Populisti: Premio IgNobel per l’Economia

di Maurizio Bovi.

Euros by Images Money

Euros by Images Money

Salvini – e populisti vari – continuano a cinguettare che “l’euro è una moneta morta e che l’Italia ne deve uscire al più presto”. Supponiamo per un attimo che costoro siano convintamente e sinceramente anti euro e non, piuttosto, politici solo in cerca di voti. Per dare sostegno alle “proprie tesi” (proprie e tesi sono due parolone in questo caso), il nostro ama citare ogni uscita anti euro di alcuni premi Nobel per l’Economia. Limitandomi a quelli ancora in vita, ho cercato sulla Rete le dichiarazioni dei Nobel più o meno implicitamente chiamati in causa da Salvini e anti euro associati. Le date delle dichiarazioni trovate Googolando in Rete sono varie e la speranza è di non aver tralasciato dichiarazioni più aggiornate/dettagliate. Tuttavia la presupponibile coerenza di un premio Nobel mi rassicura sul fatto che le posizioni espresse sarebbero più o meno le stesse. Detto ciò, anticipo sin d’ora che dalle riportate citazioni dei Nobel, non emerge il messaggio anti euro a cui taluni populisti fanno riferimento. Questa evidente discrepanza spiega perché vorrei attribuire a questi ultimi il premio IgNobel per l’Economia.

Krugman (Nobel per l’Economia nel 2008) sostiene che l’Europa non è adatta ad avere una moneta unica. Ora, a parte che Krugman parla di Europa e non di Italia egli, in ogni caso, non attribuisce la colpa all’euro in sé, bensì all’assetto istituzionale di politica economica che i politici europei si sono dati. Vedremo che cosa uscirà fuori dai vari incontri per i 60 anni dell’UE al di là delle dichiarazioni d’intenti. Nel frattempo, mi piace sottolineare che l’euro è uno strumento e che, come tale, ha caratteristiche di neutralità rispetto a costi e benefici. Cioè, è una buona o una cattiva scelta a seconda dell’uso che ne viene fatto. Pensate ad un martello: se devi piantare un chiodo è utile ma, se ti schiacci un dito, non è certo colpa sua se soffri. La domanda allora è: è meglio rinunciarci totalmente, oppure è meglio che impari ad usarlo?

Stiglitz (Nobel nel 2001) qualche mese fa diceva che l’euro ha portato più danni che benefici. La ricetta di Stiglitz è un doppio euro (sic!): uno per il Nord Europa, l’altro per il Sud Europa. Ora, a parte l’ovvia incoerenza del doppio euro con le posizioni dei miei premi IgNobel, anche qui emerge che la colpa non è direttamente imputabile all’euro. Stiglitz, infatti, dice che è inutile sognare una via di mezzo tra l’efficienza del Nord Europa e la sregolatezza latina. Ovvero, traduco io, egli dice che la colpa è piuttosto dell’incapacità dei paesi del Club Med di autogestirsi. In effetti, vista l’incapacità dei nostri governanti degli ultimi decenni, per noi italiani è meno peggio avere i vincoli di Bruxelles che essere liberi di farci condurre sul sentiero di una crescita al di sotto delle nostre possibilità da politiche di sperpero e da nepotismi/corruttele varie. Dopo l’ennesimo fallimento in materia di un governo che ha avuto potere e tempo per farlo, intendo quello triennale guidato da Renzi, purtroppo non vedo all’orizzonte politici in grado di far diventare l’Italia un paese corrotto quanto meno a livello Nord europeo. In ciò, concordo con Stiglitz e sono in disaccordo con Renzi e renziani: sognare un futuro migliore è bello, ma affrontare a brutto muso il triste presente è meglio.

