La Buona Scuola e la riforma incompiuta

di Francesco Rocchi.

Scuola elementare by PORTOBESENO

Scuola elementare by PORTOBESENO

In questi giorni la legge 107, la Buona Scuola, sta arrivando a compimento con le delege che a suo tempo il Parlamento ha conferito al governo. Un bilancio chiaro ed esauriente sullo stato di attuazione di questa legge lo ha delineato Mauro Piras su Internazionale qualche giorno fa, ed è da quel quadro che vorrei fare le mie riflessioni.

E dunque: da un lato la ministra Fedeli sembra aver scelto, per il sollievo di tutti, una linea politica di basso profilo e di riconciliazione con sindacati e docenti, dall’altro questa ritrovata calma sta comportando lo svuotamento di alcuni dei cambiamenti più marcati introdotti dalla legge (su tutti, la chiamata “semi-diretta” dei docenti da parte delle scuole, che era l’innovazione più utile ed interessante).

La tranquillità di questo frangente, quindi, non è quella del lieto fine, ma della tregua. La Buona Scuola non era tanto una risistemazione definitiva dell’assetto della scuola, quanto piuttosto un intervento di manutenzione straordinaria. Considerando tutti i problemi in cui è incappata, si direbbe che questa manutenzione non sia arrivata del tutto a buon fine, lasciando intatti alcuni dei problemi più vecchi e talora introducendone di nuovi. Da questo consegue che, se l’obiettivo di rinnovare la scuola e renderla migliore è ancora avvertito, sarà necessario intervenire di nuovo, con altri interventi di riforma. La sola idea, però, è evidentemente esasperante.

Si pone allora un problema nuovo. Non solo in quale direzione riformare la scuola, ma anche come cantierizzare i cambiamenti, evitando altri sconquassi. Tale è lo smarrimento nel mondo della scuola, che anche la migliore delle riforme si arenerebbe sulla stanchezza e sulla diffidenza del personale della scuola. Non voglio affatto dire che l’ostilità con cui la scuola ha guardato alle ultime riforme sia sempre stata giustificata -molto spesso è stata ideologica e pregiudiziale-, bensì che sarebbe semplicemente sciocco ignorare l’attuale stato dei fatti. La scuola ha urgente bisogno di migliorare sé stessa, ed altre false partenze -qualsiasi ne sia la ragione- lascerebbero gravissime ferite sul corpo dell’istruzione in Italia.

Vediamo preliminarmente quali sono gli ambiti in cui gli assetti fondamentali della scuola italiana andrebbero modificati, richiamando anche lo spirito con cui la Buona Scuola ha tentato di intervenire (come ricorda Piras nell’articolo citato, i problemi sono stati più amministrativi che di principio).

Al primo posto c’è la qualità dei docenti. La valutazione dei docenti può non piacere, ma la ratio è evidente e almeno a parole condivisa da tutti: cercare di cavare il meglio da ogni docente e spronarlo a darsi da fare. La qualità degli insegnanti, in ogni caso, è influenzata non soltanto dai meccanismi premiali, ma anche da quello del reclutamento e dell’aggiornamento in servizio. La Buona Scuola è intervenuta in tutti e tre gli ambiti, con resistenze sul premio e sull’aggiornamento, mentre del reclutamento non si è parlato molto (anche se qua e là è stato fatto notare che la soluzione della 107 per formazione e reclutamento è assai farraginosa).

Al secondo posto, ma quasi ex-aequo e comunque collegata al primo, c’è la gestione della scuola da parte dei dirigenti scolastici. I presidi attuali hanno pochi poteri e tanta burocrazia, anche e soprattutto nella gestione del personale e della segreteria. La figura dei presidi nel dibattito pubblico sembra ridursi a quella dello “sceriffo”, ma questa è solo una delle tante pelose e distorsive semplificazioni del dibattito pubblico italiano. I presidi hanno mille responsabilità e pochi strumenti, con risultato spesso disperanti. Per saperne di più, si può leggere l’appello di “Liberare la scuola”, un documento chiaro e snello che riesce a dar conto delle difficoltà quotidiane della dirigenza.

 A seguire, c’è la struttura didattica delle scuole superiori: rigidamente disciplinarista, con un affastellarsi di materie portate avanti senza coordinazione da professori che lavorano quasi esclusivamente da soli, e imprigionati anche loro in mille adempimenti burocratici. Nei licei, cui si iscrive ormai più del 50% della popolazione studentesca italiana (mentre i professionali affondano), le Indicazioni Nazionali sono un documento monstre in cui è confluito di tutto, e che poi si traduce in quella routine sempre identica a sé stessa che promana dai libri di testo. Insieme con la burocrazia di cui sopra, la scuola italiana diventa così un pastone di azioni didattiche lente, scoordinate, poco penetranti, molto adatte a soddisfare l’insaziabile voracità burocratica del ministero, ma molto poco ad incidere su ciò che conta, come l’integrazione di disabili e stranieri, l’andamento scolastico di studenti disagiati, e così via.

Aggiungiamo a questo l’edilizia scolastica e cominceremo ad avere un quadro un filo più chiaro dell’ordine di grandezza dei problemi in cui versano le scuole italiane. Non è certo un elenco nuovo, anzi, è sempre lo stesso. Perché non si riesce a concludere nulla? La risposta a questa domanda sicuramente trascende le possibilità di un articolo, però qualcosa possiamo provare a dirla.

