I giovani non sanno scrivere? Riflessioni sulla lettera dei 600

di Mila Spicola.

libri libri by Cinzia Bazzanella

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Gli studenti italiani non sanno leggere e non sanno scrivere. Gli studenti sanno leggere e sanno scrivere. Entrambe le affermazioni sono vere ed entrambe sono false perché la realtà è fatta, in questa come in altre questioni che riguardano il sistema d’istruzione italiano, di più di 50 sfumature di rosa, non di nero, non di bianco e non di grigio.
Proverò a spiegarmi meglio semplicemente mettendo in fila una serie di considerazioni né ottimistiche ne pessimistiche, semplicemente realistiche. Quel che scrivo non è né esauriente, né esaustivo, sono solo alcune considerazioni sparse, frutto di saccheggio di considerazioni altrui, di grandi maestri, come De Mauro, Vertecchi, Visalberghi, di rapporti di alcune rilevazioni nazionali e internazionali e hanno lo scopo di dare il quadro delle contraddizioni, non delle colpe o delle responsabilità, come premessa per qualche soluzione.

Gli studenti italiani dunque scrivono male perché scrivono ma, soprattutto, leggono poco? Vero. Però leggono di più degli adulti. Partiamo da questo. Le rilevazioni Ocse Pisa sulla comprensione del testo dei quindicenni nel mondo ci dicono che l’Italia è più o meno a metà in una classifica di 68 paesi. Potremmo stare più su, è vero. E questo è il dato negativo, il dato positivo è che guadagniamo posizioni. Preoccupanti invece sono le rilevazioni Ocse Piaac sulle stesse competenze della popolazione adulta: in quella classifica siamo ultimi. E’ un dato noto agli esperti, poco noto ai più, affatto ai media, che sovrappongono le due rilevazioni confondendo cavoli e merenda.

E’ un dato che fu la base, insieme ad altri studi, per le riflessioni sull’analfabetismo funzionale degli adulti che tanto allarmava De Mauro. Quell’allarme venne raccolto dal governo Fioroni, ne nacque una commissione interministeriale presieduta dallo stesso De Mauro, cadde il governo e addio provvedimenti conseguenti. Ho riportato i risultati medi di quelle indagini. Disaggregando i dati la situazione si complica: perchè poi bisognerebbe operare dei distinguo ulteriori e capire a cosa ci riferiamo: ai divari nord sud? ai divari di contesto? ai divari tra tipi di scuola.
Se consideriamo l’ultimo divario, ad esempio, sempre in Ocse Pisa i nostri liceali risultano tra i migliori, fosse per loro saremmo insieme a Finlandia o Canada, per dire. I nostri liceali però sono una percentuale del totale, non il totale.
E comunque anche di loro dovremmo dire che dovrebbero leggere di più e scrivere meglio, figuriamoci la platea intera dei nostri studenti.

Se all’università i seicento docenti che hanno firmato l’appello si vedessero arrivare come negli anni che furono solo liceali forse non si lamenterebbero così, o forse sì? Rimane il fatto che i rendimenti oggi come ieri sono ancora legati ai contesti e ai tipi di scuola e alla geografia economica e sociale del Paese, oltre che al titolo di studio dei genitori e questo sì che sono i fattori  su cui bisognerebbe agire con massicce azioni a favore del recupero degli ultimi, che si concentrano negli istituti tecnici e professionali, al sud o nelle periferie, nel ceto medio basso, quello bassissimo nemmeno arriva all’Università.

Andiamo avanti. Il 1962 segna la nascita della scuola media unica, figlia di un lavoro comune, di un sentimento collettivo di cui il grande Visalberghi fu ispiratore. Era il grande desiderio di tanti: l’istruzione pubblica per tutti, indifferenziata.
Sono trascorsi 55 anni mica tanti, eppure tanti sono i miglioramenti rispetto ad allora. L’impero austroungarico aveva avuto l’istruzione pubblica per tutti almeno cento anni prima, per dire.
E così nei paesi protestanti la lettura è sempre stata favorita proprio dalle indicazioni post luterane mentre da noi rimane, finita la scuola, il vezzo di pochi più che il bisogno di tutti.
In 55 anni comunque abbiamo portato tutti a scuola, tutti, il tasso di analfabetismo di base si è azzerato, il tasso di dispersione fino al diploma si è ridotto di più della metà, da migliorare il tasso di laureati. Non va tutto bene madama la marchesa ma neanche male.