Sen (Nobel nel 1998) sostiene che l’euro è stato un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata. Anche lui quindi parla di Europa e, come ho detto e ribadirò, i benefici netti dell’Euro per l’Italia sono diversi – e maggiori – di quelli di altri paesi. Specificatamente, la logica di Sen è che non si può sperare di arrivare ad una vera e propria Unione Europea attraverso l’imposizione di una moneta unica. Ovvero, nel caso di paesi molto diversi dal punto di vista economico, l’introduzione dell’euro ha rafforzato le distanze piuttosto che diminuirle. Insomma, prima si crei un’Europa meno eterogenea, arguisce Sen, poi ci si metta dentro l’Euro. Anche qui, dico io, la logica non è sbagliata, è sbagliata la sua lettura da parte dei miei premi IgNobel. In effetti, sia Sen sia Stiglitz hanno recentemente puntualizzato che le loro analisi sul funzionamento dell’euro sono state travisate e che loro sono decisamente in favore di un’Europa più unita e di una maggiore integrazione politica. Ovvero, di nuovo, la colpa non è dell’euro in sé, ma del fatto che esso è stato inserito in un contesto ad esso poco congeniale. Altrimenti detto, è come voler giudicare una macchina da città guidandola su sterrati fangosi. I due Nobel citati parlano di carenza di un vero MEF Europeo e di una maggiore uniformità nel settore bancario: il messaggio, quindi, è più Europa e non meno, cari i miei IgNobel! Un ulteriore commento è che i politici fanno benissimo ad essere visionari (lo dico in senso fortemente positivo), ma dovrebbero anche tener conto dei suggerimenti degli economisti. Non foss’altro perché su certi temi questi ultimi ne sanno molto più di loro e possono far riflettere sulle conseguenze delle scelte politiche. Questo commento vale più in generale, soprattutto per scelte politiche più “quotidiane”: il numero di interventi di politica economica sbagliati ma evitabili grazie ai consigli dei tecnici, è significativo (ne parlerò in altri post).

Mirrless (Nobel nel 1996), ha sostenuto che l’Italia dovrebbe uscire dall’euro. Questo è la frase cinguettata con gioia ed enfasi da Salvini & co. Mirrless, invece, continua il suo discorso e lo fa giustificando le sue perplessità sull’euro. In dettaglio, Mirrless dice che l’uscita consentirebbe all’Italia di espandere la massa di moneta in circolazione o di svalutare. Cosa buona ma che, sostiene sempre Mirrless, porta con sé sia dei rischi, tipo bank-rush (ricordate i Greci?) sia dei costi, tipo inflazione. Su quest’altra faccia della medaglia dell’uscita dall’euro Mirrless è stato ben chiaro, ammettendo che non ha avuto il tempo di valutarne le conseguenze e che lui è un osservatore esterno. Invero, visto che sono osservatore molto interno da molto tempo, posso ricordare che le svalutazioni competitive pre-Euro hanno portato più costi che benefici per l’Italia. Su questo punto molti economisti concordano. Ma anche la gente comune dovrebbe ricordarsi degli effetti negativi, sui propri bilanci, dell’inflazione e dei tassi d’interesse sui mutui a livelli che oggi sarebbero definiti “da strozzino”. Senza dimenticare poi che l’Italia ha un debito pubblico monstre che pochi sarebbero disposti a comprare senza la credibilità indiretta che ci regala l’appartenenza all’Eurozona. Il bazooka BCE e il caso Grecia docent (per chi vuole imparare…). Infine, Mirrless enfatizza che l’uscita dall’Euro non risolverebbe in automatico i problemi dell’Italia. Anzi, vale la pena reiterare il mio punto, è molto meglio che il bilancio pubblico italiano venga in qualche modo controllato dalla Merkel o – per dirla con Renzi, dagli euroburocrati – piuttosto che dai nostri parlamentari. Il debito pubblico italiano prima dell’Euro e i continui sprechi di denaro pubblico tuttora perpetrati lo dimostrano al di là di ogni ragionevole dubbio. Quando non sentirò più di opere pubbliche incompiute, di un livello patologico di intrusione politica nelle nomine e negli affari&finanza e, riassumendo il tutto in un concetto, quando si comincerà ad intervenire seriamente contro la corruzione, allora sarò il primo sostenitore della sovranità nazionale nelle politiche di bilancio.