Il primo problema è che la scuola italiana si muove all’unisono, al ritmo dettato dalle circolari ministeriali. E’ così da sempre, e da sempre questo male viene denunciato da chi osserva con un po’ di attenzione la scuola. Negli ultimi venti anni è arrivata la parola d’ordine dell’autonomia, ma non sembra che ci sia stata una rivoluzione copernicana in tal senso: le resistenze, spesso annidate nel grigio di qualche ufficio centrale, hanno prevalso sull’intraprendenza, l’abitudine sul coraggio, l’idealizzazione del passato sull’analisi del presente. Ma forse non è neanche questo: forse è semplicemente che una macchina come quella dell’istruzione italiana non può essere rivoltata come un calzino semplicemente inserendo la parola ‘autonomia’ in una legge, per quanto ben articolata. Ogni componente della scuola italiana, dalla forma delle aule alle assegnazioni delle cattedre, è stata pensata per un sistema centralizzato e burocratico, e non può essere reimpiegato per fargli fare il contrario di quel che faceva prima. Non si può sperare che i componenti di un’automobile possano essere riassemblati per diventare un aeroplano. Quando anche alle scuole è stata concessa (faticosamente) la possibilità di muoversi in autonomia, molte scuole sono state prese alla sprovvista e non hanno semplicemente saputo né come adattarsi né come immaginare una nuova linea di azione. In questo senso, tanto maggior merito va riconosciuto a quegli intraprendenti che la loro parte, nonostante tutto, l’hanno fatta.

Questa filososofia dell’unisono è, tanto per fare un esempio, quella che innerva tutta l’impalcatura del gioco dei trasferimenti (e delle odiose assegnazioni provvisorie, da abolire all’istante): pur che sia della classe di concorso giusta, non importa quale professore ci sia in cattedra. I professori, secondo questo approccio, sono tutti uguali e possono cambiare anche tutti gli anni. Ci si può stupire che centinaia di migliaia di professori entrati per concorso (o altra ope legis) e che non hanno mai sostenuto un colloquio di lavoro, siano poi ostili alle chiamate dei presidi, sia pure con le garanzie degli ambiti territoriali?

Qualsiasi cambiamento si voglia introdurre, se si va ad intaccare il muro dell’unisono, si otterranno sempre le stesse reazioni, anche a prescindere dal merito dei cambiamenti. Ironia della sorte, la stessa istituzione che dovrebbe introdurre e realizzare e potenziare l’autonomia è strutturata allo stesso identico modo: ministro, sottosegretari, direttori e direttorati sono espressione di una burocrazia napoleonica metodica e sistematica, nonché gelosa delle proprie prerogative. Quand’anche con una mano concedono qualcosa in termini di autonomia, di solito con l’altra stabiliscono un tale livello di controllo da rendere faticosa o, peggio, inutile, l’iniziativa autonoma delle scuole. Un esempio? Il CLIL: prima di gettare la spugna e lasciare mano libera alle scuole, il ministero aveva stabilito una serie di paletti e prerequisiti tali da togliere ogni senso alla didattica di materie non linguistiche in lingua straniera (CLIL nell’acronimo inglese). I risultati, ad oggi, sono al riguardo piuttosto deludenti, in media.

Che fare, allora? La mia ingenua proposta è questa: della scuola attuale cambiare il meno possibile. Si facciano gli aggiustamenti necessari per le necessità più stringenti (tecnologia, edilizia scolastica, diritti degli studenti), ma si evitino fratture e strappi. Dall’altra parte, però, bisogna creare un circuito parallelo di scuole autonome ed indipendenti, che non facciano capo ai provveditori, e che non assumano docenti dalla graduatoria del concorso nazionale, bensì da concorsi locali loro propri (così il dettato costituzionale è salvo). Ognuna di queste scuole dovrebbe potersi auto-governare, con presidi dotati dei poteri necessari, con un progetto didattico auto-elaborato, senza interferenze esterne se non per il minimo indispensabile.

Tali scuole sarebbero la sede adatta per quelle sperimentazioni didattiche che oggi il ministero ha grandissime difficoltà a gestire, e che pure servirebbero come il pane, considerando l’arretratezza della scuola italiana. Lo Stato italiano oggi, con le sue scuole così ben coordinate da sembrare altrettanti soldati di terracotta, non sa neanche dove o come sviluppare tattiche e strategie nuove per affrontare le sfide che si presentano quotidianamente. Qualcosa viene dall’università, ma non è la stessa cosa.

In queste scuole si testerebbero innovazioni senza imposizioni dall’alto. Si fornirebbe un incentivo a quelle tradizionali a migliorarsi, grazie al confronto con le scuole autonome migliori. Si darebbe spazio a professori e dirigenti che hanno progetti da portare avanti, e creatività. Le associazioni di categoria (industriali e non solo) potrebbero dire la loro sul tipo di istruzione che serve sul mondo del lavoro, collaborando con queste scuole.

Potrebbe sembrare un progetto costoso. E forse lo è. Ma se lo si cominciasse riconvertendo piccole scuole sull’orlo dell’accorpamento, e lasciando alle scuole che lo vogliano la facoltà di unirsi a questa “istruzione parallela”, cominceremmo forse ad avere, finalmente, una pacifica incrinatura nell’unisono, avremmo più voci, e di timbro diverso, che interverrebbero tutte nel dibattito scolastico, contribuendo al miglioramento dell’istruzione generale, e senza dover sborsare poi troppo di più, forse. Soprattutto, senza chiedere a docenti che non se la sentono di fare cambiamenti drastici, e calati dall’alto.

L’alternativa è continuare con il tira e molla attuale, con i governi che tentano di imporre riforme sempre più futuristiche da un lato, e docenti e studenti dall’altro che non le vogliono. Non è un bello spettacolo. Cambiamo registro…

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

Nessun commento

Puoi essere il primo a lasciare un commento su questo articolo !

Lascia un commento

Subscribe without commenting

Condivisioni