Europa. Non diamo per scontato i suoi risultati

di Alessandra Moroni.

Sailing Ship in Dark

Sailing Ship in Dark

“L’Unione Europea è come una barca un po’ ammaccata a metà di un guado: possiamo aggiustarla e rafforzarla e proseguire fino all’altra sponda, oppure lasciarla affondare e tornare indietro” (E. Bonino, 11.02.2017).

In un periodo di crisi economico-finanziaria, flussi migratori sempre più difficilmente sostenibili, bisogni energetici, degrado ambientale, tagliente competizione sui mercati globali, conflitti internazionali e terrorismo, è facile additare l’Europa quale entità esterna, astratta, “colpevole” sia delle difficoltà sistemiche sia delle frustrazioni più locali e/o individuali. È invece difficile continuare a proporre l’Unione come il modello economico e sociale foriero di benessere e ricchezza. Riprendendo la similitudine sopra riportata, vorrei provare a evocare alcuni, e solo alcuni, profili per evidenziare come quanto raggiunto finora da quest’ “Europa” non sia da dare per scontato e che la sua (nostra) traversata meriti di essere proseguita.

Integrazione: un’idea antica

All’indomani di due guerre mondiali e un genicidio, gli stati europei decisero di dar vita a un progetto di integrazione senza precedenti: perché? Il desiderio primario fu sicuramente quello di creare unità e interdipendenza così da prevenire il rischio di nuovi conflitti. Dopotutto, l’idea di integrazione finalizzata al perseguimento della pace tra i popoli non era nuova neppure allora: già nel 1693 William Pen suggeriva che gli stati europei si unissero per sviluppare relazioni economico-commerciali tali da creare una rete d’interazione che scongiurasse la possibilità di nuove guerre. Nel 1710 John Bellers pubblicava un breve scritto dal titolo “Alcune ragioni per uno stato europeo”, mentre un secolo dopo, nel 1814, Claude-Henri de Saint-Simon scriveva “La riorganizzazione della comunità europea”. Negli anni Quaranta dell’800, Victor Hugo parlava di “federazione europea”, esortando i popoli del continente a venire a unità e formare una sola nazione, senza più frontiere o dogane, con una moneta unica e liberi scambi, dove non ci potessero essere né armi né conflitti. Esigenza che si ripropose come necessaria a metà del XXI secolo.

Nel 1951 Germania, Francia, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo conclusero il Trattato di Parigi, dando così vita ad un mercato “comune” per l’acciaio e il carbone, materie prime la cui disponibilità aveva originato l’ultimo atroce conflitto. Già dal preambolo del Trattato di Parigi emergeva chiaramente come il fine ultimo fosse quello di accomunare i principali interessi (soprattutto economici) dei vari stati firmatari così da sostituire le passate rivalità, creare le basi per una più ampia e profonda comunità tra popoli a lungo feriti da sanguinose guerre, nonché porre le fondamenta istituzionali per guidare un destino condiviso. Da quel momento l’integrazione fu graduale e costante e coinvolse sempre più nazioni. Nel 1957 il Tratto di Roma diede luce alla Comunità Europa per il libero commercio e l’unione doganale, mentre nel 1986 il “Single European Act” eliminò ogni barriera interna e permise il libero movimento di beni, persone, servizi e capitali: le quattro libertà al centro dell’Europa. Nel 1992 il Trattato di Maastricht coniò il termine “Unione Europea” e iniziò l’unione monetaria. Il Trattato di Amsterdam del 1997 e il Trattato di Nizza del 2001 sono poi intervenuti a modificare la struttura organizzativa dell’Unione, “riorganizzazione” culminata infine nella riforma operata dal Trattato di Lisbona nel 2007 che ha rimodellato l’Europa nell’organizzazione sovranazionale che conosciamo ora.

Pace e … ?

Se, come accennato, l’obiettivo che inizialmente spinse gli stati europei a riunirsi fu la ricerca della pace, difficilmente si potrà negare che non ci siano riusciti. Tuttavia, i risultati raggiunti vanno ben oltre: un breve esercizio intellettuale per provarlo.