Pissarides (Nobel nel 2010). Per certi versi, la sua posizione anti euro è simile a quella di Sen: l’abolizione dell’Euro è necessaria per ricreare quella fiducia che i Paesi membri una volta avevano l’uno nell’altro. Cioè, prima ci sia la fiducia in comune e solo dopo la moneta in comune. Anche qui la logica è per certi aspetti palatabile, solo che anche qui non si tracciano gli effetti negativi dell’uscita. Non posso non commentare sul punto: ma se il problema è la mancanza di fiducia tra noi europei, siamo sicuri che senza l’euro staremmo meglio? Non comincerebbero guerre commerciali e valutarie? Invero Mirrless, come ho detto, parla di svalutazioni competitive. In merito, gli imminenti(?) accordi per la Brexit costituiranno un utile cartina di tornasole. Eppoi, come ricostruire la fiducia con alle spalle un esperienza fallita proprio per mancanza di fiducia? Non sarebbe un precedente devastante? Con una battuta, viene da domandarsi: quanti divorziati si sono poi risposati tra di loro?

Oliver Hart (Nobel nel 2016): L’euro è stato un errore. Questa è la frase isolata riportata da Salvini e dai miei premi IgNobel. Al solito, vado un po’ più in dettaglio. Hart ha una posizione simile a quella di Mirrless: sarebbe meglio che i governi riprendano un po’ di sovranità monetaria. Da quello che ho trovato in Rete, pare che Hart non parli degli effetti negativi. Comunque, parla di Europa e non di Italia. Inoltre, egli punta il dito non sull’euro, ma sull’eccessivo decentramento del potere decisionale dai governi nazionali a quelli comunitari. Ho già espresso la mia opinione circa l’incapacità dimostrata dai nostri governanti per cui, nel nostro caso, è meno peggio la eterogestione che l’autogestione dei soldi pubblici. Qui posso ribadire che, nel caso la sovranità monetaria tornasse a Bankitalia, comunque i miei premi IgNobel cinguetterebbero contro i burocrati di Bankitalia che, immagino, cercherebbero di evitare inflazioni galoppanti impedendo ai governi in carica di spendere denaro pubblico per comprarsi consensi. E’ una storia trita e ritrita (qualcuno ricorda il “Divorzio Bankitalia-Tesoro” del 1981?) e, ripeto, in fondo si passerebbe dagli strali contro la Merkel e gli Euroburocrati a quelli contro Visco, il Governatore di Bankitalia. In proposito, anche se non è un premio Nobel, Visco è un bravo economista ed è tra l’altro avvantaggiato dal suo punto di osservazione che, su queste faccende, è estremamente privilegiato. Ebbene, Visco sostiene che l’uscita dall’Euro per l’Italia comporterebbe più costi che benefici. E non è certo il solo economista a pensarla così. Congratulazioni ai vincitori del premio IgNobel e buon compleanno all’Unione Europea.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

9 Commenti

  1. Terenzio Longobardi

    Premesso che anche altri premi Nobel e insigni economisti, nel passato hanno espresso forti perplessità in merito all’introduzione della moneta unica, come ad esempio rammentato in questo articolo http://goofynomics.blogspot.it/2011/12/euro-una-catastrofe-annunciata.html , vorrei esprimere un’osservazione di carattere logico: se come affermato da Maurizio Bovi, la moneta fosse solo uno strumento, come un martello per piantare chiodi, allora perchè ciò sarebbe vero solo per l’euro e non per una nuova moneta nazionale? Allora, anche in questo secondo caso, si tratterebbe solo di manovrare con attenzione questo nuovo strumento monetario. Perchè allora avversare tanto il ritorno a una moneta nazionale? In realtà, bisognerebbe ammettere che la moneta non è solo uno strumento, ma un potente fattore economico di regolazione del conflitto distributivo, purtroppo con l’euro a favore dei profitti e non dei redditi dei lavoratori.

  2. Terenzio Longobardi

    Premesso che anche altri premi Nobel e insigni economisti, nel passato hanno espresso forti perplessità in merito all’introduzione della moneta unica, come ad esempio rammentato in questo articolo http://goofynomics.blogspot.it/2011/12/euro-una-catastrofe-annunciata.html , vorrei esprimere un’osservazione di carattere logico: se come affermato da Maurizio Bovi, la moneta fosse solo uno strumento, come un martello per piantare chiodi, allora perchè ciò sarebbe vero solo per l’euro e non per una nuova moneta nazionale? Allora, anche in questo secondo caso, si tratterebbe solo di manovrare con attenzione questo nuovo strumento monetario. Perchè allora avversare tanto il ritorno a una moneta nazionale? In realtà, bisognerebbe ammettere che la moneta non è solo uno strumento, ma un potente fattore economico di regolazione del conflitto distributivo, purtroppo con l’euro a favore dei profitti e non dei redditi dei lavoratori.

