendo preso le distanze dal progetto politico europeo sotto la Thatcher negli anni ’80 non aveva mai dimostrato di dare spazio a forti visioni euroscettiche.
Il partito laburista, che fino alla fine degli anni ’80 non si era mai chiaramente schierato a favore del progetto europeista, sotto la nuova generazione scozzese di Blair e del New Labour, si era infine qualificato come un aperto sostenitore del processo d’integrazione.

Oggi entrambi i partiti, i conservatori della May e i laburisti di Corbyn, hanno dichiarato senza mezzi termini che il referendum, seppur di natura puramente consultiva, li obbliga a perseguire per il bene della nazione la fuoriuscita dall’UE.
In entrambi i casi sembra che una buona fetta degli elettorati dei due partiti si sia risvegliata dal torpore di decenni per farsi guidare da una manciata di politici che, in maniera opportunistica, hanno preso il comando delle rispettive organizzazioni.
Masse silenti, invisibili ai radar dei sondaggi, hanno fatto il gioco di politici in cerca di visibilità e di riconoscimenti pubblici, generando non solo una tragedia politica europea ma anche una frattura profonda nel cuore della società inglese (anche se quest’ultima viene negata da più parti, persino da un osservatore e giornalista capace come Owen Jones).

Unicamente i Lib-Dem, i Verdi e i nazionalisti scozzesi rimangono a brandire il vessillo dell’Unione Europea di là dalla Manica, anche se chiaramente le possibilità che questi possano rovesciare in breve le sorti del paese in uno sforzo concertato si profilano assai esigue.

Posta in questa prospettiva la vicenda Brexit appare molto meno inglese di quanto sembri, peraltro con il rischio sempre presente di un effetto di spillover in altri paesi, nel momento in cui il pubblico europeo appare in maniera crescente transnazionale e permeabile e in cui sembrano proporsi strani connubi tra forze euro-scettiche di ogni schiatta e colore.
Quello che ci dovremmo domandare è quanta parte degli elettorati e dei politicanti euro-scettici trovano attualmente cittadinanza politica (silente) nei maggiori partiti di governo del continente.
Se il fattore decisivo della Brexit non sono stati gli euro-scettici organizzati e irreggimentati, ma quelli fluidi e trasversali, dobbiamo convincerci che le dinamiche viste nel Regno Unito sono riproducibili in altri paesi, persino in Italia, e che sono poche le nazioni immuni (tra queste, probabilmente, la Germania).

Esistono delle soluzioni adottabili nel breve termine: la messa al bando del quieto vivere all’interno dei maggiori partiti europei, al fine di marginalizzare le minoranze euro-scettiche che covano al loro interno; l’adozione di programmi elettorali che includano in maniera chiara, netta e inequivocabile una vocazione europeista, strategia che ha buone speranze di successo presso i cittadini, stanchi di messaggi equivoci e ambivalenti (Macron docet); una educazione alla cittadinanza europea più completa ed esauriente, scevra di connotati puramente utilitaristici (diversa dunque da quella adottata nel Regno Unito per tutti i passati quarant’anni) che sappia mettere in scacco le fallacie e le bufale euro-scettiche.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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