È necessario un populismo di sinistra?

di Nausica Palazzo.

11 de febrero. Aniversario del Nacimiento de Ricardo Carpani by ANSES

È stata di recente più volte ribadita la necessità di «costruire» un populismo di sinistra per intercettare i bisogni eterogenei di un popolo sempre più insofferente, e soprattutto per porre un argine all’avanzata dei populismi di destra. Tra queste, la proposta di Christian Raimo, sull’onda lunga dell’entusiasmo generato dall’elezione di Jeremy Corbyn nel Regno Unito nell’Ottobre 2015; dell’infaticabile Judith Butler, sulle pagine di Liberation; del giovane opinionista e membro del Labour Party Owen Jones, a seguito dell’elezione di Trump; di numerosi attivisti di sinistra; e via dicendo.

La questione è piuttosto complessa e cercheremo di spiegare il perché. Innanzitutto perché «populismo» è un termine tanto ambiguo quanto a geografia variabile, nel senso che ha assunto un significato profondamente diverso a seconda del contesto regionale considerato. Mentre in Europa subisce la cattura dei movimenti di estrema destra, finendo con l’essere sinonimo di irrazionalismo, xenofobia, e reazione ed essere tradotto in chiave fortemente dispregiativa, non così nel contesto latino-americano, dove rimanda a una costruzione politica, volendo sintetizzare brutalmente, più attenta alle istanze popolari e alla riappropriazione della cosa pubblica da parte della popolazione degli esclusi.

Inoltre, nel contesto europeo gli esempi di populismi cosiddetti di sinistra presentano caratteristiche piuttosto diverse, a seconda del grado di attenzione che decidono di dedicare alle «classi sociali» e ad altri cleavages sociali (pre)esistenti, e a seconda degli obiettivi che si propongono di raggiungere. Mélenchon in Francia sembrerebbe privilegiare una forma di patriottismo ancorato ai valori repubblicani in chiave anti-establishment; il populismo di sinistra olandese sembra mal tollerare l’avanzata degli anti-valori del fondamentalismo islamico (strizzando l’occhio ai populismi di destra).

L’esperimento più interessante, tuttavia, è la traduzione in Spagna e Grecia delle teorie di Ernesto Laclau, fondatore assieme alla moglie Chantal Mouffe della scuola post-marxista. Per quanto riguarda Podemos, il teorico del movimento, Íñigo Errejón, docente all’Università Complutense di Madrid, si rifà apertamente a teorie post-strutturaliste e in particolare al pensiero di Laclau; mentre in Grecia, il ministro dell’economia Varoufakis ha conseguito il suo dottorato all’Università di Essex, dove insegnava Laclau (e almeno due esponenti del partito hanno lavorato alle dirette dipendenze di Laclau presso la stessa università). L’esempio greco tuttavia si è rivelato fallimentare per aver Syriza accolto il piano di auterity proposto dalla Troika, ed aver virato in senso più spiccatamente compromissorio con l’«establishment». Podemos conserva invece intatta la sua purezza teorico-politica, tipica delle forze extra-parlamentari, non avendo ancora ricoperto incarichi di governo.

Cercando ora di sintetizzare il pensiero di Laclau e Mouffe, cui Podemos si ispira, bisogna innanzitutto ricordare la forte avversione nei confronti dell’economicismo e razionalismo marxista, inteso come la convinzione che esistano classi sociali date e che sia possibile costruire una «grande narrativa» della storia, intesa come una totalità intellegibile formatasi a partire da leggi spiegabili. Una simile narrativa si presterebbe infatti ad accuse di riduzionsimo, poiché, secondo gli autori, non è possibile fornire una spiegazione della storia o della società a partire da fattori sociali o materiali quali una «classe», né vaticinare l’avvento del socialismo come inevitabile conclusione dello scontro tra classe operaia e capitalista (rifiuto di quella che nel linguaggio di Wright Mills viene definita «metafisica del lavoro»). Bisognerebbe al contrario interpretare l’esistente alla stregua di una «mappa vuota», senza confini tra i vari continenti, che trasposto sul piano sociale significa leggere il tutto con la consapevolezza che non esistono fratture identitarie predeterminate come classe sociale, genere, razza etc., ma che al più vi siano forme diverse, sempre contingenti, di articolare istanze sociali particolari (di cui si dirà).

Il presupposto teorico è abbastanza noto per i conoscitori del post-strutturalismo, e le più avanzate ricerche in materia dimostrano come concetti quali razza e genere siano frutto di una costruzione «sociale» e siano sottili al punto da poterne mettere in discussione la (pre)esistenza senza troppi problemi. Se ciò è vero, tali categorie non possono essere date per presupposte, e diventano inservibili nella misura in cui non si può più impostare l’attivismo politico sulla base di esse. Essendo le categorie fluide, intersezionali (posso essere discriminata al contempo in quanto donna, di colore, omosessuale), mai date a priori, esse necessitano semplicemente di essere decostruite, svelandone l’inessenzialità e la natura di costrutti linguistico-culturali. È evidente che, se le cose stanno così, viene meno il supporto identitario e quindi la base dell’aggregazione politica, che necessiterà di essere costruita lungo nuove direttrici.

