Perché i populismi hanno sempre ragione

di Lorenzo Gasparrini.

Rivoluzioni e controrivoluzioni a Napoli. La rivolta di Masaniello. by Luciano

Rivoluzioni e controrivoluzioni a Napoli. La rivolta di Masaniello. by Luciano

Ormai da parecchi mesi la parola “populismo” è presente molto più del solito nei giornali e nelle cronache politiche. Da qualunque parte venga l’opinione o la critica, in generale ci si stupisce del come un populismo continui ad avere spazio, possibilità politiche, credibilità – e soprattutto risultati elettorali. Ci si chiede spesso, e si cercano spiegazioni, del successo del populismo; del fatto che, chiunque ne sia l’esponente, esso fa sempre breccia su un numero consistente di elettori.

Il populismo, per definizione, esalta le masse perché le convince di essere sempre dalla parte giusta;  le sostiene nei desideri e negli ideali più comuni e diffusi, e le reputa depositarie dei soli valori che è giusto perseguire. Questo che abbiamo appena formulato non è però un programma politico, al massimo può essere la descrizione di un atteggiamento. Occorre poi capire come i populismi di ogni tempo riescono in questo compito, e ci riescono ogni volta ottenendo un notevole successo.

I leader populisti si rivolgono ai cittadini in generale, e questo fanno anche altri leader; i populisti però non lo fanno per cercare di ottenere consenso tramite il proprio programma, ma lo fanno per ottenere consenso attraverso il programma della massa stessa. Il leader populista, cioè, ripete alla massa quello che essa vuole sentirsi dire, perché corrisponde ai suoi desideri non alterati da alcuna mediazione politica, né filtrati da alcuna convenzione civile, né contrattati con altri attori politici. Per riuscire in questo, i leader populisti fanno a meno di una serie di caratteristiche che di norma il comportamento (e quindi il linguaggio) politico dovrebbe avere, ma che nella loro prassi è molto più efficace che non abbia. Proviamo a elencare queste caratteristiche.

I populisti non sono coerenti. Il populista sa che la massa non ha memoria, quindi non l’ha neanche lui; può essersi dichiarato antieuropeista e poi chiedere l’affiliazione a un gruppo parlamentare europeista, oppure essere da sempre sostenitore di una sostanziale “autarchia” del suo paese ma venire stipendiato da un ente internazionale; un leader populista può venire dall’ambiente finanziario più liberista per poi chiedere misure economiche protezionistiche. Nessuno gli chiederà conto di questa incoerenza, perché per imputarla servirebbe riconoscersi in una coerente storia politica; ma questo è impossibile per una massa. La massa dei cittadini viene da storie e realtà molto diverse e quindi non pretende né s’interessa a un comune retroterra, ma chiede solo risultati immediati e di facile attuazione. Chi glieli offre non ha importanza,  purché s’incarichi di veicolare questa volontà generale nel più breve tempo possibile.

I populisti non tengono conto delle regole. Il populista non si adatta a nessuna costrizione legale né sociale, perché è necessario che appaia sempre come il depositario di una verità (popolare) che si oppone allo stato delle cose decadente e corrotto. Per far questo, non è possibile che il suo messaggio sia contenuto in qualche forma limitante.  Il populista è sempre contro il politically correct anche quando si tratta di rispettare dei diritti, perché il rispetto dei diritti di una minoranza lo chiama ipocrisia (mentre in realtà è la sua); quindi il populista indica le leggi che vanno contro l’esercizio della sua volontà, specchio di quella popolare, come inique imposizioni, e descrive i poteri regolativi della vita dello Stato come dispotiche entità senza alcuno scopo realmente utile. Il populista chiede di forzare le leggi, di saltare i regolamenti, di eliminare i controlli, di liberare i linguaggi perché impedirebbero alla volontà popolare di esprimersi; e chiama l’indistinto consenso che così raccoglie intorno alle sue intenzioni e azioni democrazia. I populisti sono invece il principale nemico della democrazia, perché spingono la massa a confondere, per il proprio tornaconto, le ragioni di una maggioranza ottenuta attraverso le indispensabili regole della vita politica con il potere di una massa che può infrangere quelle regole. L’illusione più pericolosa che alimentano i populismi è che si possa fare a meno delle regole democratiche, e che anzi esse sono spesso ostacoli alla realizzazione di un benessere diffuso e di una società più giusta; oppure che sono strumenti usati da uno o più gruppi di potere per impedire al popolo di realizzarsi al meglio delle proprie possibilità.  