Che cosa è accaduto? Perché  i docenti hanno segnalato l’allarme?  Si è abbassata la qualità dell’insegnamento e del sistema d’istruzione, come lamentano stracciandosi le vesti in tanti? O, allargando di fatto l’ingresso a più alti gradi d’istruzione ai figli degli ultimi, si è abbassata la media dei rendimenti? Io direi la seconda.
Se gli adulti sono ultimi e  i quindicenni a metà verrebbe da dire che la scuola è migliorata non peggiorata e che sono i coetanei di Cacciari o di Galli Della Loggia a presentare problemi d’analfabetismo maggiori. In realtà forse non è nemmeno così e il tema è un altro: leggere e scrivere sono funzionalità, si acquisiscono e migliorano praticandole, se non si praticano si perdono. Si può parlare allora di una progressiva perdita di tali competenze mano a mano che in Italia si cresce, poiché la media degli italiani non pratica più tali competenze? Forse sì e sarebbe il caso di verificarlo.
La sfida lanciata da Visalberghi e da Don Milani rimane.
Per quel che riguarda il sistema scolastico, mi spiace per i catastrofisti, non siamo regrediti ma dovremmo andare più avanti: non solo non perderne uno, ma portare tutti al successo formativo.

Tutti vuol dire tutti e successo formativo non significa un voto in pagella ma il diritto di godere e  comprendere arte e conoscenza, e dunque “frequentare con profitto”, sia che si frequenti un liceo sia che si frequenti un istituto professionale. Saper leggere, scrivere e fare di conto in modo adeguato e corretto: è in fondo ciò che chiedono i 600 docenti.

Mio padre è un maestro in pensione, insegnava in periferia. Io sono una professoressa delle”medie”, anche io insegno  in periferia e ho chiare le differenti opportunità di partenza di alcuni bambini rispetto ad altri: di offerta formativa formale come anche informale, di asili, che tanto contribuiscono al livellamento delle differenze in entrata, di contesti familiari favorevoli o meno favorevoli, se non ostili, anche per insufficienze di reddito, non solo di progetto di vita. Su quelle differenti opportunità di partenza si dovrebbe agire e su massicce azioni di recupero degli ultimi, lo dico e lo ripeto ovunque e in ogni occasione.

Aggiungo anche che il mio maestro mi ha insegnato che scopo della scuola del ciclo primario è leggere, scrivere e fare di conto. Lo è ancora? Sì. Lo han dimenticato alcuni? Sì. Lo stiam praticando come era in passato? Forse. Dovremmo aggiungere o mutare qualcosa? Secondo me sì, soprattutto nelle abitudini mentali.

Lo dico a me stessa, ai docenti, ai genitori, a chiunque: leggere significa che dobbiamo concepire tale attività come diletto ma come pane quotidiano, lo stesso vale per la scrittura a mano, cioè la scrittura corsiva, vero prof. Vertecchi? E lo stesso vale con il far di conto.

Anche nell’epoca dell’innovazione digitale? Certamente. Leggere, scrivere a mano e fare di conto.

Le innovazioni didattiche, con l’uso delle tecnologie, (da non confondere con le competenze digitali e/o informatiche) mi riferisco sempre al ciclo primario,  sono utili, perché facilitano il dialogo con chi cresce oggi, ma solo se piegate a queste tre finalità. Solo se si hanno chiari gli obiettivi didattici, sennò è solo fuffa.
Non sto dicendo cari colleghi, che bisogna esorcizzare il digitale, ma che questo concorre alla didattica, si piega alla didattica, ma non è alternativo alla didattica. Io credo che oggi come ieri tutte le metodologie didattiche nel ciclo primario debbano concentrarsi su quei tre fini: leggere, scrivere e fare di conto. E tutto quel che aiuta, parlare un’altra lingua, fare sport, fare innovazione, ben venga.