  3. Maurizio

    Caro Terenzio,
    ti ringrazio per il tuo commento. La risposta ad esso è già nel testo del mio post. Te ne evidenzio parti per item in modo da essere ancora più chiaro.
    1) tu dici: …la moneta fosse solo uno strumento, come un martello per piantare chiodi, allora perchè ciò sarebbe vero solo per l’euro e non per una nuova moneta nazionale? 1Risp) la moneta è uno strumento e ciò vale per ogni valuta. E’ uno strumento, ma non significa come tu credi che io abbia detto che sia uno strumento senza effetti. Tutto il contrario! Per rimanere alla metafora, il martello è uno strumento ma il dolore di una martellata lo senti forte (cf. oltre).
    2) tu dici …Allora, anche in questo secondo caso, si tratterebbe solo di manovrare con attenzione questo nuovo strumento monetario. Perchè allora avversare tanto il ritorno a una moneta nazionale?
    2Risp) come detto nel testo, se sei la Germania hai il forte e rispettato marco, se sei l’Italia hai la lira, ovvero inflazione e tassi d’interesse in doppia cifra. L’euro ci sta proteggendo dall’inflazione e gli spread sono abbastanza contenuti rispetto a quando avevamo la lira. L’euro ci impone riforme ineludibili e qualcosa, invero, stiamo facendo. Quando avevamo la lira questo non è accaduto, nonostante i costi all’epoca sarebbero stati inferiori. La colpa non è della lira, ma dell’uso che ne è stato fatto.
    3) tu dici. In realtà, bisognerebbe ammettere che la moneta non è solo uno strumento, ma un potente fattore economico di regolazione del conflitto distributivo, purtroppo con l’euro a favore dei profitti e non dei redditi dei lavoratori.
    3Risp) Quando c’era la lira c’era l’inflazione, che è a sfavore dei dipendenti a reddito (quasi) fisso. La questione distributiva dipende soprattutto dalla crisi, non certo dall’euro. Con la lira avremmo una crisi peggiore di quella di adesso. La crisi dipende da molti fattori sia interni che internazionali ma la lira è uno strumento meno adatto a proteggerci rispetto all’euro. Ripeto, con la crisi pagano i più poveri e la lira l’avrebbe peggiorata.
    4) tu dici ..altri premi Nobel e insigni economisti, nel passato hanno espresso forti perplessità in merito all’introduzione della moneta unica, come ad esempio rammentato in questo articolo…
    4risp) ho letto l’articolo e ribadisco che mi sono limitato a Nobel e a Nobel in vita. Nell’articolo non c’è quasi nulla in più. Tra l’altro si tratta di spezzoni di frasi piuttosto datate (una ventina d’anni). Potrei dirti di molti economisti a favore dell’euro ma ancor più importante è dirti che gli economisti che vi sono recensiti confermano a pieno la mia tesi: la maggior parte di loro parla di Europa e quei pochi che citano l’Italia danno la colpa ai nostri governanti. Per tutti, Dornbusch dice “L’Italia si illude se pensa che passare dalla lira all’euro risolva i problemi d’incanto.” Non so se è chiaro che la sua critica non è sull’euro in sé.
    Concludo dicendoti che le svalutazioni competitive fanno più male che bene, specie ai poveri: l’unico modo per far star bene i salariati (visto che ti piace la faccenda distributiva) è avere istituzioni oneste, che funzionano bene e che consentano a banche e imprese di creare ricchezza e innovazione. Anche questo è nel mio post. Insomma, la lira? No, grazie. Errare è umano, perseverare….

