I nostri studenti e le nostre studentesse sono felici a scuola?

di Mila Spicola.

classe by Tassia Castello

Ogni tre anni l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) diffonde il suo rapporto sullo stato dell’educazione scolastica nel mondo, il PISA, o Program for International Student Assessment: si tratta di un rilevamento condotto su un campione di 510 mila studenti, tutti di 15 anni, in 65 paesi diversi.  Lo studio, ad oggi, è uno dei modelli di dati maggiormente rappresentativi della situazione di 28 milioni di adolescenti nel mondo. Il rapporto rileva il livelli di rendimento in due competenze chiave: comprensione del testo e ragionamento logico matematico, ma, insieme agli item relativi a quei rendimenti somministra un “questionario studente” che dà modo di rilevare una serie di fattori importantissimi, per poi metterli in correlazione tra loro e con i rendimenti: dalle condizioni socio-economiche alle percezioni su se stessi e su quel che li circonda.

Nel rapporto del 2013, ad esempio, se si osservava il grado di “felicità” – o, meglio: il livello di soddisfazione personale riportato dagli studenti nel questionario – la Corea del Sud, che ha uno dei sistemi scolastici più competitivi al mondo, era messa male: i suoi quindicenni risultarono i più infelici del mondo. Il grado di felicità deriva dalla correlazione di una serie di item capaci di misurare l’ansia, lo stress, la predisposizione e lo stato d’animo di fronte alle verifiche, e, soprattutto, la relazione tra questi indicatori e i rendimenti. L’Italia, sempre stando su questo parametro, il grado complessivo di benessere a scuola, si trovava, sempre nel 2013, bene al di sotto della media dell’Ocse,  i quindicenni italiani erano undicesimi, a pari merito coi ragazzi di Grecia e Qatar. Da notare, però, che in quelle nazioni dove il tasso di “infelicità scolastica” era piuttosto alto si registrava un’incidenza decisamente bassa di suicidi adolescenziali: i quindicenni del nostro paese erano sì tra i più infelici a scuola, ma il tasso di suicidi era decisamente inferiore alla media Ocse. Cioè il dato indicava come lo stato di malessere a scuola fosse solo una delle componenti nella vita di un adolescente. Più che essere depressi tout court, gli adolescenti italiani erano depressi a scuola. Benessere e malessere psicologico giocano un ruolo importantissimo riguardo alla propria vita, ed è facile convenire, ma hanno un ruolo decisivo anche sulle performance scolastiche, ecco perché con tanta accuratezza tale fattore viene rilevato dall’Ocse. Mentre, come affrontare lo stato di malessere, come indagarne le cause e come eliminarle e dunque prevenirle lo stato di insoddisfazione ancora non è oggetto di un approccio sinergico e di sistema nel nostro sistema scolastico. C’è grande interesse, ci sono approcci, analisi, sperimentazioni, ma non c’è ancora un approccio di sistema. Tante luci si sovrappongono a tante ombre.

Qualche giorno fa è stato presentato il rapporto sulle rilevazioni Ocse Pisa del 2015 (i rapporti sui Pisa vengono presentati circa due anni dopo le rilevazioni, vista la complessità e accuratezza di costruzione e di analisi degli strumenti d’indagine, ad oggi i più accurati, e di analisi dei dati). Cosa è cambiato rispetto al 2013? Nulla. Se è possibile le cose sono peggiorate. Gli studenti quindicenni italiani sono risultati i più ansiosi di tutti per quanto riguarda la scuola, rispetto ai loro coetanei degli altri Paesi. Ancor più del 2013. La notizia si è guadagnata le prime pagine e le home page dei quotidiani nazionali eppure segnala una tendenza continua e crescente dal 2013. A scatenare l’ansia sarebbe soprattutto il peso eccessivo che si dà alla competitività tipica ormai di quasi tutti gli ambienti scolastici. Ma sul banco degli imputati finisce anche il rapporto con gli insegnanti. In dettaglio, il 56% degli studenti che hanno risposto al questionario dichiarano di diventare nervosi quando preparano una verifica rispetto alla media Ocse di 37%. Il 70% dichiara addirittura di essere molto in ansia per le verifiche anche se è preparato, mentre la media Ocse è del 56%. Tre quindicenni su quattro diventano nervosi quando non sanno come affrontare un compito assegnato a scuola e l’85% è preoccupato di non prendere buoni voti, una preoccupazione che tocca il 66% dei coetanei che vivono nei paesi Ocse.  Quali sono le cause di tutta questa ansia? I fattori esaminati nel questionario Ocse sono: la competitività dell’ambiente scolastico, il nostro lo è blandamente, altri sistemi lo sono di più. Il secondo fattore indagato come causa di ansia e stress negli studenti è il comportamento degli insegnanti. A livello generale, un rapporto improntato al dialogo tra studenti e docenti sembra essere centrale rispetto al livello di ansia. Quando l’insegnante si rende disponibile a un aiuto individuale per gli studenti che diventano tesi quando studiano, la loro propensione all’ansia scende del 17%. In generale, però, gli studenti italiani sono meno soddisfatti della media dei loro coetanei. Alla richiesta di assegnare un punteggio da 0 a 10 al proprio livello di soddisfazione rispetto alla loro vita, il punteggio medio degli italiani è risultato essere 6,9, certo più che sufficiente però è più basso della media Ocse su 65 Paesi oggetto delle rilevazioni Pisa (7,3).

