Alessandro Venieri. Menzione Speciale Relazioni Internazionali, Premio Jo Cox

di Alessandro Venieri.

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iMille pubblicheranno fino al 19 gennaio le biografie e riassunti di tesi della vincitrice e delle quattro menzioni speciali del Premio di Laurea Helen Joanne “Jo” Cox per Studi sull’Europa. Oggi e’ la volta di Alessandro Venieri, Menzione Speciale per Relazioni Internazionali. La tesi di Alessandro studia il meccanismo degli opt-outs nella storia dell’integrazione europea, intesi come clausole di esclusione di Stati dell’Unione dall’applicazione di politiche comuni o disposizioni dei trattati. Nella sua approfondita disamina della storia degli opt-outs, Alessandro ne evidenzia il carattere ambivalente, tra strumento di attuazione di una Europa a geometrie variabili e, in altri casi, semplice moneta di scambio dei governi con minoranze interne euroscettiche o antieuropeiste.

Biografia

Laureatosi all’Università di Bologna in Storia con una tesi sulla religiosità di Costantino il Grande nel 2014, ottiene la Laurea Magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna (110 e lode), con una tesi in Storia dell’Integrazione Europea. Contestualmente ottiene il Master in Public Policy and Political Analysis presso l’Higher School of Economics di Mosca.

Attualmente iscritto al Master in International Political Economy presso la London School of Economics, ha lavorato anche come tirocinante presso l’Ambasciata d’Italia a Stoccolma, come tirocinante di ricerca presso il Carnegie Moscow Centre e quale formatore europeo allo Europe Direct di Forlì.

Tesi: Gli opt-outs nella storia dell’integrazione europea tra differenziazione ed euro-scetticismo

L’Unione europea si è affacciata in questo nuovo millennio trovandosi di fronte un mondo in rapido cambiamento, dove le sfide si moltiplicano e l’entropia sembra aumentare esponenzialmente a livello domestico e internazionale.

L’Unione stessa, in realtà, ci appare come una realtà di molto mutata rispetto alle intenzioni dei propri fondatori. Il mutamento fondamentale che è intervenuto è stato la conversione dell’Unione da un tipo di comunità lineare e omogenea a una a geometrie variabili, contraddistinta da una struttura a più livelli.
Ciò è evidente in particolar modo se si prende in analisi l’adozione della moneta unica da parte di alcuni stati membri, quelli della cosiddetta “eurozona”, mentre altri hanno scelto di non aderire all’iniziativa, a titolo temporaneo o permanente. Tra i vari strumenti che sono stati nel tempo adottati per approfondire la differenziazione della Comunità, prima, dell’Unione, poi, spicca il meccanismo di opting-out (o semplicemente opt-out) sia per i propri effetti a lungo termine che per la propria rilevanza in merito a temi delicati e altamente simbolici quali l’integrazione economica e monetaria.

La definizione di opt-out proposta nell’elaborato è la seguente: “uno specifico strumento formalizzato di integrazione differenziata, il quale mira a escludere in maniera permanente e attuale uno Stato membro dell’Unione stessa che ne abbia fatto richiesta da politiche comuni o disposizioni di ampia portata codificate nei Trattati dell’Unione.” Lo studio storico degli opt-outs, che hanno visto la luce proprio nel momento di massimo approfondimento dell’Unione nei primi anni ’90 col Trattato di Maastricht, rappresenta un modo ideale per andare a percorrere in maniera retrospettiva la maggior parte del processo di integrazione, gettando una nuova luce sulla natura stessa della comunità di stati indipendenti più importante al mondo.

Cominciando dagli anni ’60, quando vi furono i primi tentativi di teorizzare una integrazione “differenziata”, attraversando la decade dei ’70, anni segnati da crisi e ripensamenti, fino ad approdare agli ’80 e ’90, dove grandi ombre videro il sopraggiungere di nuove albe per la causa europeista. La contemporaneità vede infine gli opt-outs intrecciati a quella che consideriamo cronaca quotidiana, mentre persino il dibattito che ha preceduto la Brexit ha visto confrontarsi due fazioni, una delle quali, per bocca del gabinetto conservatore, ha utilizzato anche l’ipotesi di un nuovo, emblematico opt-out. Lo studio dei meccanismi di opting-out tramite metodo storico, con l’utilizzo soprattutto di metodi qualitativi corroborati da un corredo di dati statistici, ha rivelato l’esistenza di una copiosa genia di differenziazioni, rapidamente proliferata dopo il Trattato di Maastricht.

L’analisi dei vari casi, esaminati in ordine cronologico e ai quali viene anche aggiunto un paragrafo riguardante la situazione peculiare della Svezia nei confronti della moneta unica europea, mentre da un lato ci aiuta a comprendere la natura viva e poliedrica della costruzione europea, che come un organismo si adatta ed evolve a seconda degli stimoli percepiti, dall’altro ci permette di comprendere il ruolo che l’euroscetticismo (o antieuropeismo) ha giocato nell’elaborazione degli opt-outs.

C’è una tentazione pericolosa che affascina spesso i governanti degli Stati membri: l’accumulo di consenso interno tramite l’indebita attribuzione di colpe e responsabilità ad istituzioni europee, le quali spesso non hanno altra responsabilità se non quella di dare seguito alle decisioni già prese da capi di stato e di governo dell’Unione.

La storia degli opt-outs è questa, in fondo: una grande attività manifatturiera simbolica messa in atto da governi di Stati membri, con l’unico scopo di costruire alleanze effimere con minoranze euroscettiche o antieuropeiste. Le alleanze effimere si sono sciolte, lasciando dietro di loro una tragica attualità, dove disaffezione e astio crescono sempre più forti in un contesto difficile e critico.

Con l’esercizio della critica e della puntualità, e lontani dai sentimenti e dalla speranza, si potrà costruire un nuovo orizzonte per il progetto europeo.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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