I Balcani nella UE: ogni lasciata è persa

di Marika D’Ambrosio.

 balcani2014-1060541 by Alessandro

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Lo ammetto: anche io a scuola mi sono scritta sul diario qualche frase del cancelliere del Reich Otto von Bismarck. Qualcuna era davvero memorabile (tipo quelle sfornate al Congresso di Vienna), qualcun’altra meno. Nella storia diplomatica una tappa importante della „questione d’Oriente“, ovvero di quel vuoto di potere che a mano a mano si andava creando nella penisola balcanica a seguito del progressivo sfacelo dell’Impero Ottomano, è rappresentata dal Congresso di Berlino (1878). E da chi venne convocato? Proprio dal „Cancelliere di Ferro“ – che in questa sede definiva il suo ruolo come ehrlicher Makler (onesto intermediario) – appunto per affrontare il problema geopolitico più delicato che affliggeva l’Europa in quel tempo. Bismarck non intendeva combattere battaglie per conto di altri, e in particolar modo lì, nei Balcani, in quelle terre da lui profondamente disprezzate a ragion di interminabili controversie insite nel loro DNA. Disse una volta: «occorre far capire a quei ladri di pecore che i governi europei non hanno alcuna necessità di assecondare i loro desideri e le loro rivalità». Ovviamente i fatti successivi sono a tutti noi ben noti e purtroppo per la pace in Europa, i suoi successori avrebbero presto archiviato questa „accorta“ presa di posizione. Oggi nel 2017, il voler credere che i Balcani non andranno perduti è una bugia bella e buona perchè, mentre l’Europa se la prende comoda, alcuni stanno già lavorando affinchè questo si realizzi.

«I Balcani non valgono la vita di un solo granatiere di Pomerania» tanto per continuare con la citazioni del Cancelliere. È passato molto tempo, è vero, eppure per qualcuno questa frase conserva fino ad oggi una certa autorevolezza, ad esempio ai tedeschi arriva spesso e volentieri sulla punta della lingua perchè dietro l’autorità di Bismarck possono facilmente nascondere le proprie mancanze. „Balcani? Ma per favore no, già abbiamo tanti problemi con la Brexit, Trump e l’altra sfilza di populisti biondi, i rifugiati, le elezioni politiche. Basta così!“ E invece no, non basta così per niente. La questione balcanica appartiene ancora di fatto e di diritto all’ordine del giorno dell’Unione Europea e addirittura sta in cima alla lista. Va bene, detta così può sembrare un po‘ arrogante come presa di posizione, soprattutto in un momento storico in cui un uomo cotonato, imprevedibile e sull’adirato e avente di mira lo scombussolamento del Vecchio Continente occupa la sedia più potente del mondo. Tuttavia proprio a ragion di queste circostanze, se è vero che qualcosa si romperà, stiamo sicuri che lo farà cominciando dalla parte in cui è già fragile, nella parte dove già ci sono altre forze in gioco ad esercitare la loro influenza. Questa in soldoni la cartella clinica dei Balcani.

Più di 25 anni fa si è disputato l’ultimo di una lunga serie di conflitti. La NATO bombardò la Jogoslavia – anche con la partecipazione tedesca, ahimè per Bismarck – e da allora in concomitanza con il tacere delle armi si è avviata la lunga attesa verso l’ingresso in EU. La Croazia e la Slovenia ce l’hanno fatta mentre Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro, Macedonia, Kosovo e Albania sono ancora in piedi a fare la fila. Dopo tutti questi anni in coda potrebbe anche essere che inizi un certo dolore di gambe e dato che l’obiettivo resta ancora un miraggio lontano, si vada a propagare una contestuale irrequietezza. Alcuni inizieranno a chiedersi se non sia il caso di guardarsi intorno cercando altre alternative. Le offerte non mancherebbero: da Mosca Vladimir Putin chiama forze all’appello, da Ankara Recep Tayyip Erdogan gli fa eco e gli Stati del Golfo Persico, costantemente sedotti dalla tentazione di fare uno sgambetto all’EU, pompano flussi di denaro. Ecco perchè il voler continuare a credere che i Balcani non abbiano alternativa a un ingresso in EU è una bugia bella e buona. Le alternative sono già tutte lì a tendere la mano. Tra l’altro i nazionalisti locali, alla luce dei punti deboli dell’EU, sono già intenti a sperimentare quanto possano spingersi oltre. Il 14 gennaio scorso un treno viaggiava da Belgrado verso il Kosovo. La destinazione era la città serba di Mitrovica. Il treno era ben decorato con icone e motivi tipici di monasteri ortodossi e recitava in diverse lingue il fatto che il Kosovo fosse in realtà appartenente alla Serbia. Gli albanesi del Kosovo si sono limitati a prenderla come una provocazione. Il presidente del Kosovo dal canto suo gli ha mandato incontro panzer e truppe di confine. Anche i serbi del Kosovo nel loro piccolo si sono armati e avviati verso la stazione di confine. Il governo serbo ha fermato il treno all’ultimo momento e meno male c’è da dire, altrimenti chissà come sarebbe finita.

Chi dovrebbe prendersi dunque la briga di impedire certi spiacevoli momenti? Forse quei mille soldati della Kosovo Force (KFOR)? Attualmente è abbastanza inimmaginabile. Anche se fossero in condizione di agire militarmente, mancherebbe loro una guida. Manca del resto la volontà dell’Unione Europea. In questa costellazione di giochi col fuoco inseriamo anche le striscianti divisioni insite alla Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina, il pericoloso punto di stallo in Macedonia, le battaglie opache tra i serbi pro-russi e i montenegrini filooccidentali in Montenegro.
Il garante dell’ordine nei Balcani non è l‘America, la Russia o la Turchia bensì l’Unione Europea e che gli piaccia o meno deve rispettare il suo ruolo altrimenti non verrà presa più sul serio in questi territori dove al contrario si apriranno tutte le porte a personalità del calibro di Putin, Erdogan, Trump o di quelle appartenenti ai „moderatissimi“ Stati del Golfo. Ovviamente l’EU non può permettersi di sponsorizzare un ingresso facile, rapido e indolore. Sarebbe surreale e anche pericoloso. Chi in questi tempi di crisi esige dall’Unione Europea più allargamento ed integrazione può rischiare di passare per ideologicamente accecato. In realtà ne va del consolidamento e di rendere l’EU resistente alle intemperie e a questo logica non può sfuggire la messa in sicurezza dei Balcani. L’Unione deve trovare il coraggio di dire chiaramente alle persone locali le cose come stanno: voi appartenete all’Europa e noi dal canto nostro faremo il possibile per garantirvi una vita più sicura e più degna. Il messaggio deve risuonare nelle orecchie dei signori di cui sopra: ai Balcani non rinunciamo perchè sono una componente fondamentale dell’Europa.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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