  4. Terenzio Longobardi

    Caro Maurizio,
    ti ringrazio per per l’articolata risposta. Però, mi pare che la contraddizione logica rimanga. Secondo te la lira, a differenza dell’euro, non ci proteggeva dall’inflazione e dallo spread. Quindi, a prescindere dal “manovratore”, i due strumenti monetari producono intrinsecamente effetti diversi, cioè la politica monetaria ha un peso, non è uno strumento neutrale nei confronti dell’economia. Tanto è vero che tu non vorresti ritornare all’euro. Bisogna perciò superare la visione, ideologica, che l’euro è solo una moneta. Una volta entrati però nel merito delle diverse conseguenza economiche delle scelte monetarie, devo dire che non concordo molto con te sugli effetti negativi della lira e positivi dell’euro.
    L’inflazione in Italia, dati Istat, è stata a due cifre solo nel periodo 1973 – 1984, prevalentemente a causa della crisi petrolifera, successivamente è stata sempre a una cifra, anche dopo l’uscita dallo SME (4% – 5%) e la conseguente svalutazione della lira. Oggi l’euro ci ha portato in deflazione e Draghi cerca di fare sforzi ciclopici, senza riuscirci, per portare l’inflazione al 2%. Quanto alle conseguenze dell’euro, è evidente che essendo stato bloccato il meccanismo di svalutazione- rivalutazione delle monete nazionali (secondo il FMI l’euro è sottovalutato del 15% per l’economia tedesca), l’unica strada per competere è la deflazione salariale. Ma questo distrugge la domanda interna e produce effetti recessivi.

  5. Terenzio Longobardi

    Scusa, volevo scrivere ovviamente “tu non vorresti ritornare alla lira”, invece ho scritto euro. Sarà stato un lapsus freudiano.

  6. Maurizio

    Terenzio siano d’accordo che non siamo d’accordo. I cambio riflette la forza del sistema-Paese. L’eccessiva forza del cambio di cui parli si ha perchè abbiamo un sistema economico eccessivamente debole. Nel dopoguerra abbiamo avuto cambi fissi e crescevamo bene. Invece di indebolire la germania, è meglio rafforzare l’Italia. E certamente non con svalutazioni. Lo shock petrolio l’hanno avuto anche in germania ma loro, come sempre rispetto a noi negli ultimi decenni, ne sono usciti prima e meglio. Se credi che avere una lira svalutata ci aiuti ti illudi, per dirla con Dornbusch: è illusorio tornare alla lira sperando che ciò risolva i nostri problemi che sono altrove. Anzi, la lira leverebbe quel poco di buono che abbiamo ora. Salari bassi e crisi? La colpa non è dell’euro: ci sono india e cina e noi dobbiamo produrre/esportare tecnologia. Non possiamo competere coi loro salari. Dobbiamo produrre altro. Alla Ferrari, e non solo, i salari sono alti. Eppure anche loro usano l’euro. La risposta alla crisi è: come riuscire ad avere un elevato numero di aziende tecnologicamente avanzate? Istituzioni valide è condicio sine qua non, ancorché insufficiente ad avere tanti premi nobel e brevetti. Se non si riesce ciccia: è il declino. Euro o non euro. Lira o non lira.

  7. Terenzio Longobardi

    Nel caso di fine dell’euro, il nuovo marco dovrebbe rivalutare del 15% e la Germania se lo sognerebbe il suo attuale, colossale, surplus commerciale, che ha accumulato in spregio ai trattati europei. Del resto, prima dell’euro, la Germania fu definita “malata d’Europa” e solo con la moneta unica si è ripresa.

  8. Terenzio Longobardi

    Guarda Maurizio, questo scenario di Bank of America. Conferma quello che ti dicevo qualche giorno fa: in caso di rottura dell’unione monetaria, la Germania dovrebbe rivalutare del 15%, l’Italia svalutare di solo il 3%. http://vocidallestero.it/2017/04/03/die-welt-lo-studio-di-bank-of-america-sul-day-after-delleuro/

  9. Maurizio

    Terenzio,
    lo studio calcola esclusivamente e “a bocce ferme” svalutazioni e rivalutazioni a seguito di uscita dell’Euro, senza considreare altri effetti. Come professore di economia ti dico che scientificamente è un assurdo non mettere in conto altri aspetti. E, invero, anche l’autore non propone l’uscita dall’euro. Dice che per ridurre lo squilibrio commerciale i tedeschi dovrebbero spendere di più. Una tesi già nota e per certi aspetti plausibile. L’autore dice anche che i paesi con alti debiti pubblici ricominceranno prima o poi a pagare tassi “normali” e cioè che verrà meno il cosiddetto “dividendo dell’euro”. Ancora una volta si conferma che nessuno, con un minimo di conoscenze economiche, può concludere che l’uscita dell’Italia dall’euro ha più benefici che costi. Lasciamo il premio IgNobel ad altri.

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