I populisti non chiedono una scelta ma una fede. Che reclamino il consenso attraverso adunate di piazza, la televisione o il web, i populisti non si azzardano a chiedere a una massa di riflettere criticamente su un programma, o di maturare una decisione politica nel rispetto di tutte le esigenze di chi partecipa. Il populista semplifica al massimo il suo messaggio politico ancorandolo a pochi valori fondamentali, usati simbolicamente, in modo da convincere non attraverso l’analisi dei problemi o la critica delle situazioni ma attraverso la pervicace ripetizione ossessiva. La massa non ha tempo né mezzi per scegliere criticamente, quindi si affida a una speranza. Questa può essere più facilmente raccolta da un populista che offra non una concreta possibilità ma una assoluta fede. Il populista compiace la massa descrivendola come quella destinata a essere ripagata di tutto, descrive il suo ambiente o gruppo come l’unico luogo nel quale non c’è nessuna delle caratteristiche tipiche del partito gerarchizzato o burocratizzato, ma ci sono solo situazioni ideali e tradizionali, proprio al fine di ottenere non la convinzione degli elettori, ma la loro fiducia.

I populisti non si assumono responsabilità. È impossibile incolpare una massa di qualcosa, così com’è impossibile attribuirle responsabilità. Il populista lo sa bene e riflette specularmente questa possibilità politica sulla massa stessa per convincerla che le responsabilità di ciò di cui soffre è sempre altrui. I migranti, l’Europa, la finanza, il governo, i “poteri forti”, le multinazionali, i giornalisti, la “lobby gay”, il “gender” – di volta in volta il populista identifica una classe, un gruppo o una entità sovrapersonale come “il nemico” del popolo e lo addita come il responsabile unico di ciò che non sa risolvere. Di bersaglio in bersaglio, il populista sposta sempre altrove il suo indice puntato e in questo modo distoglie l’attenzione della massa dal fatto che indicare un responsabile non è la soluzione ad alcun problema politico, sociale o economico. Il populista non chiede ad altri attori politici di misurarsi, ma ne chiede le dimissioni; il populista non si dimette, ma indica alla massa chi andrebbe cacciato. Eliminato il senso del ridicolo (perché potrebbe sempre ritorcersi contro di lui) il populista imputa sempre a forze esterne imprevedibili e implacabili qualsiasi sconfitta, insuccesso o ritardo. Sempre per evitare qualsiasi assunzione di responsabilità, il populista risponde sempre delle proprie eventuali pecche indicando quelle dell’avversario politico, oppure quelle passate, oppure quelle accadute altrove (come nel proverbiale “e allora le foibe?”).

I populisti parlano sempre vagamente. Come conseguenza della necessità di non assumersi alcuna responsabilità e di raccogliere adesioni a una fede invece di convinzioni per un programma politico, i leader populisti adoperano volutamente un linguaggio sempre generico, vago, nebuloso e mai tecnico, preciso, dettagliato. Il populista rifugge dal parere documentato dell’esperto in nome della libertà d’opinione, che è più malleabile. Sempre per questo motivo il populista evita il confronto con la cultura, la specializzazione, la competenza; l’argomentazione dettagliata e analitica lo inchioderebbe a un “qui e ora” dove non c’è posto per la massa alla quale fa riferimento. Per lo stesso motivo il populista prende una posizione politica solo dove sa che la massa già si è espressa; le sue attese, il suo non esprimersi che spesso spaccia per rispetto o necessaria riflessione è un semplice modo per realizzare un sondaggio, per poi lanciarsi su un terreno già sicuro dell’opinione favorevole dei sui adepti. Per farlo adopera quindi un linguaggio che ripropone alla massa ciò che già essa ha detto.

