E’ meglio tassare di più i consumi o i redditi?

di Maurizio Bovi.

tax – money by CafeCredit.com

Tempo di DEF e, al solito, si cercano risorse per il nostro disastrato bilancio pubblico. Renzi ha più volte fatto sapere che l’IVA non va aumentata. Grillo, invece, pare sia più favorevole agli aumenti dell’IVA (per finanziare il reddito di cittadinanza). Fino ad aliquote monstre: ho letto sul web di un’aliquota del 50%. Naturalmente, la scelta tra tassare un po’ di più i consumi rispetto ai redditi dovrebbe essere tenuta fuori dalla matematica politica e dovrebbe essere basata su calcoli di natura economica. Naturalmente, lo dico da economista e non da politico. Più in generale, mi piacerebbe sentire Renzi – e i politici in genere – parlare di quali tasse si vogliono aumentare e di quali si spese vogliono ridurre. Poiché sono queste le cose da far digerire agli elettori, non certo le cose positive come i bonus e spese pubbliche varie. Altrimenti il populismo è dietro l’angolo.

Tornando al tema di oggi, esso in inglese è noto col nome di tax shift ed è stato considerato nei circoli economici oramai da tempo immemore. Come detto, però, recentemente è tornato a rifiorire anche nel dibattito politico. A leggere il DEF emerge che la tendenza è quella di tassare di più i consumi e meno i redditi, specie quelli da lavoro. Invero, se da un lato s’è procrastinato il calo dell’IRPEF, dall’altro è previsto, nel prossimo biennio, l’aumento dell’IVA connesso all’attivazione delle ormai famigerate clausole di salvaguardia. Il tema è molto complesso e qui non posso che dare qualche piccolo assaggio di quello di cui si dovrebbe discutere se, ripeto, lo si vuole fare seriamente e senza calcoli elettorali. Spero che il lettore perdonerà e capirà il mio approccio necessariamente telegrafico e non esaustivo.

Il primo spunto che voglio proporre sul tax shift è che reddito di lavoro e consumi sono basi imponibili sostanzialmente simili, per cui la proposta di passare dalla tassazione dei redditi di lavoro a quella dei consumi equivale di fatto a suggerire una detassazione dei redditi di capitale. La logica è che il consumo di una vita eguaglia il solo reddito di lavoro e non il reddito complessivo, che comprende anche il reddito da capitale. Quest’ultimo riguarda il risparmio e non aumenta il consumo complessivo poiché semplicemente ci ricompensa per aver posticipato i consumi in un gioco a somma zero. Deve essere però ben chiaro che quanto detto vale a regime: nella fase di transizione del tax shift non c’è neutralità tra base imponibile “consumo” e “reddito da lavoro”. Lascio alla curiosità del lettore la ricerca di ulteriori dettagli.

Il secondo spunto riguarda la progressività che, come facilmente intuibile, è maggiore per l’imposta sul lavoro che non per quella sui consumi. Pertanto, se si ha a cuore la progressività del sistema fiscale – cioè se si vuole che chi ha di più deve pagare aliquote più elevate – allora è meglio tassare il lavoro. Tuttavia, l’IVA è uno strumento particolarmente adatto se si vuole favorire, o sfavorire, certi consumi. Per avere un’idea, consumi “socialmente buoni” come i libri, l’istruzione, i beni energy-saving, ecc. hanno, giustamente, aliquote molto minori delle aliquote che colpiscono consumi “socialmente cattivi” come il fumo, la benzina o i superalcolici. Qui va sottolineato che l’intervento dello Stato dovrebbe essere fatto se e solo se le scelte individuali portano a costi netti per la collettività. La logica è: fumi, dunque ti ammali, dunque sei un costo per il sistema di welfare pubblico (SSN, INPS,…), dunque devi pagare alte tasse sul fumo. Per essere chiari, senza costi netti sociali, gli extra balzelli su fumo, alcolici, et similia non dovrebbero esserci poiché il miglior gestore del benessere del cittadino è il cittadino stesso. Insomma: occhio ai costi sociali, ma la libertà individuale di scelta è sacrosanta.

Un terzo elemento di discussione è capire se tassare i redditi provoca più evasione che tassare i consumi. Qui è meno agevole intuire che cosa accade. Si può pensare che tassare il consumo comporti una minore evasione poiché un soggetto può svolgere un lavoro che gli consente di evadere l’imposta sul reddito (è un caso che in Italia ci siano molti più lavoratori autonomi che altrove?) ma non può, allo stesso modo, concentrare il consumo soltanto su beni per i quali è possibile evadere l’IVA. Nondimeno, evasione dell’imposta sul reddito e evasione dell’IVA avvengono quasi sempre in modo contestuale: si evade l’imposta sul reddito non emettendo fattura oppure gonfiando i costi. In entrambi i casi si ha una riduzione del valore aggiunto dichiarato e, dunque, dell’IVA versata. Comunque, è anche vero che nascondere i consumi è meno agevole che nascondere i redditi. Infatti, se hai uno stile di vita “oltre le tue possibilità”, allora sei sospetto.

Un quarto fattore riguarda i costi di gestione delle imposte: nel mondo anglosassone (dove i politici chiedono lumi e ascoltano i tecnici molto più che da noi) si è calcolato che i costi amministrativi relativi all’IVA sono minori di quelli derivanti dalla riscossione dei redditi. Nel Regno Unito l’IVA costa 50 punti base del gettito, l’IRPEF costa 125 punti base; in Nuova Zelanda si è calcolato che gli errori commessi dai contribuenti sono molto più diffusi in riferimento all’IRPEF che all’IVA. Fosse così anche in Italia, sarebbe un punto a favore dell’aumento dell’IVA.

Concludo con due recenti studi. Qualche anno fa, la Commissione Europea sosteneva che, dal punto di vista degli effetti recessivi, era meno peggio tassare i consumi piuttosto che il lavoro. Le recenti statistiche dell’OCSE confermano per l’Italia la necessità di intervenire a favore dei lavoratori piuttosto che dei consumatori. In questo senso, quindi, il DEF va nella direzione giusta. Renzi, no. Dovrebbe essere chiaro che su questa materia si potrebbero riempire pagine e pagine, così come immagino che per molti leggerle sarebbe una noia mortale. Ma, purtroppo, non ci sono alternative serie: certe decisioni politiche devono essere prese sulla base di studi e analisi fatte da chi ha un’adeguata esperienza e conoscenza della materia. A farle deglutire ai cittadini che ci rimettono di più ci devono pensare i politici, con la loro leadership e la loro dialettica. Ognuno deve fare il mestiere in cui è più bravo, senza arroganza. Sembra banale, ma in Italia troppo spesso non è così.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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