Olanda alle urne. Che fine ha fatto il liberalismo olandese?

di Marika D’Ambrosio.

The Hofvijver - The Hague by eelco de jong

The Hofvijver – The Hague by eelco de jong

La notizia che gli USA abbiano eletto qualcuno del calibro di Trump come presidente ci era già arrivata con tanto di schock di accompagnamento. Ma si sa, ogni Paese ha le sue particolarità, crisi di nervi e scoppi emotivi – anche se forse stavolta si sta avendo l’impressione che il vaso sia traboccato. Però che l’olandese, rappresentato satiricamente come la mente pragmatica protesa all‘affare, il borghese posato, il tollerante tendente al noioso, possa eleggere a Marzo un volgare agitatore biondo con la ricrescita è ancora più inquietante. L’ascesa di Geert Wilders, leader e membro ufficiale del Partito per la Libertà (PVV) non fa altro che dimostrare come anche l’Olanda sia stata travolta dall’ondata populista che cavalca la contemporaneità. A Coblenza proprio Wilders era stata una delle attrazioni principali del recente congresso indetto dai populisti di destra per la solenne proclamazione de “l‘anno dei patrioti”. Accanto a lui la tedesca Frauke Petry (AfD) e la francese Marine Le Pen, sue sostenitrici nella lotta per la nazione, contro l’Europa e l’Islam. “L’angelo biondo”, il nomignolo che gli è stato affibbiato in patria, in quell‘occasione spiccava ancora una volta non soltanto per la presenza statuaria ma soprattutto per la sua retorica –tutt’altro che celestiale – che non teme confronti, l‘eloquenza insistente e la capacità di destare emozioni senza dover alzare troppo la voce. Del resto già da giovane gli piaceva definirsi “un politico e non un diplomatico”.

Per capire cosa stia esattamente mettendo in agitazione il Paese dei tulipani occorre guardare al background di Wilders, ovvero all’esatto contrario dell’olandese imperturbabile. Il suo atteggiamento “vaporoso”, il suo fare eccentrico e misterioso lo rendono anticonvenzionale rispetto al tecnocrate e al politico di professione. Questo è esattamente il punto: i suoi sostenitori lo vogliono differente, il più differente possibile. Come spesso accade per molti altri palloni gonfiati sciovinisti, anche Wilders proviene dai margini della vita nazionale. Cresce nel sud della provincia di Limburg, dove la popolazione si contraddistingue per tendenze romano-cattoliche, slanci di risentimento nei confronti delle aree costiere più cosmopolite e un ritardo economico che si protrae dai tempi della chiusura delle miniere di carbone, cioè a dire dagli anni ottanta. Nell’inventario c’è inoltre da elencare un aspetto che raramente viene menzionato. Sua madre è dell’Eurasia, o come si direbbe nel linguaggio locale, è una Indo. Gli Indos delle Indie orientali olandesi, oggi Indonesia, guardati dall’alto al basso dai colonizzatori olandesi “puri”, desideravano distinguersi dai nativi indoneasiani e si divertivano a indentificarsi come “più Dutch” (cioè più bianchi) degli stessi Dutch. Negli anni trenta molti di questi si unirono al Movimento nazional-socialista (NSB) e dopo la seconda guerra mondiale, ovvero dopo che furono cacciati dall’Indonesia dal Presidente Sukarno, si trasferirono in Olanda nutrendo atteggiamenti profondamente conservatori e ostili nei confronti dei musulmani. Eccoci quindi spiegata l’avversione di Wilders per quel 4% della popolazione olandese praticante l’Islam, religione da lui definita “ideologia fascista”. Le vecchie ferite coloniali si vedono così riproiettate su persone che arrivano prevalentemente dal Marocco. Nel 2014 Wilders chiedeva ai suoi sostenitori se questi avrebbero preferito “più o meno marocchini”. La risposta ovviamente arrivò subito: “meno!” e Wilders promise pertanto di impegnarsi a rimettere a posto le cose. Come conseguenza venne perseguito per odio razziale e ritenuto colpevole ma stranamente non punito. I suoi supporters rivendicarono il fatto che in realtà il riferimento fosse a un gruppo nazionale e non religioso o etnico e perciò da non colpevolizzare. In realtà qualcosa non quadrava in quanto i “Marocchini” erano nel frattempo diventati cittadini olandesi. Detto ciò e per chiudere in bellezza, Wilders non mancò di comparare il Corano con il Mein Kampf di Hitler, minacciando deportazioni di massa. La domanda allora è perchè mai i demoni di Wilders hanno trovato tale risonanza in un Paese stabile, prosperoso e borghese come l‘Olanda?