Prima che l’Unione Europea prendesse (gradualmente) forma, un piccolo imprenditore italiano aveva come primario mercato di riferimento quello nazionale. Se voleva vendere i propri prodotti a pochi chilometri oltralpe, i costi di commercializzazione si appesantivano significativamente dagli oneri su cambi, dovendo convertire la lira con i vari franchi, pesete o marchi tedeschi. Le merci dovevano superare pesanti controlli doganali e bisognava sostenere i relativi costi. I canali distributivi erano tutt’altro che automatici e i prezzi erano da aggiustare (ridurre) per riuscire ad attrarre una platea di acquirenti diffidenti a causa del rischio di instabilità e spirali inflazionistiche dell’economia italiana. Scenario che pare quasi inconcepibile oggigiorno, dove i beni circolano liberamente, soggetti ad un medesimo parametro valutativo, l’Euro, e a standard produttivi-qualitativi armonizzati.

Ugualmente paradossale sarebbe pensare a un continente europeo che richieda passaporti e visti per passare da uno stato all’altro. Oramai, armati di semplice carta d’identità, siamo abituati a sfrecciare con treni e aerei per concludere affari, visitare amici e familiari o anche per una dilettevole gita fuori porta. Quando andiamo nelle Americhe o ci avventuriamo verso terre asiatiche o giù nella lontana Australia, siamo quasi infastiditi dalla trafila burocratica da seguire tra richieste e rinnovi di passaporti e domande di visto. Non siamo più abituati. Qui mi permetto un ricordo personale: la scorsa estate dei cari amici canadesi sono venuti a trovarmi a Milano e uno dei loro desiderata fu quello di attraversare le Alpi in treno e “sperimentare” la libera circolazione che abbiamo in Europa raggiungendo una qualsiasi città al di là del confine. La loro richiesta inizialmente mi aveva fatto sorridere perché forse un po’ naïve, ma accompagnandoli in stazione per prendere il desiderato treno mi sono accorta che la loro ingenua richiesta aveva invece un significato bellissimo. Siamo noi a dare talvolta (troppo) per scontato i privilegi di cui godiamo essendo parte dell’Unione.

Insieme più forti

Ora pensate a un’Europa senza questa libertà, immediatezza, rapidità di movimento e relazioni. Pensate a un’Europa divisa e frammentata: i problemi che ora l’affliggono si risolveranno? Politiche commerciali protezionistiche faranno davvero l’interesse delle imprese locali e creeranno posti di lavoro? L’esito più probabile sembrerebbe essere, al contrario, una drastica diminuzione delle possibilità di esportare e beneficiare della propria presenza su mercati non italiani, nonché una rottura delle catene produttive ormai “europeizzate” e una conseguente difficoltà a reperire insostituibili materie prime e necessari beni intermedi. Impatto deleterio sulle attività commerciali, primario motore dell’economia reale e creatore di impego. E ancora: l’uscita dall’Euro e lo svincolamento dei limiti europei quanto a debito pubblico permetterà di risanare le casse di uno stato piegato dall’indebitamento e di sostenere milioni di italiani? Sembra un poco un controsenso suggerire che il default faccia ripartire l’economia e sostenga le famiglie. La chiusura delle frontiere fermerà le centinaia di barconi e persone che quotidianamente sbarcano sulle nostre coste? O azzererà il rischio di attacchi terroristici? È inverosimile. Una divisione interna dell’Europa e una conseguente risposta disorganizzata e non unitaria non potranno che rendere ancora più ardua la capacità di far fronte a difficoltà e pericoli comuni.

L’Unione Europea ha certamente delle debolezze e la congiuntura internazionale sfavorevole ne palesa le fragilità. Ma le imprecisioni si rimediano e limano con mirate correzioni, non distruggendo l’intero operato. Rievocando l’immagine della barca suggerita all’inizio di questo breve scritto, tra lo smantellare il suo fasciame e rientrare al punto di partenza ovvero farci forza per proseguire e correggere la rotta, la seconda alternativa è l’unica concretamente perseguibile per permettere di costruire un futuro migliore, più sicuro e ricco di opportunità. Dopotutto, nel maggio 1950 il Ministro francese Rober Schiman diceva che “l’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Perché l’Unione Europea non è terza e astratta, ma l’Europa siamo noi.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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