Com’e’ andato il voto in Francia

di Davide Maria Vavassori.

Emmanuel Macron, candidat du mouvement En Marche !, lors de la conférence PlacedelaSante.fr du 21 février 2017 by Mutualité Française

Premesse:

Avrete sentito ripetere milioni di volte che l’elezione a cui state assistendo è più importante della precedente, cruciale per le sorti del pianeta, fondamentale per il futuro dell’Europa (un po’ come quando la vostra maestra delle elementari diceva a ogni classe che aveva che era la peggior classe che avesse mai tenuto). Questo è stato l’identico caso delle elezioni francesi, inserite da molti osservatori come l’ennesimo tassello – dopo Brexit e Trump – per capire dove sta andando il mondo governato da urne sempre più fluide. Romano Prodi aveva già dichiarato prima del referendum in Italia che il grande appuntamento mancato per tutti i grandi riformisti erano le elezioni americane e che dopo l’elezione di Trump ogni altro evento non è paragonabile come impatto sugli equilibri politici a livello mondiale. Eppure le elezioni francesi daranno le chiavi al prossimo leader di uno dei paesi europei più influenti nel periodo di ripensamento post-Brexit, non un lavoro facile. Elezioni parecchio strane e chiamate a sostituire Francois Hollande: un presidente osannato al suo insediamento che non ha rispettato le (a onor del vero enormi) attese sul suo operato, tanto da non ripresentarsi.

Il partito del presidente uscente non era neppure tra i primi quattro favoriti, rappresentati invece da Le Pen (destra euroscettica con propaggini neanche troppo velate di razzismo), Macron (ex-ministro di Hollande fuoriuscito dal partito socialista e “volto nuovo” di un centrismo europeista), Fillon (uomo forte del centrodestra, ultimamente più noto alla stampa per scandali familiari che per imprese politiche) e Melencon (uomo navigato della sinistra di lotta che, in modo del tutto identico ai fenomeni anglo-americani Corbyn e Sanders, ha cavalcato un revanchismo di valori di uguaglianza legati a uomini del passato).

Influenza dell’attentato di giovedì sera:

Fiumi d’inchiostro sono stati versati per capire chi e come fosse avvantaggiato dai fatti di sangue degli Champs Elysées di giovedì. I dietrologi più raffinati hanno visto una spinta talmente forte alla causa LePenista da ipotizzare addirittura una mano del Front National dietro l’attentato (ipotesi inverosimile per migliaia di ragioni). Ricorderete che a ridosso di Brexit ci fu un orribile delitto a opera di un pazzo ai danni della convinta europeista Jo Cox (cui iMille hanno dedicato un premio in memoriam) e che, ugualmente, si sprecarono i calcoli su vantaggi indiretti della vicenda. Ecco, allora come adesso, a Londra come a Parigi, è impossibile dare un peso a un evento simile ma è facile notare il clima di tensione creato, ma che questo clima di tensione sia tutto sui giornali più che nelle urne ce lo dice il voto. Morale della favola, nella Parigi sconvolta dagli attentati Macron ha preso il 37.7%, Melenchon il 25.4% e Le Pen il 4%.

Risultati:

Macron e Le Pen si scontreranno il 7 maggio ai ballottaggi, forti rispettivamente del 23.8 e 21.5%. L’atteso collasso del partito socialista francese è stato ancora più sonoro del previsto, arrivando a un magrissimo 6% con il candidato di punta Hamon. A parziale discolpa c’è da dire che Macron arriva esattamente da quell’area e che ha avuto il tempismo per non naufragare nel suo stesso partito (di cui è stato parte come Ministro del governo Valls) reinventandosi come proposta nuova assorbendone buona parte dell’elettorato.

Chiavi di lettura:

Macron ha ottenuto ottimi risultati non solo, come visto, a Parigi, ma in tutte le grandi città mentre Marine Le Pen ha riscosso ottimi successi nelle campagne e nelle periferie. Come fa notare Il Post, si tratta di uno schema che si è riproposto in tutto il 2016 per cui idee nazionaliste e protezioniste, incentrate su una dialettica che usa il noi-loro come area di scontro (declinato prima sul livello locale, poi nazionale, poi internazionale sui migranti) che paga dividendi enormi soprattutto in zone rurali con un livello di scolarizzazione inferiore (nelle zone rurali la Le Pen ha ottenuto in media il 25 percento). A livello sociale la candidata del Front National ha prevalso sulle fasce d’età tra i 35 e i 59 anni (28% circa) mentre la fascia 25-34 anni è stata vinta da Macron (28%) e in quella 60-69 anni ( a pari merito con FIllon). Questa spaccatura ha spinto numerosi giornali francesi a dipingere il paese come diviso a metà, in blocchi estremamente compatti. Una chiave di lettura tuttavia approssimativa se calcoliamo che il “blocco Macron” e il “blocco Le Pen” non sono che la ricomposizione contingente di schemi politici saltati. Si tratta di un contesto estremamente fluido in cui si fronteggiano personaggi non del tutto nuovi (Macron già ministro, Le Pen sulla scena politica da anni) ma con responsabilità nuove ed enormi, inimmaginabili fino a pochi anni fa.

E adesso?

Subito dopo il voto i grandi sconfitti repubblicani e socialisti sono andati in soccorso più che al candidato centrista, ai propri brandelli di reputazione, dando indicazioni di voto inequivocabili a favore di Macron. Più oscuro è stato, paradossalmente, il candidato di estrema sinistra che non ha voluto prendere posizioni personali rispetto al rischio di un governo di estrema destra lepenista ma ha preferito nascondersi dietro un “decideranno gli attivisti della mia campagna elettorale” (con quel retrogusto di mancanza di responsabilità mascherato da coinvolgimento popolare che ben conosciamo in Italia). I sondaggisti, che hanno ridato lustro alla propria affidabilità dopo le figuracce di Brexit e Trump, azzeccando gli exit-poll al millesimo, danno uno scarto ben superiore ai 20 punti percentuali a favore di Macron nel prossimo ballottaggio. In un clima internazionale di euroscetticismo professionalizzato, in cui esternalizzare i fallimenti nazionali verso la madre Europa è sempre più proficuo, il primo round l’ha portato a casa chi coraggiosamente non è corso dietro a promesse faziose di autarchia miracolosa ma ha seguito le proprie idee senza scendere a compromessi.

Infine, teniamo il posto per un ultimo rammarico tutto italiano. Dopo essersi fronteggiati a viso aperto, i candidati francesi avranno un ballottaggio in cui ricompattare le idee e dare la possibilità agli elettori di capire qual è sul serio lo scenario per il paese. Marine Le Pen al governo di un paese guida europeo è una possibilità molto reale, la deriva francese verso sponde inesplorate (vedremo come tornerà la Gran Bretagna da quelle sponde ma per ora non si sentono grida di giubilo) è vera e tangibile e gli elettori avranno due settimane extra per riflettere su cosa fare del proprio paese. L’Italia, invece, ha scelto con il referendum del 4 dicembre di non avere questa stessa possibilità, quale che sia lo scenario delle prossime elezioni.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

Nessun commento

Puoi essere il primo a lasciare un commento su questo articolo !

Lascia un commento

Subscribe without commenting

Condivisioni