Elettricita’ da biomasse: l’ “effetto cavallette”

di Domenico Coiante.

Humboldt Redwood Forest Single_tonemapped by Daniel

Nella trasmissione televisiva di RAI 1, “L’Arena”, del 30 aprile scorso, il Commissario dell’ente regionale Calabria Verde, preposto alla gestione delle foreste pubbliche calabresi, ha denunciato il taglio abusivo di oltre 5000 alberi d’alto fusto e il furto del legname nei boschi della provincia di Cosenza. Nel dibattito che ne è seguito, è stata indicata come una possibile connessione causale la presenza nel territorio calabro di numerose centrali elettriche a biomassa. Di fatto si è constatato che l’insediamento delle centrali ha prodotto una deforestazione pronunciata del territorio, sia in ambito privato, che pubblico.
Nel 2010, quando le centrali elettriche a biomasse, installate in Calabria, raggiunsero il numero di tre, avevo scritto un articolo dal titolo: ELETTRICITA’ DA BIOMASSE LEGNOSE: EFFETTI ECONOMICI E AMBIENTALI, pubblicato sul sito di ASPOITALIA. Questo studio, che raccomando vivamente al lettore, mi era stato suggerito dall’aver notato personalmente nelle vie consolari e provinciali a Nord di Roma, un insolito traffico di autotreni con rimorchio, tutti carichi di tronchi di legna da ardere e tutti targati Reggio Calabria e Cosenza. Il fatto di per sé non aveva nulla d’illegale, tuttavia mi aveva incuriosito ed indotto a farmi la domanda: “Perché quell’alta frequenza di targhe calabresi?”

In quel tempo stavo scrivendo l’articolo citato sopra, le cui conclusioni mostravano chiaramente gli effetti distorsivi sul mercato della legna da ardere e le relative conseguenze sul territorio, provocati principalmente dall’esistenza delle incentivazioni pubbliche. Così azzardai il collegamento di quel flusso insolito di legna laziale verso la Calabria con l’approvvigionamento di biomasse da parte delle centrali calabre. Gli impianti erano entrati in funzione qualche anno prima ed ormai avevano assorbito tutto il legname che poteva provenire dal territorio circostante e che, ovviamente, era quello economicamente più conveniente, dovendo percorrere soltanto qualche decina di chilometri. Evidentemente si era trovato il modo di allungare il raggio d’approvvigionamento fino a centinaia di chilometri, se i camion di raccolta circolavano nel Lazio. Ma ciò avrebbe dovuto essere antieconomico e tuttavia stava avvenendo. Come era possibile?

L’analisi economica accurata sviluppata nello studio mostrava che il ritorno monetario poteva divenire positivo a causa della presenza delle incentivazioni pubbliche, elargite agli impianti a biomassa. Si dimostrava che il pagamento di 22 centesimi di euro a kWh, erogato allora dalla rete elettrica, permetteva di realizzare un margine di guadagno rispetto al costo di produzione tale da ammortizzare la spesa per il trasporto della legna anche da grandi distanze. In pratica l’incentivo pubblico consentiva di estendere il raggio di approvvigionamento della legna fino a circa 1000 km. Naturalmente era necessaria un’adeguata capienza dei mezzi di trasporto, cosa che era perfettamente verificata dai TIR circolanti. Il grafico di Fig.1, tratto dal riferimento citato, riassume in dettaglio la situazione.

Fig.1 – Costo del kWh per biomasse da filiera a confronto con il livello di competitività assistita posto a 22,4 c€. Il costo diviene competitivo a partire da circa 1600 ore equivalenti per distanze entro 50 km e 2500 ore per distanze entro 500 km

Sono presenti due curve che esprimono l’andamento del costo di produzione del kWh in funzione delle ore di funzionamento della centrale a piena potenza. La curva inferiore si riferisce al caso di approvvigionamento della legna entro un raggio di 50 km dalla centrale e la curva superiore dà il costo nel caso di approvvigionamento da una distanza di 500 km. Come si vede il costo decresce in entrambi i casi al crescere delle ore di utilizzo della centrale. La linea nera in basso rappresenta il livello di 6,5 centesimi di euro a kWh, che costituisce il riferimento per la competitività economica del kWh in rete (è il prezzo pagato dalla rete senza incentivi = 6,5 centesimi). Si può notare che la curva del costo di produzione non incontra il livello di competitività nemmeno nel caso più favorevole dei 50 km. Si conclude che, in termini puramente economici, l’investimento in una centrale a biomassa non sarebbe mai redditivo.