Ho assolto la scuola? Ho colpevolizzato la scuola?

 No, ma è un sistema che regge e che le riforme non distruggono, né innovano radicalmente, checché ne dicano tanti, compresi i riformatori. Tanto è complessa e vasta e frammentata la galassia scuola. Semmai vorrei capire il ruolo e il peso di altre agenzie educative, tanto più pesanti quanto assenti sono le famiglie, tanto più negative quando esempi di incultura, di maleducazione, di ignoranza.

Quello su cui c’è il nulla, il vuoto, è invece il segmento della popolazione adulta.

Vero è ben che, per quel che riguarda il percorso formativo formale, Scuola e Università,  andrebbe sempre rinnovato lo sforzo organizzativo, “l’architettura di sistema”, la messa a terra dei provvedimenti,  specie se portiamo avanti il concetto di autonomia responsabile, concetto rispetto al quale chi scrive non è affezionata.

Ultime considerazioni: in Italia la scuola viene concepita come parte della vita, non come la vita stessa. Dovremmo cambiare concezione e questo lo si fa con azioni di sistema, perché è il sistema poi che crea i sentimenti. Leggere, scrivere e fare di conto sono azioni quotidiane indispensabili come mangiare, bere e respirare. Ripetiamocelo da mattina a sera tutti quanti e pratichiamole, tutti. Leggere, scrivere a mano e fare qualche conto a mente. Da 5 a 100 anni.

E allora, siccome dirlo non basta,  compito del governo è supportare leggi, provvedimentie risorse, non necessariamente scolastiche, per favorire il cambio di opinione e diverse abitudini, che risultano urgenti e importanti come l’alimentazione corretta, se non di più. Con una certezza: molto è stato fatto, molto resta da fare e ha che fare con la giustizia sociale, con la democrazia e con la ricchezza della nostra nazione.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

2 Commenti

  1. Lorenzo

    E’ interessante, intrigante, variegata e approfondita la tua visione della scuola e dell’insegnamento. Ne condivido la problematicità, ma ritengo che il maggior elemento di criticità sia il fatto che la cultura non è più considerata un valore. Sono i genitori in generale che non danno valore alla cultura e questo si riflette sul comportamento dei figli e sulla disistima del corpo insegnante.

  2. Francesco Rocchi

    Io sono d’accordo con alcune affermazioni di quell’appello, ma sono anche d’accordo con alcune, diverse considerazioni di Mila. Su alcune cose mi pare, se ho capito bene, invece, di avere idee diverse.

    E’ sicuramente vero che l’istruzione di massa in Italia ha fatto arrivare all’università molte persone che prima sarebbero state semplicemente escluse. Ma è anche vero che alla base di progresso sociale che si perseguiva con la scuola media unica e con le altre, successive riforme c’era l’idea di dare a tutti una istruzione buona come quella un tempo dei liceali più privilegiati. Non di abbassare l’asticella qualitativa, non a 55 anni di distanza, almeno. Che l’urto possa aver generato disfunzioni e rallentamenti fisiologici lo considero sicuro, ma dopo 55 anni uno vorrebbe che il processo fosse concluso.

    Qui mi limito, da insegnante di lettere, a confessare che anche io, in genere non sono contento del livello di italiano di molti miei studenti, e sto cercando di cambiare qualcosa. La sfida di Don Milani rimane, perché l’obiettivo è sempre quello di portare tutti ad essere come “liceali provetti” (mi si perdoni la semplificazione), anche perché la critica dei 600 non è alla media degli studenti/diciannovenni/ventenni italiani, ma a quelli che, per aver scelto l’università, dovrebbero essere nel 30% più preparato.

    Cosa va storto? Cosa si può fare di più? Potrebbe anche essere che facciamo tutto per bene, ma questo ancora non basti. Il problema allora, per uscire dall’empasse dei proclami che poi, dopo un po’ di hype, cadono nel vuoto, è capire come funziona il governo della scuola italiana e capire dove è che si inceppa. Dove sono le sue rigidità, i suoi arcaismi, le sue idiosincrasie.

    Ma questo ci porta lontano, ai massimi sistemi, per cui io mi fermo qui, per brevità

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