60 anni di Europa e quei 300000 giovani (all’anno) figli dell’Erasmus

di Erika Aloia.

Birthday by Philip Morris

Birthday by Philip Morris

 

Domenica 25 marzo scorso, nelle piazze di tutta Europa volteggiava una bandiera azzurra puntellata con dodici stelle gialle. Giovani, famiglie, anziani e bambini hanno voluto cosí celebrare il sessantesimo compleanno dell´Unione Europea e ringraziarla per quello che ha fatto e che sta facendo per noi, cittadini europei. Ringraziarla, ma anche difenderla. Probabilmente mai come adesso infatti, l´Unione é accusata di non far piú gli interessi dei suoi cittadini, e dunque di non rappresentarli. Sulle testate giornalistiche spiccano insinuazioni sulle scelte europee poco mirate ai nostri interessi, e partiti anti-europeisti fanno a gara in tutto il continente per accaparrarsi seggi nei parlamenti nazionali.É di vitale importanza, dunque, domandarsi se si sia fatto bene a celebrare, o se invece dovremmo sventolar bandiera bianca e dar ragione a coloro che puntano il dito, rabbiosi, a questa Unione malvagia.

Era il 25 marzo del 1957 quando Antonio Segni, Christian Pineau, Konrad Adenauer, Paul-Henri Spaak, Joseph Luns e Joseph Bech si sono ritrovati in una stessa stanza, nella cittá di Roma, e hanno cambiato il modo di percepire il nostro spazio e le nostre libertá. Sessant´anni fa, infatti, una boccata di senso di condivisione e di ricerca della pace portó sei paesi europei a firmare uno dei trattati internazionali piú importanti della storia. Uno dei piú importanti perché nasce dalle ceneri di due guerre mondiali e porta con se un messaggio di pace, ma non solo. Questa data segna anche la nascita di un trattato longevo e destinato a imprimere profondi cambiamenti non soltanto nella storia del nostro continente, ma sopratutto nelle nostre vite quotidiane. È il momento in cui nasce finalmente l´idea che insieme si é piú forti, e anziché farsi guerra a causa delle diversitá che ci separano, bisogna esaltare ció che ci accomuna, pur facendo della diversitá la nostra ricchezza. Questo semplice, ma importante concetto, è ció che stava alla base del TCEE, che instituisce la Comunitá Economica Europea, e che insieme al TCEEA (Comunitá europea dell´energia atomica) va a formare i famosi Trattati di Roma.

Da allora, la Comunitá è cambiata profondamente, ma il messaggio resta lo stesso. Oggi parliamo infatti di Unione, che al di lá della diversitá tecnica di cui si fa carico il concetto, vuole mettere in luce proprio il pensiero di inclusione che i padri fondatori avevano in mente in origine. E a questo punto si é giunti attraverso un dialogo continuo tra i suoi Paesi membri, che spaziano dalla Grecia alla Germania, dall´Italia alla Svezia e dalla Lettonia al Portogallo. Paesi diversi, con culture, lingue e mentalitá a volte inconciliabili fra loro, ma tutti d´accordo con l´idea che abbiamo in comune un´unica storia che ci rende, appunto, europei. Questa convinzione ha reso possibile all´Unione di durare, ma soprattutto di evolversi. Sessanta anni fa, ad esempio, non era possibile circolare, lavorare o studiare fuori dai confini nazionali come lo è oggi. E sessanta anni fa i problemi da fronteggiare erano anche diversi, non c´era nessun “allarme migranti” e le decisioni potevano essere prese piú in fretta, dato che la scelta la facevano pochi Paesi membri.

