L’alternanza scuola-lavoro. Qualche riflessione

di Francesco Rocchi.

inaugurazione mostra by Ente Parchi Lago Maggiore

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Quest’anno anche io sono stato impegnato nell’alternanza scuola lavoro, e per me, insegnante di lettere in un liceo scientifico-delle scienze umane, è stato un debutto completo, avvenuto peraltro in condizioni del tutto eccezionali per la mia scuola. Ho avuto quindi modo di formarmi una mia prima opinione, e di riflettere un po’ più approfonditamente sulle questioni e sui problemi in risposta ai quali l’alternanza scuola-lavoro è stata concepita.

Per chi ancora non ne ha mai sentito parlare, nonostante dibattiti e polemiche, ricordo che l’alternanza scuola-lavoro altro non è che l’insieme dei tirocinii che le tutte le scuole superiori devono obbligatoriamente organizzare per le classi del triennio, per un totale nei tre anni di 200 ore per i licei e di 400 per tecnici e professionali. Uno studente può svolgere il proprio tirocinio in qualsiasi luogo di lavoro: fabbrica, studio o ufficio, pubblico o privato, a patto che abbia modo di inserirsi in una realtà lavorativa concreta. Su questo lo studente viene valutato, e il voto che riceva fa media con le altre materie al momento dello scrutinio. Il senso di questa iniziativa è chiaro: avvicinare istruzione e lavoro, in modo che gli studenti possano agevolmente inserirsi nel mercato del lavoro dopo il diploma, cosa che oggi sembra avvenire invece con grandi difficoltà, bassi tassi di occupazione giovanile e, in generale, un certo scontento tra i datori di lavoro, che non riescono a trovare personale prontamente inseribile nel processo produttivo.

E’ un approccio che funziona? Dal momento che l’alternanza obbligatoria ha riguardato soltanto le terze e le quarte, ancora non ci sono diplomati che siano passati attraverso l’intera trafila formativa. Sarà necessario attendere anni di paziente raccolta dei dati, a cominciare dall’anno prossimo, per valutare concretamente l’impatto dell’alternanza scuola-lavoro.

In attesa di questi dati, io vorrei esercitarmi in una riflessione che si potrebbe definire “preliminare”. Quale sia il senso di questa iniziativa s’è detto, ma vorrei suggerire l’idea che forse quel che serve ai nostri studenti non è solo l’esperienza concreta del lavoro (che pure non fa di certo male), quanto la possibilità di farsi un quadro chiaro e realistico del mondo del lavoro, in virtù del quale poter fare delle scelte oculate.

Detto in altre parole, non solo è necessario dare ai nostri studenti un assaggio di vero lavoro, ma anche fargli vedere quali e quante sono le professioni esistenti nel vasto mondo là fuori, in ambiti di cui spesso gli studenti ignorano l’esistenza stessa.

Le due cose, l’assaggio e la scoperta, sono evidentemente diverse. Sono entrambe utili, ma io credo che la seconda sia più importante, e non sono sicuro che siano i tirocinii dell’alternanza il modo migliore per ottenerla. Il limite, in relazione  all'”assaggio”, è nel fatto che i posti di lavoro differiscono molto tra di loro, e non è detto che le ore di tirocinio fatto a scuola possano tornare utili sul posto di lavoro che poi si andrà effettivamente ad occupare.

Per quanto nulla impedisca ad uno studente di svolgere i tirocinii in luoghi ed ambiti differenti nel corso del triennio, è evidente infatti che l’esperienza che si riesce a cavarne non può essere troppo ampia e varia: le scuole italiane non hanno né il tempo né le risorse per organizzare un carosello troppo variegato di esperienze lavorative, stanti il monte-ore prefissato, le difficoltà di trovare aziende e luoghi di lavoro, e le limitazioni imposte dalla legge a queste forme di apprendistato gratuito. Inoltre, negli istituti tecnici e professionali gli ambiti in cui lavorare non sono “aperti” ma coerenti con la formazione professionale data dall’indirizzo della scuola.

Da questo punto di vista, quindi, l’alternanza scuola-lavoro può far scoprire ad un ragazzo solo alcuni “fondamentali” del mondo del lavoro, quali l’etica lavorativa, l’importanza della cooperazione, dell’attenzione ai risultati e tante altre belle cose assai importanti, ma generiche rispetto alla necessità di formare lavoratori con abilità e competenze specifiche, la cui mancanza nei giovani è esattamente ciò di cui in genere si lamentano le associazioni di categoria.