I populisti si distinguono sempre dagli “altri”. Se è all’opposizione di un governo riformista, il populista si dice l’unico vero nostalgico conservatore; se è all’opposizione di un governo conservatore, il populista si dice l’unico vero rivoluzionario; se è al governo da conservatore, il populista si dice l’unico vero ottimista che ha chiara la situazione, e chiama gli oppositori “nemici del popolo”; se è al governo da riformista, il populista si dice l’unico vero realizzatore di progresso e chiama gli oppositori “nostalgici conservatori”.  La necessità del populista è sempre quella di additare alla massa un facile obiettivo per imputare ad altri l’impossibilità della sua azione politica (cioè di quella della massa) sia che governi che no. L’opposizione è sempre abbastanza forte da impedire la sua azione di governo, e quindi il populista richiede misure drastiche in nome della volontà popolare che deve governare l’opposizione; oppure il governo è sempre tanto oppressivo da impedirgli di esprimersi (da impedire alla massa di esprimersi), quindi il populista chiede alla massa azioni spettacolari in nome della volontà popolare che si oppone al governo oppressivo.

Grazie a questo modo di intendere la vita politica e l’amministrazione della cosa pubblica i populismi hanno sempre ragione: perché i suoi leader evitano accuratamente di impegnarsi in lotte, rivendicazioni o programmi che potrebbero richiedergli di riconoscere l’errore, la svista, la miopia politica. Disponendo continuamente di argomenti vaghi, di altri obiettivi da indicare e di colpe – vere o meno – da imputare, il populismo si sottrae fin dal principio a una reale disputa politica, e quindi esce sempre vincitore. Il leader populista si propone come colui che o non ha colpa, o è stato ingannato, o aveva già ragione – compiacendo comunque la massa che si riflette in lui.

Com’è evidente, che si collochi a destra o a sinistra il populismo non tiene in alcun conto della sua eventuale provenienza storica o culturale; l’appartenenza a una parte politica, a una classe sociale o a un gruppo particolare del leader populista ne determina certamente il lessico e l’estetica delle sue manifestazioni pubbliche, ma non l’essenza demagogica e antidemocratica della sua politica. Anche a questa ostinazione nel rimanere impermeabile a qualsiasi cambiamento culturale e sociale il populismo deve il suo continuo e periodico successo. È superfluo sottolineare che l’unico antidoto efficace per il diffondersi dei populismi sarebbe una massa resa capace di distinguerli; ma questo non è ancora nel programma di nessuna forza politica.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

3 Commenti

  1. Giancarlo Abbate

    Ottimo articolo, chiaro e condivisibile in gran parte ma … l’ultima frase è di un pessimismo così assoluto che non posso condividere. Inoltre forse si può aggiungere qualche commento su cosa succede se (o forse è più giusto dire “quando”) il populista prende sia il governo, sia il consenso popolare, sia tutte quelle misure “extra” contro chi dall’opposizione gli impedisce di governare. Magari con l’aiutino di un tentato golpe trionfalmente stroncato.

  2. L’extrapopulismo è governare un paese eletto da politici non eletti e presentare falsi in bilancio rendicontati dalla UE.

  3. @Giancarlo – volevo essere più ironico che pessimista, anche se va detto che quello dell’educazione alla politica è per me un problema molto serio. A trascurarlo ne va della politica tutta, che in pochi anni è diventata infatti sinonimo delle più turpi abitudini pubbliche e private, senza alcuna resistenza. Ormai “politico” è quasi un insulto, nel senso comune, mentre ciò che dovrebbe difendere la maggior parte delle persone dal farsi prendere in giro su questioni politiche è appunto un solido senso comune sulle istituzioni pubbliche e la politica di base che le sostiene.

    @Giovanni – scusami ma non ho capito: cosa sono “l’extrapopulismo” e “un paese eletto da politici non eletti”? Non sono ironico eh, non ho proprio capito.

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