Chi ruba il mio lavoro?

di Clemente Pignatti.

Nazareth College by Career Job Fair 2015

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La vittoria di Donald Trump nelle elezioni americane di Novembre è stata da molti interpretata come un sintomo della sofferenza della classe media Americana, che ha visto erodere negli ultimi decenni i guadagni economici e sociali che avevano contraddistinto gli anni seguenti la seconda guerra mondiale. La stessa spiegazione è stata proposta per episodi elettorali anche molto diversi tra loro, come il voto del Regno Unito per uscire dall’Unione Europea e l’avanzata di forze populiste in diverse democrazie occidentali. In ognuno di questi casi, la chiave interpretativa che viene fornita nasce dalla constatazione che sono venuti meno durante gli ultimi decenni i posti di lavoro che tradizionalmente venivano associati alla classe media nelle economie avanzate. Questo ha creato un deterioramento degli standard di vita di una quota importante della forza lavoro, che ha generato la contestuale nascita di un sentimento di malcontento verso le istituzioni economiche e politiche che hanno governato le società occidentali negli ultimi decenni.

Il primo aspetto da considerare è quindi se l’analisi che viene fornita riguardo alle cause del malessere del mercato del lavoro sia corretta. In generale, la narrativa politica tende ad enfatizzare il ruolo giocato dalla competizione globale nel causare la perdita di posti di lavoro nelle economie avanzate (ad esempio, a vantaggio della Cina). Questo si transforma nel dibattito pubblico in un sostegno ad una politica commerciale volta a sostenere il protezionismo come reazione ad un’eccessiva e sleale concorrenza esterna. Evidenza empirica a supporto di questa tesi è stata fornita recentemente da David Autor, David Dorn e Gordon Hanson che hanno stimato come un milione di posti di lavoro sia stato perduto dal 2001 al 2007 nel settore manifatturiero negli Stati Uniti a causa dell’ascesa della Cina nel mercato globale. Questo si può spiegare con uno dei principi alla base dello studio dell’economia internazionale, secondo cui una maggiore integrazione commerciale porta i paesi a specializzarsi nei beni la cui produzione richiede i fattori produttivi di cui questi paesi sono relativamente più forniti (ad esempio, mano d’opera non specializzata in Cina). Questa teoria sembra essere anche confermata dalla constatazione da parte di Adrian Wood che la quota di forza lavoro impiegata nel settore manifatturiero è aumentata maggiormente nelle zone geografiche caratterizzate da alta densità abitativa e dalla conseguente disponibilità di una vasta forza lavoro.

Si può quindi concludere che la globalizzazione e il commercio internazionale siano i principali fattori dietro l’erosione delle prospettive di guadagno e carriera della classe media delle economie avanzate? Possiamo portare indietro la lancetta degli orologi semplicemente alzando barriere doganali? Non esattamente. Per prima cosa, occorre notare come la percentuale di forza lavoro impiegata nel settore manifatturiero nelle economie avanzate sia in declino da ormai diversi decenni – ben prima dell’esplosione del commercio internazionale. Inoltre, paesi con bilance commerciali molto diverse tra loro come la Germania (tradizionalmente in surplus) e gli Stati Uniti (in deficit) hanno sperimentato delle evoluzioni in termini di quota di occupazione nella manifattura molto simili tra loro – tali da non supportare una spiegazione puramente centrata sul ruolo del commercio internazionale. In generale, il dibattito economico tende a sottolineare l’importanza di almeno un altro fattore che ha influito sostanzialmente nelle dinamiche occupazionali degli ultimi decenni: l’introduzione di nuove tecnologie. L’impatto che le nuove tecnologie avranno sul mercato del lavoro ha per ora generato un dibattito molto caotico, dove gli ottimisti prevedono un drastico aumento della produttività e quindi dei salari mentre i pessimisti si aspettano un mercato del lavoro dove i robots prenderanno il posto dei lavoratori – che dovranno essere compensati con sussidi come il reddito di cittadinanza. Di certo, si sa che le nuove tecnologie porteranno alla scomparsa di alcuni posti di lavoro e al cambiamento della natura di molti altri. La vera domanda è se questo verrà accompagnato (come in altre epoche storiche quando sono avvenute rivoluzioni industriali) con la creazione di posti di nuovi lavoro in altri settori.

In ogni caso, una risposta difensiva e reazionaria alle sfide del futuro del lavoro rischia di essere miope e controproducente. Anche accettando la tesi secondo cui la globalizzazione è responsabile della perdita di posti di lavoro nelle economie avanzate, alzare barriere doganali difficilmente risolleverà il problema. Un esempio pratico si è avuto recentemente con la minaccia degli Stati Uniti di tassare alcuni beni importati dall’Italia, che ha generato una levata di scudi da parte di molti politici altrimenti pronti a sostenere i benefici di una politica protezionista. In maniera simile, proposte come quella avanzata recentemente circa la possibilità di tassare i robots in modo da scoraggiarne l’uso per favorire l’occupazione, rischiano di essere allo stesso tempo impraticabili e controproducenti. Piuttosto, queste posizioni rivelano una comprensione approssimativa delle dinamiche di funzionamento dei mercati del lavoro odierni, che si sviluppano su un sistema complesso di equilibri ed incentivi il cui completo accantonamento rischia di generare le distorsioni ed inefficienza che si promette di combattere. Rientra anche in questo ragionamento l’ossessione verso la difesa e riconquista di posti di lavoro nel settore manifatturiero.

Questa posizione si basa su un’errata convinzione che solo questi siano i posti di lavori che garantiscono un buon salario e la sicurezza occupazionale. In realtà, la maggior parte delle economie avanzate ha giustamente deciso di esternalizzare negli ultimi decenni parte della catena di produzione verso paesi in via di sviluppo che garantiscono costi di produzione inferiori. Inoltre, sono proprio questi i posti di lavoro a maggiore rischio di automazione – e quindi di estinzione – nei prossimi anni. La ricetta che si vuole proporre genera una semplificazione rassicurante, ma fallacea. Identifica un nemico (esterno) come la tecnologia o la globalizzazione e propone una soluzione in grado di riportare le lancette degli orologi indietro nel tempo. La vera sfida è invece quella di prevedere il cambiamento e sfruttarne le opportunità.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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