A questo tipo di lamentele si possono fare due obiezioni. La prima, banale ma di sostanza, è che i datori di lavoro e le associazioni di produttori potrebbero intervenire in prima persona nella formazione delle nuove leve. Non parlo semplicemente del fatto che le aziende italiane dovrebber fare molta più formazione in servizio ai loro dipendenti, ma del fatto che se si vuole una forza lavoro qualificata, potrebbe essere una buona idea quella di sostenere scuole professionali create dalle stesse associazioni di categoria, sulla base delle esigenze da loro stesse indicate, con programmi e materie modellati ad hoc.

Scuole del genere potrebbero organizzare tirocinii ottimi ed abbondanti, mirati e fruttiferi anche per un rapido passaggio dalla scuola all’azienda, superando di slancio tutti i limiti dell’attuale sistema. Non è neanche detto che tutto il peso economico di organizzare una simile struttura debba scariscarsi tutto sulle associazioni di categoria, dal momento che lo Stato avrebbe tutto l’interesse a partecipare e co-finanziare progetti del genere. Ci sarebbero ovviamente delle difficoltà burocratiche da affrontare (classi di concorso dei docenti, gestione del personale, ecc. ecc.), ma nulla di insormontabile. Sarebbe qualcosa di ben diverso di quei corsi professionalizzanti che ad oggi sembrano fornire più lavoro a chi li eroga che non a chi li segue, in particolare al Sud.

La seconda obiezione è una ripetizione di quanto si è già detto:  difficilmente una scuola, per quanto ben intenzionata, può offrire da sola un quadro sufficientemente ampio di competenze specialistiche, in particolare nei licei, che con la loro vocazione universitaria lavorano molto su campi del sapere ampi e generali, sia pure declinati e specificati in numerosi percorsi diversi (scientifico, pedagogico, tecnologico, classico, linguistico, ecc.).

Si potrebbe obiettare che il compito di far scoprire il mondo agli studenti non è quello proprio dell’alternanza scuola-lavoro, ma dell’orientamento. E’ un’obiezione sensata, ma le si può rispondere che se alternanza e orientamento, alla fine, allo stesso scopo di aiutare gli studenti a trovare una carriera soddisfacente, tenerli troppo separati ed incomunicanti non ha senso. Senza contare che anche l’orientamento meriterebbe una revisitazione. Se lo scopo ultimo che si vuole perseguire è formare lavoratori dotati delle competenze necessarie, il primo passo, ineludibile, è che i giovani possano fare scelte convinte. Ci si aggiorna, si lotta e ci si dà da fare se si fa, in primo luogo, qualcosa in cui si crede, non qualcosa cui ci si è adattati per mancanza di alternative.

Molti studenti non hanno proprio idea che il mestiere che potrebbe fare per loro esiste già, e cosa bisogna fare per diventare capaci di svolgerlo. La struttura del mercato del lavoro in Italia è piuttosto rigida, e i vincoli familiare ed amicali tendono ad ingessare le scelte di vita: il figlio del proprietario di un qualsiasi esercizio tenderà a lavorarci finché non potrà sostituire il padre, le aziende rimangono spesso familiari (a detrimento della crescita o, spesso, dell’esistenza stessa dell’azienda), e il mondo del lavoro che un giovane italiano vede è sostanzialmente quello che ha intorno, ovvero quello di amici e parenti. In tal modo la scelta del lavoro perde sostanzialmente di significato, visto che non è una scelta, ma un più o meno consapevole scivolamento verso il proprio destino.

Tutto quello che rimane al di fuori dell’orizzonte visibile ad un ragazzo in una simile situazione perde di concretezza, e richiede un grosso sforzo, sia di volontà che economico, per trovare una strada differente. Conseguenza di questa situazione non è soltanto la scarsa produttività del lavoro in Italia (che ha comunque molte altre e serie cause), ma anche una scoraggiante rigidità sociale.

L’alternanza e l’orientamento, quindi, dovrebbero cooperare per far sì che il mondo del lavoro diventi più trasparente, più visibile e soprattutto più visto, e che il match tra studenti e lavoratori possa essere migliore. Insomma, gli studenti devono poter esplorare.

Trovato un ambito che gli si confà e cui tiene, uno studente diventa sicuramente più proattivo, e il compito della scuola si trasforma in una forma di accompagnamento nella scoperta, impresa questa in cui gli elementi positivi sarebbero moltissimi. Il primo vantaggio sarebbe proprio questo differente e più consapevole atteggiamento che lo studente terrebbe, un secondo sarebbe che la scuola si trasformerebbe immediatamente in un collettore di esperienze diverse e variegate, la cui condivisione sarebbe un altissimo momento di didattica trasversale, sia per quegli studenti che vengono a conoscenza delle esperienze altrui, sia per chi deve riassumere, presentare e discutere l’esperienza che ha fatto.