La situazione cambia con l’erogazione delle incentivazioni pubbliche (circa 22 centesimi a kWh). Il livello, rappresentato con la linea posta a 22 centesimi, costituisce il nuovo riferimento. Adesso entrambe le curve tagliano il riferimento e mostrano di raggiungere la remuneratività, sia a poco più di 1500 ore di funzionamento nel caso dell’approvvigionamento breve, sia a 2500 ore di funzionamento per il rifornimento di legna a 500 km. Poiché generalmente le centrali vengono fatte lavorare per almeno 4500 ore l’anno, si capisce come le biomasse assistite siano divenute un grande affare. Dal grafico segue che, grossomodo, l’unica condizione è farle lavorare a pieno regime per più di 3000 ore e in tal caso esse sono remunerative anche con l’approvvigionamento di legna da oltre 500 km di distanza. Terminata la legna a basso costo reperibile nel bacino attiguo alla centrale, la si va a prendere da zone sempre più lontane ed ecco spiegato il flusso di legna da ardere perfino dalle zone dell’Alto Lazio.
Naturalmente ciò non avrebbe nulla d’illegale, se il taglio dei boschi fosse fatto secondo le regole della sostenibilità. In ogni caso la nuova situazione ha creato una pressione anomala sulle foreste rispetto al passato avendo aumentato di molto la domanda di legna sul mercato. Ovviamente la massima remuneratività si ha con la legna proveniente dalle zone vicine alla centrale e ciò genera un fenomeno analogo a quello dei furti di rame, cioè il taglio abusivo delle foreste con il furto del legname e la creazione di un mercato nascosto per rifornire le centrali. Come è possibile dedurre dal grafico di Fig.1, la riduzione dell’entità dell’incentivazione ha come conseguenza l’accorciamento del raggio utile per l’approvvigionamento e quindi l’aumento della pressione del taglio dei boschi che si trovano più vicini alla centrale. Ed è quanto sta avvenendo come denunciato e documentato nella trasmissione televisiva L’Arena.

Nel 2010, l’articolo già citato si concludeva in questo modo: “Il fatto che l’entità dei sussidi governativi consenta di realizzare profitto anche bruciando biomasse di provenienza molto lontana può produrre sul territorio effetti preoccupanti. La possibilità del guadagno immediato può accelerare la frequenza del taglio dei boschi con il rischio speculativo che, senza adeguati controlli, si possa arrivare ad una vera e propria deforestazione. Si ricorda che il livello delle incentivazioni pubbliche è stato fissato dalla attuale normativa essenzialmente per aiutare le colture dedicate SRF (forestazione a rapida rotazione) ed il recupero dei residui agro-alimentari. Purtroppo, come testimonia il grande traffico Nord-Sud della legna da ardere, gl’incentivi economici hanno fatto divenire remunerativo il trasporto del combustibile anche per distanze superiori ai 500 km: questo può avere effetti disastrosi sul patrimonio boschivo nazionale a causa dello sfruttamento troppo intensivo delle foreste. Può accadere che, mentre si cerca di combattere la crisi climatica investendo ingenti risorse pubbliche nella riforestazione del territorio, dall’altro lato, si produce l’effetto contrario con lo sfruttamento eccessivo dei boschi”.

Il taglio illegale degli alberi ed il furto di legname vanno ad aggravare la situazione. E’ quanto sta avvenendo in alcune zone della Calabria con l’impressionante progressivo diradamento degli alberi d’alto fusto e la desertificazione del territorio. Visto da opportuna distanza e immaginando di filmare dall’alto, per lungo tempo, la vegetazione circostante la centrale per un raggio di adeguate dimensioni, l’effetto si presenterebbe come se fossero all’opera nella zona le cavallette di biblica memoria.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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