Nonostante i traguardi giá raggiunti, tuttavia, abbiamo anticipato come non si siano mai visti tanti antagonisti dell´Unione come oggi. In qualitá di eurofili, é nostro compito domandarci il perché.
Mentre il 25 marzo celebravamo nelle piazze, ad esempio, l´Economist pubblicava il suo settimanale titolandolo “How to save Europe”, sottolineando che “As it marks its 60th birthday, the European Union is in poor shape”. Uno delle ragioni che vi starebbe alla base sarebbe la politica dei Paesi membri, facendo cosí riferimento alla Brexit, all´anti-European Freedom Party di Wilder nei Paesi Bassi, o ai successi di Marine Le Pen in Francia. Quello che viene messo in luce, cioé, é l´abbondare di slogan contro l´Europa all´interno delle sale parlamentari, come specchio di una realtá stanca dello status quo. L´accento si posa poco, invece, sul fatto che, ad esempio, anche il padre di Marine Le Pen cavalcava la stessa onda, e come forse potrebbe accadere per lei (e ancora non é detto) si piazzó secondo alle elezioni presidenziali, per poi perderle nel 2002. Non si pone per nulla sul fatto che gli Olandesi hanno detto no al tanto temuto populista Wilder, e che hanno riconfermato il precedente leader Rutte. Non é un elemento che occorre adesso per la prima volta. Ovviamente é sintomo di un disagio che ha bisogno di essere curato, ma é importante leggere i dati con dovuta attenzione. Una delle ragioni del successo dei partiti populisti é che la situazione economica di molti Paesi europei é al momento buia. Semplificando, la stessa ragione portó al successo del Partito Nazionalsocialista tedesco nel 1933. Non si pone, infine, sul disagio di un paese, il Regno Unito, che deve continuamente tamponare le perdite di consenso da parte di una popolazione molte volte dichiaratasi spaventata, addirittura pentita, dalla scelta fatta il 23 giugno dell´anno scorso, e sull´impatto negativo che le conseguenze sulla Brexit stanno avendo sull´opinione di chi la supportava in precedenza.

Non veder alcuna differenza tra quello che allora é potuto accadere, e quello che potrebbe succedere adesso significa essere ciechi. Non potrebbe succedere per molti, semplici motivi. Perché solo nel 2014 272.000 studenti provenienti da 34 paesi diversi hanno deciso che avevano qualcosa da imparare oltre i propri confini nazionali e hanno aderito al programma Erasmus +. Perché prenotare un volo last minute e andare a Parigi senza portarsi dientro altro documento che una carta d´identitá é la cosa piú normale del mondo. Perché la mia generazione é nata con l´Europa, ha imparato a contare con gli euro e non ci trova nulla di anomalo. Perché grazie anche ai finanziamenti europei agli aeroporti le relazioni a distanza sono possibili. Perché al momento circa venticinquemila italiani vivono in Europa e usufruiscono di diritti (sanitá, educazione, diritti sociali) che 60 anni fa potevamo solo immaginare. Perché se chiediamo a molte di queste persone se si sentono piú europee o più italiane rimarrebbero basite. La domanda infatti é sciocca, quando essere europei non esclude il sentirsi anche italiani; essere italiani peró viene dopo, perché é una sottocategoria del primo concetto. Ci si sente europei, poi italiani.

Quindi la ragione per cui noi eurofili abbiamo celebrato il 25 marzo non é perché pensiamo che l´Europa sia perfetta e non abbia nulla che non vada. L´Unione Europea, ridotta all´osso e vista a raggi X, non é che un insieme di leggi, e perché la legge funzioni non puó che seguire- non anticipare- i movimenti della societá in cui viviamo: solo cosí si puó dire di fare la volontá di chi queste leggi deve rispettarle, anziché rischiare di pestargli i piedi. Dunque non ha senso lamentarsi dell´imperfezione dell´Unione, che perfetta mai lo sará. Possiamo solo far sí che continui a rincorrere l´idea di perfezione che abbiamo, facendo in modo che non se ne discosti mai troppo. La ragione per cui noi eurofili abbiamo festeggiato, allora, è che nonostante le sfide, nonostante i turbolenti cambiamenti, nonostante il futuro sia sempre diverso, siamo qui ad accettare il guanto di sfida. La ragione per cui abbiamo festeggiato è che siamo fieri dei passi da gigante finora fatti, e che continueremo a fare. La ragione per cui abbiamo festeggiato è che stiamo andando nella giusta direzione, perché come Noah Harari ha scritto, dando uno sguardo dall´alto all´umanità, “…to understand long-term processes …We would adopt the view-point of a cosmic spy satellite, which scans millenia rather than centuries. From such a vantage point it becomes crystal clear that history is moving relentlessly towards unity.”

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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