Non sono solo i musulmani il target del disprezzo di Wilders, essendo questo sempre propenso a switchare dalla polemica anti-islamica a quella anti-EU. Ha persuaso una gran fetta di popolazione, intendendo non solo quella del Limburg rurale, che Buxelles e l’Islam stanno minacciando l’identità olandese. Questa distruzione, a suo dire, è agevolata dalle élites cosmopolite di Amsterdam, Rotterdam e dell’Aia. Molta di questa retorica suona familiare in tante altre realtà europee, senza dimenticare la recente esperienza inglese. Gli stress dell’economia globale, i cambiamenti tecnologici, le disposizioni politiche sclerotiche nazionali e non, hanno colpito anche i Paesi Bassi. Proprio come tanti altri leader populisti Wilders ha intercettato una varietà di ansie ed evocato un indispensabile capro espiatorio. Nel caso olandese c’è tuttavia qualcosa di peculiare. Un altro cliché sull’Olanda, a parte il pragmatismo e via dicendo, è che questa sia in Europa il Paese più socialmente progressista. Ricordate lo sketch di Harry Enfield and Paul Whitehouse dei due poliziotti gay che ad Amsterdam fumano erba nella loro auto di pattuglia? Una burla, naturalmente. Tuttavia il liberalismo radicale, che inorgoglisce alcuni olandesi, ha a che fare con la natura specifica della reazione populista. Nonostante la maggioranza dei sostenitori di Wilders sia provinciale e conservatrice, a quest’ultimo gli riesce usare la tolleranza sociale olandese come un manganello sfollagente da usare contro i musulmani. L’Islam è una minaccia per la nostra civiltà perchè l’Islam odia gli omosessuali e non tratta le donne come eguali – che fino a pochi decenni fa gli olandesi abbiano fatto lo stesso adesso non è più rilevante. Il suo prodecessore, un altro populista di successo, Pim Fortuyn, venne del resto assassinato da un vegano fanatico (con madre inglese pentacostale), era egli stesso omosessuale e si vantava delle sue bravate con immigrati marocchini nelle back rooms dei bar di Rotterdam. C’è però una ragione ancora più profonda che spiega perchè gli ideali progressisti siano collegati all’odierno nativismo. Non troppo tempo fa, l’identificazione primaria di molti olandesi non combaciava con la loro nazionalità bensì con la loro fede. La società si reggeva su pilastri: network socio-politico-economici costruiti su affiliazioni religiose o politiche. I protestanti non sposavano cattolici, non compravano in negozi di proprietari estranei alla loro religione, dalla culla alla tomba ogni aspetto della vita era organizzato secondo questi schemi. Questo tipo di struttura ha iniziato a vacillare negli anni sessanta: le chiese si andavano svuotando, l’influenza dei partiti cristiani decresceva o scompariva totalmente, i matrimoni misti diventavano sempre più la regola. Essere progressisti assumeva un significato diverso, essere progressisti significava essere partecipi della distruzione di questi pilastri.

Questo tipo di cambiamento era sì liberatorio ma, come tutti i grandi cambiamenti sociali, produsse anche delle conseguenze non intenzionali. Man mano che le forme di identità tradizionale sbiadivano, sempre più persone andavano perdendo l’orientamento, specialmente nelle aree rurali e conservatrici come il Limburg. Va bene il conforto della monarchia e della nazionale di calcio, ma fatta eccezione per le partite di rito contro la Germania, questo non era certo abbastanza. I liberali urbani, ispirati dagli ideali europei e ancora scottati dagli spettri dell’occupazione nazista, erano fortemente consapevoli del pericolo insito al pregiudizio razziale. Questo li rese meno ricettivi nei confronti dei bisogni dei concittadini meno privilegiati alla ricerca di un rinnovato senso di appartenenza. Si arrivò poi agli anni novanta quando quelli che trenta anni prima erano arrivati dalla Turchia e dal Marocco come „lavoratori ospiti“ diventarono cittadini olandesi a tutti gli effetti insieme alle loro famiglie. La loro presenza non poteva continuare ad essere ignorata. Il già citato Pim Fortuyn sfruttò le tensioni da ciò derivanti e Frits Bolkestein, un conservatore molto più mainstream, dava un megafono a queste lamentele. Proprio quest’ultimo aveva scelto come suo protetto e scrittore di discorsi nientedimeno che un emergente Geert Wilders. Nel 2004, sceso dal carro del partito conservatore di Bolkestein (VVD), Wilders iniziò un proprio movimento spingendosi oltre più che mai: la sua non era solo una guerra all’Islam e a Bruxelles bensì a un intero ordine politico consolidato. Il suo attuale programma elettorale, che calza a pennello in una pagina A4, è accompagnato dal motto: “l’Olanda deve tornare ad appartenerci”. I temi principali possono essere sintetizzati con l’abbassamento dell’età pensionabile a 65 anni, la promessa di opere di bene sociali per gli olandesi – e si badi bene non per gli stranieri -, la riduzione delle tasse, il risparmio sul fronte dell’aiuto estero e delle politiche ambientali. Non per ultimo va citato lo scopo principale della sua missione: il Nexit, l’uscita dei Paesi Bassi dell’EU a favore di un cambio di rotta verso l’indipendenza per migliori possibilità commerciali anche con Paesi al di fuori dell’Unione. Non per niente cita spesso e volentieri l’esempio svizzero e britannico.

Wilders ha denunciato l’indipendenza del potere giudiziario definendolo “fasullo” così come il parlamento dove peraltro ha seduto per svariati anni. Questa delegitimmazione delle istituzioni e dello Stato di diritto, in aggiunta alla sua lotta all’Islam, lo rende una figura preoccupante, non meno del presidente americano che egli stesso non nasconde di ammirare. Il prossimo 15 marzo un suo eventuale successo potrebbe diventare, per una delle più vecchie democrazie europee, uno dei giorni più tristi.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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