Quali? Ridisegnare i contorni della mappa sociale altro non significa che prescindere dalle fratture esistenti per recuperare interessi comuni e trasversali. La costruzione del popolo, e l’abbandono dei profili identitari come femminismo, lotta di classe, implica l’identificazione di un tema unificante, contingente per sua natura e in grado di riunire gruppi altamente disomogenei; il tema unificante nell’intenzione degli autori è costituito dall’emersione di una domanda “popolare”, scaturente da una serie di domande democratiche particolari di cui una, e una sola, finisce con il “prevalere” diventando un simbolo, un contenitore vuoto delle precedenti. Ciò che rende possibile l’emersione di una domanda popolare è la creazione di una “frontiera”, l’estremizzazione della frattura tra l’establishment e il popolo degli sfruttati: «noi» e «loro». Categorie che ancora una volta sono mutevoli: l’élite da combattere potrà di volta in volta essere identificata in Wall Street, una coalizione di partiti da anni al potere, o nell’Unione europea. Mentre il popolo per parte sua dovrà continuamente essere costruito e ricostruito secondo la seguente scansione: il malcontento generato dalla frontiera fa sì che emergano una serie di domande democratiche che non trovano soddisfazione. Tali domande sono eterogenee, ma comunque legate da una catena di equivalenze possibile in virtù del comune nemico. All’interno di queste, come si diceva, una domanda finisce col catturare le restanti per creare e rappresentare (in maniera inevitabilmente indefinita e vaga) il soggetto politico agente.

In questo senso il «populismo» diventa un meccanismo, un congegno fruibile per chiunque voglia promuovere un cambiamento dello status quo, in senso maggiormente anti-elitario, e interpretare i bisogni trasversali e mobili (sia in quanto emotivi sia in quanto non scaturenti da un’identità predefinita) della società moderna. Ciò che è certo è che la fine del capitalismo non diventa più il nucleo centrale delle battaglie populistiche, che sostituiscono a questo tema assai noto il raggiungimento di obiettivi «radicalmente democratici». Dove per “democratici” non si deve intendere affatto una particolare ideologia, bensì semplicemente l’insoddisfazione di una domanda del popolo degli sfruttati. Democrazia è dunque sinonimo di mancato appagamento del bisogno, indipendentemente dalla forma di Stato (in questo senso il populismo può prestarsi anche ad essere un congegno utile alla costruzione di uno Stato totalitario).

Podemos e altri populismi di sinistra (tra cui la France unsoumise di Melenchon) hanno identificato il tema centrale nella fine dell’austerità. La domanda democratica della fine dell’austerità è stata dunque generalizzata, resa un significante, un contenitore di molteplici istanze «emotive», di speranze. Mentre andando ad analizzare le singole istanze contenute nel significante, per le quali è sufficiente leggere il programma politico di Podemos, si può notare come tra queste possano rientrare i temi più disparati, come la difesa dei beni comuni (es. acqua e aria), la nazionalizzazione delle banche con separazione tra le banche d’investimento e di credito, etc. Temi eterogenei ma non al punto da spezzare la catena di equivalenze.

Per quanto affascinante, la teoria di Laclau e Mouffe presenta almeno due problemi. Il primo riguarda il ruolo del leader all’interno progetto populista. Posta l’assenza di identità predefinite, è necessario trovare un collante comune. Al fine di trovarlo, e captare quella che è la domanda fondamentale che la società pone in un determinato momento storico, il ruolo del leader del movimento diventa cruciale. Questi con il suo carisma diventa anch’esso un significante vuoto, in qualche modo un simbolo, in grado di intercettare la domanda fondamentale e drammatizzare la frattura tra l’élite e il popolo per guadagnare consenso trasversale. Dubito che una simile concezione della figura del leader comporti necessariamente derive autoritarie, ma, come l’esperienza spagnola dimostra, non è da sottovalutare il problema della forte strutturazione del processo decisionale in senso «top-down», anziché «bottom-up» (questione che ha generato una forte insoddisfazione e una lenta diaspora all’interno del movimento).

Il secondo problema riguarda le identità. L’idea di prescinderne è piuttosto accattivante, nel senso che le recenti trasformazioni sociali rendono estremamente vetusta l’idea di perseguire una lotta di classe. E poi quale classe? Il fattorino di Foodora o l’autista di Uber rientrerebbero o no nella categoria? D’altra parte, tuttavia, non si può non notare come la sinistra abbia fatto la sua fortuna sul punto programmatico della difesa di identità collettive, relative in particolare alle minoranze (razziali, di genere, orientamento sessuale) e ancora una volta alle classi sociali svantaggiate. In questo senso la sfida che si presenta sembra essere particolarmente ardua. Ciò perché, se si vuole realizzare un populismo di sinistra, bisogna cambiare interamente le regole del gioco, lessico incluso.

Senonché, la crisi della rappresentanza fa sì che si renda davvero necessario riconfigurare le regole del gioco. E se è vero com’è vero che la sinistra non ha dimestichezza con i campi vuoti da riempire, farebbe comunque meglio a cominciare a pensare al suo futuro. Si consideri infatti che l’Italia presenta un sistema politico che già Laclau nel suo celebre scritto del 2005 “On populist reason” non esitava a definire scarsamente integrato, nel senso che lo Stato repubblicano si è da sempre dimostrato incapace di assorbire le istanze democratiche, rendendo particolarmente allettante la “tentazione populista”. Qui più che altrove si rende quindi necessario immaginare un’aggregazione politica al di là dei partiti e delle buone, vecchie categorie. Un’aggregazione, in altre parole, che sappia dare una risposta alle domande democratiche rimaste neglette, prima che sia qualche altro movimento, più scaltro e accattone, a farlo.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

Nessun commento

Puoi essere il primo a lasciare un commento su questo articolo !

Lascia un commento

Subscribe without commenting

Condivisioni