I nostri studenti e le nostre studentesse, le competenze digitali, la rete.

Il 23% degli studenti italiani riferisce di usare Internet per oltre 6 ore al giorno, fuori dalla scuola, in un normale giorno della settimana e sono pertanto ritenuti consumatori estremi di Internet. In media, gli studenti in Italia usano Internet per 165 minuti al giorno durante la settimana e per 169 minuti durante il fine settimana a fronte di medie Ocse di 146 minuti e 184 minuti rispettivamente. Il 47% degli studenti italiani dice addirittura di «sentirsi proprio male se non c’è una connessione a Internet», ma in questo caso la media Ocse (54%) è ancora più inquietante. Siamo a rischio “obesità digitale”. Nello stesso tempo i nostri studenti e le nostre studentesse hanno un livello di competenze digitali inferiore alla media Ocse e le nuove tecnologie non fanno parte della normale conduzione delle ore di scuola. I due dati non sono in contraddizione. L’obesità digitale deriva generalmente da un uso inconsapevole della rete e delle nuove tecnologie, sia degli adolescenti sia degli adulti di riferimento.  I consumatori estremi di Internet, in Italia come in altri paesi – ammonisce l’Ocse – hanno tendenzialmente peggiori risultati a scuola, maggiori probabilità di saltare scuola o arrivare in ritardo, e minori probabilità di pensare di conseguire una laurea o un diploma universitario. Recentemente la società italiana di pediatria ha lanciato l’allarme sui pericoli di abuso dello smartphones da parte di bambini e adolescenti. Non toglierli dalle mani dei nostri ragazzi, impossibile, bensì per far riflettere noi adulti su come stiamo trasmettendo a chi cresce oggi l’uso della rete e delle nuove tecnologie: senza consapevolezza e senza nessun senso di responsabilità. Come per il cibo: l’obesità non si cura con l’assenza di cibo, senza cibo si muore, si cura con l’educazione alimentare, con le quantità adeguate e coi cibi sani.

Essere felici per apprendere, essere felici per essere.

Nel week end appena trascorso si è svolto a Monza il Convegno annuale dello CNIS (Associazione per il Coordinamento Nazionale degli Insegnanti Specializzati), organizzato da Daniela Lucangeli. Il titolo e il tema, mai più appropriato, era: “QUANDO EDUCARE È PIÙ DIFFICILE: BEN-ESSERE A SCUOLA. SI PUÒ.” Due giorni densissimi di conferenze e di esperti a confronto: docenti, esperti in scienze cognitive, dirigenti scolastici, genitori, psicologi, scienziati, di cui spero siano presto disponibili a tutti gli atti. Cosa è venuto fuori dal Convegno? Dalla neurologia moderna deriva il legame densissimo tra benessere e apprendimenti, tra memoria ed emozioni, tra relazioni sane e mente sana, tra educazione e star bene. E tutto ciò vale ancor di più minore è l’età dello sviluppo. E’ venuto fuori il valore delle strategie didattiche dell’inclusione, che non significa soltanto includere per non discriminare il diverso, ma avere la consapevolezza che ciascun alunno è diverso ed esige precise strategie di approccio didattico e pedagogico. Non tutti i docenti ne siamo a conoscenza. In una scuola dell’inclusione bisogna avere padronanza con le metodologie e con l’innovazione didattica e con le scienze cognitive, psicologiche e dello sviluppo perché attraverso esse si riesce pienamente a costruire alleanze sane in vista di un miglioramento dei rendimenti che vengono facilitati dal miglioramento delle relazioni e degli ambienti di apprendimento. Strategie come il cooperative learning, il metodo Montessori, la valorizzazione delle intelligenze multiple e altre ancora si muovo tutte verso modalità di costruzione degli apprendimenti che mettono al centro la motivazione, l’emozione e l’autostima degli allievi e ne stimolano la facilità degli apprendimenti.

