Tassisti e maniscalchi

di Corrado Truffi.

Insegna maniscalco https://www.flickr.com/photos/fiore_barbato/3311910972

Insegna maniscalco https://www.flickr.com/photos/fiore_barbato/3311910972

Mettetevi nei panni di un tassista, nei panni di una persona che fa un lavoro stressante, guidando tutto il santo giorno, o la notte in turno, per le dissestate e caotiche strade di Roma. Mettetevi nei panni di uno che fa un lavoro autonomo e che certi giorni incassa davvero poco e, quindi, vede il suo futuro in nero e si chiede come farà ad ammortizzare il costo esorbitante di quella benedetta licenza che ha comprato per avviare la sua attività. E che ogni tanto deve pure sopportare qualche cliente cafone o peggio.

Ora, riflettete a cosa pensereste, se foste nei panni di quel tassista, quando, nel giro di qualche anno, vi trovaste di fronte all’improvvisa comparsa di piccole auto blu e rosse che la gente prenota ed apre usando uno smartphone e guida da sola, invece di ricorrere al taxi. Poi vi accorgete che c’è qualcuno che concede strani “passaggi” con la propria auto, sempre trovando il cliente grazie ad una app sul telefonino (certo, questa cosa dura poco, perché un giudice amico la vieta in tutto il territorio nazionale). E infine notate che i deboli concorrenti tradizionali, quelli del noleggio con conducente, si sono trasformati in un servizio efficiente e rapido, ben più efficiente e rapido di quello del taxi, sempre grazie al solito smartphone e a Internet. Mentre voi dovete ancora aspettare la chiamata del centralino del radio taxi.

E, per finire, la ciliegina sulla torta: cominciate a sentir parlare di auto che si guidano da sole, e a sentir dire che non è lontanissimo il momento in cui circoleranno per le città taxi automatici.

Ecco, mettersi nei panni del tassista oggi è un po’ come mettersi nei panni del maniscalco quando la diffusione delle automobili, all’inizio del secolo scorso, è diventata una cosa seria e i maniscalchi hanno iniziato a capire che i cavalli e i loro ferri avrebbero perso rapidamente importanza.

In realtà, come sappiamo bene, il tassista è incastrato in questo destino da maniscalco degli anni duemila anche perché ha lucrato per troppo tempo un’enorme rendita di posizione in un mercato protetto, amministrato malamente dalla Pubblica Amministrazione: il meccanismo infernale di licenze concesse con poca spesa e poi oggetto di commercio (sia pur formalmente lecito) che ne ha fatto crescere irragionevolmente il valore, ha comportato che la categoria dei tassisti divenisse una lobby attentissima a mantenere alto il valore delle licenze e quindi bassa l’offerta di taxi. Una politica debolissima con questa lobby ha lasciato che ciò avvenisse, generando un livello di disservizio molto elevato per gli utenti. Come tutti quelli che dispongono di rendite monopoliste, i tassisti hanno evitato di innovare in qualche modo il loro servizio, non facendo alcuno sforzo per migliorarlo – o comunque introducendo innovazioni solo in ritardo, solo se costretti, solo se ormai non se ne può più fare a meno. Si pensi per quanto tempo è stato difficilissimo trovare tassisti con la carta di credito (e non è che adesso siano così diffusi e così felici se gli chiedi di pagare con la carta…), e a quanto le attuali app per i taxi siano frammentate e offrano spesso poco più che una versione fotocopia della vecchia telefonata al centralino del radio taxi.

Negli ultimi anni il tappo di questo mercato protetto sta saltando. Car sharing, Uber, car pooling, si affermano anche contro tutti i tentativi di bloccarli. E così la corporazione, che periodicamente metteva a ferro e fuoco le città per impedire che si aumentasse il numero di licenze in circolazione, ora fa la stessa cosa per impedire che altri scavalchino la vecchia regolazione e trovino il modo di offrire un servizio di trasporto in modo alternativo e nuovo. Ora non è più la difesa di una rendita di posizione in un contesto stabile, è piuttosto la difesa di un mondo passato che non potrà che essere in qualche modo spazzato via dal mutamento tecnologico, per quanti bastoni tra le ruote regolamentari si possa immaginare di metterci.

Che poi alla guida delle proteste dei tassisti ci siano da tempo veri fascisti e facinorosi vari, che tristi imprenditori del consenso a buon mercato come Virginia Raggi o i soliti Alemanno e Gasparri approfittino per esercitare una solidarietà pelosa a poco prezzo, è certamente un brutto segnale per la nostra democrazia, ma non cambia la sostanza della questione: sentirsi dalla parte sbagliata della storia, accerchiati e superati da una rivoluzione in corso, ti può portare molto facilmente ad atteggiamenti puramente difensivi, che credi gli unici possibili.

Ci sono almeno due importanti insegnamenti e due questioni dietro questa storia.

Il primo insegnamento è che i mercati regolati ed amministrati vanno regolati ed amministrati cambiandoli al mutare di contesto ed esigenze, non lasciati a sé stessi per l’eternità finché tutto diventa insolubile. Un governo ed una pubblica amministrazione efficiente serve anche a questo. Ma, come si dice, non è mai troppo tardi. Uscire dall’immobilismo attuale è ancora possibile, anche se costerà qualcosa, e la strada ragionevole è solo quella dell’apertura del mercato, studiando qualche meccanismo di compensazione che renda socialmente gestibile il passaggio dal vecchio al nuovo mondo.

Per essere chiari: l’assetto futuro dei servizi di trasporto urbani non può che basarsi su un mercato aperto e variegato, che preveda non solo la possibilità per Uber e servizi simili di esistere e competere sul mercato, ma anche che i tassisti possano a loro volta finalmente innovare liberamente il loro servizio. E che ci sia anche una sensata legge sulla sharing economy che consenta a servizi non professionali e di condivisione di esistere senza fare concorrenza sleale ed evasione fiscale. Per arrivarci, è certamente necessario, a questo punto, un meccanismo di parziale compensazione per la progressiva uscita dalle rendite. Infatti, una qualche compensazione è da un lato inevitabile per motivi sociali e di sostenibilità politica e, dall’altro, è anche giusta in quanto l’inerzia della pubblica amministrazione è in parte responsabile della situazione attuale. Ma la compensazione, sul valore delle licenze o in altro modo, non può che essere parziale poiché chi ha investito nelle licenze avrebbe dovuto sapere che esiste il rischio d’impresa, e non può pretendere che il costo di sue scelte rivelatesi sbagliate ricada interamente sulla collettività.

Il secondo insegnamento e la seconda questione che ci si propone davanti è molto più importante, e non riguarda solo i tassisti, ma piuttosto tutti i possibili maniscalchi degli anni duemila. La trasformazione digitale e l’automazione stanno cambiando la mappa del lavoro ad una velocità che è davvero difficile gestire. Forse, la gran parte dei lavori attuali sono come quello dei maniscalchi all’inizio dello scorso secolo: destinati ad esaurirsi o ridursi a una piccola nicchia. E forse, per la prima volta, non è così scontato che nuovi lavori in quantità e qualità adeguata li sostituiranno.

Se così fosse, non basteranno politiche convenzionali di buon riformismo e di apertura dei mercati.

Ma questa, evidentemente, è materia per un altro articolo, ammesso che sia in grado di scriverlo.

Post scriptum:

  • Di taxi e Uber avevo già scritto nel lontano 2014. Il fatto che le cose scritte allora siano ancora in gran parte valide, è la dimostrazione della desolante lentezza della politica.
  • Chi vuole un quadro descrittivo ben informato di come funzionano i taxi oggi in Italia, lo può trovare qui.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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