Qualche riflessione sull’informazione (e la disinformazione)

di Maurizio Bovi.

TV News camera and van by Tom Woodward

TV News camera and van by Tom Woodward

Non di rado i politici si lamentano con i giornalisti di essere stati fraintesi, che le parole vanno contestualizzate, non vanno estrapolate, eccetera eccetera. Da ultimo, Trump non ha mai nascosto il suo astio per i giornalisti, mentre da noi conosciamo bene la posizione di Grillo in materia. Anche più in generale, il rapporto tra mass media e intervistati è particolarmente delicato e senza dubbio esiste una certa dose di malizia – per non dire di peggio – in taluni giornalisti che effettivamente riescono a ridipingere una risposta con i colori che più gli aggradano. Trattasi, d’altronde, di esercizio non molto arduo che come accennato consiste nell’enfatizzare, selezionare, omettere e via discorrendo. Simili esercizi nel mondo anglosassone vanno sotto il nome di produzione di “fake news”, da noi si parla di disinformazione.
Il bue che dice cornuto all’asino, si potrebbe tuttavia arguire. La lettura fatta dai politici di dati ufficiali riguardanti, ad esempio, i risultati economici di un Paese o delle elezioni, sembra invero dipendere più dalla posizione contingente di questi ultimi – all’opposizione o al governo – che non dal contenuto informativo oggettivo delle cifre.

Ho più volte avuto modo di far notare nei miei post sia queste distorsioni sia la loro normalità nell’ambito del confronto politico democratico. Per ulteriori evidenze, tenute costantemente aggiornate, è sufficiente andare a vedere i siti dei vari partiti/movimenti politici: la spiazzante sensazione che se ne trae è quella di un’Italia che si trova contestualmente sia in una situazione socio-economico-politica “in costante miglioramento” sia “allo sfascio”. Si può anche osservare come chi è al governo solitamente usa toni meno apocalittici di chi è all’opposizione. Ciò, ovviamente, a prescindere da quale schieramento è al governo o all’opposizione. Insomma, non di rado il lavoro è quello di enfatizzare, selezionare, omettere e via discorrendo.
La risposta a questa situazione non può essere la delegittimazione dei mass media né, tanto meno, la riduzione della libertà di informazione. Difficilmente, poi, si può sperare nella buona volontà del politico mediano. Se il politico è sufficientemente ricco e/o influente può provvedere a fornirsi di mass media ad personam. Berlusconi docet sia come “delegittimatore” (ancorché di magistrati) che come proprietario di produttori di (dis)informazione (il che spiega la logica di non delegittimare i media).

Un elemento di freno che sarebbe naturale ed efficace consiste nella reazione del’(e)lettore: basterebbe punire i diffusori delle fake news non comprandoli/votandoli. Tuttavia c’è un problema di fondo – e ahinoi irrisolvibile – che impedisce a noi (e)lettori di evitare di giocare, più o meno consapevolmente, un ruolo in questo teatrino dell’informazione à la carte. Un ruolo che è ben noto a chi si occupa di etologia umana e sociale. Questa consapevolezza rende quanto sopra descritto meno sorprendente di quanto non appaia a prima vista. Invero, è ormai scientificamente assodato che noi umani abbiamo un’innata tendenza a considerare solo le notizie che confermano i nostri a priori, così come tendiamo ad avere una memoria particolarmente corta e selettiva. Nei mercati finanziari atteggiamenti di tal fatta hanno spesso condotto e continuano a condurre a perdite cospicue che, almeno in parte, potevano essere evitate. In campo politico queste attitudini distorte sono alla base dei populismi e degli “zoccoli duri” costantemente presenti in politica. L’elemento più grave e devastante è che risulta provato anche che riusciamo ad imparare dai nostri errori di lettura in modo lento per non dire lentissimo. In breve, agiamo come sistemi esperti particolarmente testardi.

È per questo genere di considerazioni che mi risultano non sorprendenti le inversioni ad U a cui periodicamente, ma persistentemente, assistiamo nell’arena politica. Prendiamo ad esempio la recente assurda capriola di Grillo sull’Euro. Fino a poche settimane fa costui informava i suoi che l’Euro andava semplicemente eliminato. Poche settimane fa ha invece tentato l’accordo con gli europeisti convinti dell’Alde. Infine, respinto, ha fatto un mesto ritorno all’Ukip e ai suoi aberranti strali anti-euro. Naturalmente non prima di aver dato la colpa all’establishment. Vorrei far notare che Trump ha vinto grazie alla sua crociata anti-establishment. Come se lui operasse su Marte. Eppure ha vinto, e lo ha fatto non sorprendentemente se si è d’accordo con quanto sopra. Insisto sul punto. L’atteggiamento di Grillo riesce ad essere assurdo perfino nell’attuale confusa e confondente scena politica (il persistentemente alto rapporto tra parlamentari indagati e numero di corrotti in carcere è indicativo).

Purtuttavia esso non risulta più sorprendente del fatto che Grillo (e non solo) tenti, in parte riuscendoci, di convincere gli elettori che l’Euro ha più svantaggi che vantaggi. Voglio dire, ma possibile che ci siamo già scordati le perdite di potere d’acquisto e i tassi d’interesse sui mutui pre-euro? Ok, sono passati vari anni. Ma, allora, come spiegare il seguente? Uno degli ultimi sondaggi (Scenari politici-Winpoll) mostra che il M5S non ha risentito degli effetti della citata illogica mossa di Grillo. Anzi, il M5S appare in marginale risalita e consolida il ruolo di secondo partito in Italia. Va bene, si dirà, i sondaggisti, altra bella fonte di informazione. Ma il punto rimane: personalmente trovo tutto ciò tanto non razionale quanto non sorprendente. Proprio come una buona parte del nostro comportamento e di quello di certi politici.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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