Tutto questo sarebbe un momento di scoperta e riflessione critica non solo per gli tudenti ma anche per i docenti, che supervisionando le attività dei loro studenti possono finalmente uscire, in particolare ai licei, dalla propria autoreferenzialità. Si aprirebbero forme inedite di collaborazione tra scuole, per la condivisione e la disseminazione dei materiali, con appena un po’ di buona volontà. Per far in modo che tutto ciò accada, però, gli studenti devono poter mettere naso in quanti più posti di lavoro possibile. Se si mantenessero la struttura e il monte-ora attuali dell’alternanza, si ricadrebbe nelle difficoltà che le scuole già hanno. Se fosse piuttosto possibile fare affiancamento, la cosa diventerebbe immediatamente più semplice.

Ancora più semplice se le aziende potessero organizzare dei veri e propri audit pensati specificamente per le scuole, aperti a studenti e docenti, per i quali sarebbe una forma di aggiornaento. Insomma, se all’idea del “far fare qualcosa agli studenti” si sostituisse quella del “mandarli in esplorazione”, si potrebbero attivare una serie di risorse e di energie che ora sono solo latenti, e alle quali l’alternanza scuola-lavoro non riesce ad attingere.

Certo, la mia qui è soltanto una suggestione, laddove sicuramente ci sono già docenti molto più esperti di me e moltissime iniziative che vanno nella giusta direzione, ma spero che il mio possa essere almeno uno spunto di riflessione.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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1 Commento

  1. Anna Gloria Giani

    A chi, consapevolmente, anche se prematuramente, ha scelto un tecnico o un professionale, l’alternanza mi pare opportuna oltre che obbligata.
    In qualche caso anche sostitutiva delle ore di laboratorio: esperienze sul campo!
    Per i licei, fin quando esisteranno così strutturati, la cosa è diversa, quante più occasioni di conoscere, “di mettere il naso” come dici tu, è possibile offire ad uno studente, meglio è.
    Quanto poi all’orientamento, qui siamo sul difficile.
    L’orientamento che, converrai, non è quello fin qui imposto dalla valutazione del “rendimento” scolastico e neppure quello proposto dagli open day (mere operazioni di marketing scolastico) ma la costruzione, delle cosiddette “competenze leggere” e trasversali che la scuola deve promuovere anche attraverso percorsi di autoconsapevolezza, di conoscenza e scoperta di sé, delle proprie vocazioni, fin dalla scuola primaria e su su.
    Il tutto senza costringere in categorie, stereotipi o schemi rigidi, opponendosi da un lato ai condizionamenti familiari e sociali ai quali fai riferimento nel tuo scritto, dall’altro a inutili velleitarismi, cercando la connessione con la realtà.
    Realtà immediata o viciniore (fatta di aziende, di istituzioni, di sviluppo previsto o prevedibile) ma anche lontana nel tempo e nello spazio in cui i nostri ragazzi potranno essere attori consapevoli o, al contrario, soggetti inerti, vocati, nel migliore dei casi, alla disaffezione e al disagio personale.
    Dunque, concludendo, orientamento come parte fondante del processo formativo, esperienze e soft skills.

  2. Anna Gloria Giani

    A chi, consapevolmente, anche se prematuramente, ha scelto un tecnico o un professionale, l’alternanza mi pare opportuna oltre che obbligata.
    In qualche caso anche sostitutiva delle ore di laboratorio: esperienze sul campo!
    Per i licei, fin quando esisteranno così strutturati, la cosa è diversa, quante più occasioni di conoscere, “di mettere il naso” come dici tu, è possibile offire ad uno studente, meglio è.
    Quanto poi all’orientamento, qui siamo sul difficile.
    L’orientamento che, converrai, non è quello fin qui imposto dalla valutazione del “rendimento” scolastico e neppure quello proposto dagli open day (mere operazioni di marketing scolastico) ma la costruzione, delle cosiddette “competenze leggere” e trasversali che la scuola deve promuovere anche attraverso percorsi di autoconsapevolezza, di conoscenza e scoperta di sé, delle proprie vocazioni, fin dalla scuola primaria e su su.
    Il tutto senza costringere in categorie, stereotipi o schemi rigidi, opponendosi da un lato ai condizionamenti familiari e sociali ai quali fai riferimento nel tuo scritto, dall’altro a inutili velleitarismi, cercando la connessione con la realtà.
    Realtà immediata o viciniore (fatta di aziende, di istituzioni, di sviluppo previsto o prevedibile) ma anche lontana nel tempo e nello spazio in cui i nostri ragazzi potranno essere attori consapevoli o, al contrario, soggetti inerti, vocati, nel migliore dei casi, alla disaffezione e al disagio personale.
    Dunque, concludendo, orientamento come parte fondante del processo formativo, esperienze e soft skills.

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