Perché il commercio internazionale? Ricordi dagli anni ’30

di Giovanni Costenaro.

Clarkdale Depot 1930 by Verde Canyon Railroad

Clarkdale Depot 1930 by Verde Canyon Railroad

Come ben si sa, il 15 febbraio scorso il Parlamento Europeo ha approvato l’accordo di libero scambio con il Canada, il famoso CETA. Per alcuni, sembra che questo costituisca un primo passo verso la destrutturazione definitiva delle identità e delle conquiste sociali europee, per altri costituisce uno spiraglio di luce in un mondo sempre più chiuso in se stesso.
Intendo condividere in queste poche righe delle riflessioni riguardanti le fondamenta su cui si basano gli interscambi, non solo tra nazioni e blocchi di nazioni, ma anche tra le stesse persone che formano inevitabilmente il vero soggetto verso cui tutti questi trattati sono indirizzati. Lo voglio fare attraverso le mie specifiche competenze, quindi, da giovane storico quale sono, non posso far altro che rivolgermi al passato, a un momento oscuro, difficile e turbolento (secondo la definizione di un famoso studioso), quale fu quello tra le due guerre mondiali.
Spesso di quel periodo si ricordano l’ascesa dei fascismi, le grandi folle inneggianti a Hitler e Mussolini, le persecuzioni verso le minoranze che vivevano in Europa (ebrei, zingari, africani, ma anche vari portatori di handicap), la chiusura autarchica e identitaria tedesca e italiana di fronte alle altre nazioni. Difficilmente ci si ricorda però che anche Francia e Inghilterra decisero di rispondere alla crisi scoppiata nel 1929 legando le proprie economie ai vasti imperi che possedevano, diminuendo i legami con gli altri Stati. Gli stessi Stati Uniti, d’altra parte, optarono per l’erezione di barriere tariffarie e commerciali nei confronti dei paesi esteri, specialmente dopo una conferenza economica, tenutasi a Londra nel 1933, che sancì l’impossibilità di rispondere alle sfide aperte dal crollo di Wall Street attraverso un rafforzamento dei legami economici tra le potenze occidentali.

Donald Trump non è certo il primo presidente americano a voler isolare il proprio paese dal resto del mondo, né sarà probabilmente l’ultimo. Difficile immaginare, però, che ad adottare simili politiche fu uno dei presidenti più amati d’America, F. Delano Roosevelt. Prima ancora di chiudere le proprie porte ai prodotti provenienti dall’altra sponda dell’Atlantico, comunque, gli Stati Uniti avevano alzato le serrande anche nei confronti delle persone che abitavano il Vecchio Continente. A partire da una legge del 1917, infatti, una serie di norme erano intervenute a porre dei limiti etnici all’entrata negli States. Come ricordava un importante sociologo francese, André Siegfried, essa venne progressivamente interdetta a «gialli e marroni», considerati non assimilabili, e, tra 1921 e 1924, limitata anche agli europei. Attraverso tale sistema, i contingenti annuali in partenza dall’Europa, diminuiti di molto rispetto al passato e divisi secondo un sistema di quote stabilite, comprendevano infatti il 13,3% di latino-slavi e l’86,6% di nordici (secondo le classificazioni razziali dell’epoca). Per Siegfried, professore a Sciences Po di Parigi, il Congresso, senza divisioni partitiche, era d’accordo nel ritenere, anche grazie al consiglio di vari esperti di eugenetica, che soltanto l’immigrazione nordica avrebbe favorito lo sviluppo etnico del Paese.

La decisione scatenò ampie polemiche e denunce da tutta Europa, inaspritesi pochi anni dopo, quando divenne chiaro che oltre alle persone, neppure le merci prodotte dalle imprese del continente avrebbero potuto trovare sbocchi oltreoceano. Come se non bastasse, gli stati europei aumentarono dazi e barriere anche nei rispettivi confronti, mentre le continue svalutazioni, effettuate per rilanciare le esportazioni, venivano vanificate da analoghi provvedimenti intrapresi dagli altri paesi, causando incontrollate spirali inflazionistiche. Persino Hjalmar Schacht, ministro dell’economia di una Germania che si riteneva al di sopra di tutte le altre nazioni (Germany First, diremmo forse oggi), cercava costantemente di ricucire i legami economici con gli altri stati, sempre più strappati dalle scelte protezioniste allora tanto in voga. Gli appelli a un’unione doganale europea, lanciati da varie figure di tutto il continente, rimanevano ovviamente inascoltati, mentre i sogni di un’unione politica, capace di porre fine alle continue guerre interne all’occidente – ma anche di affrontare al meglio le crescenti questioni poste da realtà statuali esterne sempre più vaste – parevano pure illusioni.