E tutto questo non sono più le intuizioni che hanno previsto grandi pensatori e pensatrici del secolo passato ma trovano conferma nelle evidenze empiriche, negli elettroencefalogrammi, nelle rilevazioni delle onde elettroneurali. Così come una valutazione fatta male, centrata sul giudizio e sull’esito e non sul processo e la motivazione al miglioramento ottiene l’effetto opposto: magari utile a una verifica ma assolutamente deleteria se vogliamo che chi cresce trasformi l’apprendimento in padronanza e dunque sedimenti il sapere per farne competenza. Tutte informazioni utilissime a chi educa, a un genitore, e a chi insegna, un docente. Viene fuori anche che sono da guardare con estremo sospetto gli iper carichi cognitivi, sono controproducenti, tanto da far esclamare a Fulvio Giardina, Presidente Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, presente al Convegno: “Basta compiti a casa”. Parliamone. Studiamone. C’è bisogno di scienza e coscienza. La felicità è una roba seria. Ridere è una cosa seria. Per gli amanti del calcolo economico: quanto ci costa l’infelicità non prevenuta o curata in termini di spesa nel sistema scolastico nel recupero dei bassi livelli di dispersione, nelle scarse competenze maturate e negli indici di dispersione scolastica? Quanto ci costano i disagi giovanili e le dipendenze in termini di spesa sanitaria e spesa sociale?

“La scuola è rigore e valutazione”. Il rigore fa una buona scuola?

Mi è capitato di leggere, come qualcuno di voi, del professore sospeso dall’insegnamento per i voti bassi che metteva ma riabilitato da un giudice. Se rileggiamo i tre punti di sopra una qualche collocazione potremmo darla a quel professore. Al di là del giudizio io credo che gli manchi un supplemento di formazione professionale. Come manca a tanti di noi del resto, ma finche non apriamo squarci non sappiamo nemmeno di averne bisogno. Io vorrei solo che i punti di sopra venissero messi insieme e discussi da persone diverse e intorno a un tavolo, non per giungere a dei sì o a dei no, ma per, semplicemente, scambiarsi informazioni. Qual è la cosa migliore per far apprendere meglio? Come si migliorano i processi di insegnamento e apprendimento? E quali sono le indagini, le sperimentazioni, le evidenze empiriche intorno a questi processi oggi? Questo docente, con i suoi voti tutti bassi è un esempio apparente di rigore e di “ecco, così si fa, è una valutazione seria” ma…i risultati? Il tema è la valutazione? o come insegno, cosa insegno e che persone sto accompagnando alla vita, con quali saperi, con quali competenze e in quale benessere? Per gli amanti della produttività: quali sono le scelte e le strategie maggiormente producenti? Per sceglierle non possiamo affidarci all’unica che conosciamo, quella che abbiamo ricevuto quarant’anni fa, ed è forse il caso del giudice, o trent’anni fa, ed è forse il caso del docente, un valido ingegnere finito per scelta sicuramente, non per ripiego, dietro una cattedra, senza avere mai incontrato nel suo percorso selettivo e formativo sia anche cenni di pedagogia, psicologia e didattica; i quali, entrambi, il giudice e il prof severo (io direi non esattamente all’altezza) alzerebbero un ciglio perplesso al sentirsi dire “basta compiti!” Entrambi hanno molto da conoscere e molto da imparare sulle scienze cognitive, come me del resto, come tanti di noi, sul perché gli studenti di quel professore avevano tutti voti bassi, è un giusto rigore o un errore didattico e strategico? Sul perché gli studenti italiani a scuola sono i più infelici e fuori da scuola mi sa che iniziano ad esserlo pure, non dico infelici, ma confusi; e su come mai il sistema scolastico in cui la valutazione sommativa (quella fatta sugli esiti e voti) è assente, cioè la Finlandia, ha i rendimenti più alti al mondo mentre un sistema in cui la valutazione degli esiti e la selezione ad escludendum sono presentissime, cioè la Cina, ha sì i rendimenti più alti, ma solo perché i “peggiori” vengono espulsi dal sistema e ha anche un altissimo tasso di suicidi. Cioè, qual è il modello sociale che noi vogliamo produrre? Non è opportuno che tutti noi “adulti di riferimento”, educatori, iniziamo a studiare e a confrontarci in “cooperative learning”, cioè mettendoci insieme intorno a un tavolo, per mettere a fuoco tutto quello che aiuta gli apprendimenti e una crescita sana, e tra questi c’è lo star bene a scuola e con se stessi, la prevenzione dei disagi dell’adolescenza, studiandoli e capendoli e prevenendoli,  con grande interesse e senza presunzioni. Non aiuta isolarci nelle nostre singole discipline e/o convincimenti  e invece giova a tutti contaminare i propri saperi disciplinari, se siamo docenti, o le nostre “memorie educative personali” con le tante competenze in divenire, gli apporti delle scienze sociali e mediche, utili a prevenire prima che curare, necessarie oggi nel villaggio globale ad “allevare un fanciullo”. Unire i puntini insomma unendoci tra noi.

Docenti e felicità. Prossima-mente.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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