Nel frattempo, alcuni studiosi andavano sviluppando teorie geopolitiche, fondate sullo sviluppo protezionista del commercio internazionale, secondo le quali in futuro si sarebbero formati dei veri e propri blocchi continentali, economicamente autarchici, contrapposti l’uno all’altro e definiti da identità ben diverse e soprattutto divergenti. America a guida statunitense, Europa, Russia e Asia a guida sino-giapponese: enormi entità territoriali, fusi economici (come vennero allora definiti) chiusi in loro stessi e soprattutto in grado di mobilitare, in caso di necessità, decine e decine di milioni di soldati.
Quando ancora l’Europa era divisa tra nazioni del tutto indipendenti, l’esasperante protezionismo contribuì a innescare il più violento conflitto finora conosciuto dall’umanità. Che cosa accadrebbe se a confrontarsi fossero non più stati, ma veri e propri continenti? Hitler riteneva, assieme a molti altri tedeschi, che la Germania avesse bisogno di materie prime che non poteva trovare all’interno del proprio territorio nazionale. Decise quindi di procurarsele con la forza. Che cosa succederebbe, mi domando ancora, se una formazione sovrastatale di dimensioni enormi, una volta eretti muri nei confronti di persone e merci provenienti dall’esterno, si accorgesse di aver necessità di beni che non può trovare all’interno dei propri confini? E se proprio in quel momento fosse attraversata da una congiuntura economica sfavorevole? Una volta posta la questione, ci si può allora rivolgere ai trattati commerciali che ormai riguardano centinaia di milioni di persone con un’ottica molto diversa. Se ne possono discutere le criticità, si possono bocciare, rimandare, denigrare. Ma non si può fingere che chiudersi in se stessi possa risolvere tutti i problemi, perché le fondamenta dei rapporti con gli altri, dalle persone agli stati, fino oramai ai continenti, sono le relazioni, e non la loro assenza.

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I tre fusi economici intercontinentali autarchici come vennero immaginati negli anni ’30.
Non mi sento certo in grado di fornire un giudizio consapevole nei confronti dei vari TTIP, CETA, NAFTA, TPP, lascio le ardue sentenze a persone più competenti di me, ma che si rifletta almeno su quali siano le fondamenta, le basi relazionali e geopolitiche, prima ancora che commerciali, di questi trattati. È anche attraverso questi tipi di legami che si possono costruire più facilmente relazioni distese e pacifiche, come anche definirsi meglio attraverso il continuo confronto con gli altri.

Vorrei infine concludere con una piccola riflessione personale, che a prima vista non ha nulla a che fare con i rapporti commerciali internazionali, ma che forse, per certi versi, li riguarda da vicino. Io sono originario di un fantastico paesino collinare delle Prealpi venete, Crosara, frazione della famosa Marostica, città degli scacchi viventi. Sono quindi vicentino, veneto, italiano ed europeo, tutte queste identità hanno contribuito a definirmi, ognuna di esse convive con le altre, le arricchisce, le migliora. Non esiste nessun rapporto gerarchico tra ciò che mi permette di essere quello che sono, posso dire però che Crosara, paesino di 700 abitanti, esiste anche grazie all’Europa. Non è per colpa del commercio internazionale o intercontinentale se tre fratelli del mio bisnonno, cavaliere di Vittorio Veneto, sono morti durante quell’enorme follia che è stata la Prima Guerra Mondiale. Né durante il Secondo Conflitto il mio paese ha rischiato di essere bruciato a causa della circolazione delle merci. Sono state le derive protezioniste, nazionaliste e identitarie che il nostro continente ha conosciuto fin troppo spesso a mettere in pericolo ciò che più mi sta a cuore, dalla mia Europa alla mia Crosara. Le sfide che dobbiamo affrontare – crisi economiche, globalizzazione, migrazioni, speculazioni finanziarie sregolate, destrutturazioni identitarie, dumping etc. – esistono e vanno affrontate adottando tutti i provvedimenti necessari, ma sempre avendo ben chiare alcune fondamenta su cui si fondano i rapporti umani in genere. Tra questi, vi sono anche quelli commerciali.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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