A Ras-Le Bol-Ville per scappare dai barbari. Riflessioni sulla trasformazione della democrazia

di Corrado Truffi.

Paulette

Vorrei provare a spiegare perché la vicenda dell’ascesa e possibile e ormai ampiamente prevista – ma niente affatto certa – caduta di Renzi racconta moltissimo dell’evoluzione della democrazia in Europa e, soprattutto, ci dice qualcosa su quali siano le strade possibili per trovare il modo di conservare quel bene prezioso che è la società aperta, democratica e pacifica che siamo riusciti a costruire, pur fra mille difficoltà e contraddizioni, in questi settanta anni di pace europea.

Per svolgere il mio ragionamento, è necessario tratteggiare – con qualche inevitabile approssimazione di cui mi scuso – il contesto nel quale la vicenda dell’ultimo presidente del consiglio italiano si inserisce. Un contesto caratterizzato sostanzialmente da una trasformazione epocale di tutte le democrazie mature che progressivamente sono diventate, da democrazie “dei partiti” a democrazie “dei leader”. Sicuramente con caratteristiche nazionali molto diverse, con specificità legate alle strutture e culture di lungo periodo di ciascuna nazione, ma con un movimento sostanzialmente uniforme e ben visibile: il ruolo di mediazione dei partiti di massa – e in generale delle altre agenzie che hanno consentito l’inclusione delle masse e la gestione del consenso e del sentimento nazionale (sindacati, chiesa, corpi intermedi) – si riduce progressivamente, mentre il centro dell’attenzione viene preso dai media che – caratteristica della media logic moderna – costruiscono soprattutto personaggi, facilmente identificabili, aiutando a rendere possibile la progressiva personalizzazione della politica. Accanto ai media, il potere giudiziario, man mano che i partiti perdono peso e, perdendo peso, spesso si trasformano in comitati d’affari e di corruzione, assume il ruolo di censore e di vendicatore della gente comune contro la casta, con particolare evidenza in Italia ma, in misura diversa, anche in altri paesi e in particolare nelle democrazie più giovani.
In questo processo, è importante notare due cose.

La prima è che dei quattro poteri che dovrebbero bilanciarsi in una democrazia matura – la triade legislativo, esecutivo e giudiziario, e i media – solo due hanno nelle nostre democrazie liberali una forma democratica: legislativo ed esecutivo. E quindi, a dispetto delle apparenze, affidare la tenuta della democrazia agli insindacabili giudizi di strutture gerarchiche come media e magistratura, che dovrebbero controllare e non decidere, può essere molto rischioso.

La seconda è che i media sono stati travolti da una trasformazione che ancora non comprendiamo del tutto, quella di Internet: che vuol dire certamente una grandissima potenzialità di apertura del dibattito, di partecipazione, di autoproduzione di contenuti e di diffusione di notizie. Ma, purtroppo, vuol dire soprattutto, per come si è venuta configurando in concreto, un luogo di semplificazione, diffusione di notizie false cui troppi credono (la lotta contro le bufale su Internet è ad oggi una lotta impari, tanto che anche buona parte dei media “seri” finisce spesso per diffondere notizie che non lo erano, alla caccia di facili click), e soprattutto costruzione di mondi virtuali non comunicanti tra loro, di tribù che non si ascoltano mai, in una logica binaria di amico/nemico che non consente quasi mai il confronto dialettico e l’ascolto, ma solo l’invettiva e – di nuovo – l’uso dell’arma impropria delle notizie false rese virali per fare battaglia politica (il virale è reale, come ci ha insegnato Casaleggio).
Peraltro, questa nuova configurazione dei media, con le sue conseguenze, non riguarda affatto solo Internet, e quindi non coinvolge solo chi è connesso e digitale. Riguarda anzi molto e direttamente anche chi non sa maneggiare e non maneggia la rete (a parte che molti analfabeti digitali navigano quotidianamente in rete, ma questo è un altro discorso), come si è ben visto con l’influenza esercitata dai giornali popolari inglesi in Brexit. In fondo, è sempre stato così: il media predominante detta l’agenda, che si diffonde progressivamente anche a chi non lo utilizza direttamente. Pochi avevano la radio ai tempi del fascismo, eppure i messaggi radiofonici del duce prima o poi arrivavano a tutti, in un modo o nell’altro.

L’ambiente informativo stravolto da Internet e l’overload informativo generano ansia e insicurezza in sé, a prescindere dalla situazione reale. E questo ha generato, almeno a partire dalla violenta crisi economica del 2008, ma probabilmente anche da prima, quello che chiamerei strabismo della globalizzazione: anche scontando i nefasti effetti della crisi globale, uno sguardo lungo e razionale dovrebbe farci capire che il mondo migliora, perché migliora la distribuzione del reddito globale, con i milioni se non miliardi di poveri in Asia, in Latino America e ora perfino, in piccola parte, in Africa, che escono dalla povertà e accedono a un relativo benessere. Però, la percezione immediata, qui nel mondo occidentale è che:

  • tu peggiori rispetto ai tuoi vicini, perché la diseguaglianza dentro le singole economie aumenta, anche in modo violento, mentre la diseguaglianza fra paesi si riduce;
  • ti senti accerchiato e impaurito, perché hai la coscienza che altri – quelli nuovi, giovani, che vengono da fuori pieni di energia, quei barbari che ti fanno anche un po’ paura – ti stanno raggiungendo, sia venendo a vivere da te, sia perché, appunto, te ne accorgi che la diseguaglianza nel tuo paese cresce, ma gli altri paesi, quelli dei neri e dei gialli, si avvicinano sempre più pericolosamente al tuo;
  • poiché il mondo migliora, e ti offre molto di più in termini di possibilità, di consumi, di oggetti del desiderio, di modi di vita che ti sembrano ovvi e dovuti e irrinunciabili – le vacanze in paesi lontani, la palestra, i gadget elettronici, la pay tv… – la crisi e la necessità di rinunciare a qualcosa, pur disponendo in realtà di un benessere di molte volte superiore a quello dei tuoi genitori nei primi anni sessanta, ti fa sentire perennemente insoddisfatto. Sei nella condizione ideale per sognare di vivere in una Ras-Le-Bol-Ville come quella immaginata dal grande Wolinski. Peccato che Ras-Le-Bol-Ville non esiste ed anche Wolinski ne descrive la fine con la giusta dose di sarcasmo ed ironia.

Queste trasformazioni, strutturali ma anche culturali, mediatiche e psicologiche, sono sostanzialmente sfuggite, o sono state sottovalutate dalla sinistra riformista tradizionale. Che è stata sempre più percepita come una sinistra integrata nel sistema. Nell’encomiabile tentativo di guidare la modernità, la sinistra se ne è fatta soccombere, presentandosi come pallido razionalizzatore dell’esistente, abolendo dai propri discorsi, se non in casi rarissimi ed esemplari come quello di Obama (che infatti ha vinto due volte) l’idea di un orizzonte da raggiungere. Se vuoi farti seguire e se vuoi interpretare un ruolo di trasformazione del mondo, devi immaginare obiettivi, non puoi solo raccontare di competizione e merito. Devi proteggere e assieme proporre sfide, devi avere un’utopia, e non c’è l’hai più.

E oggi la sfida sembra sempre più difficile, se non hai una visione davvero forte e se non riesci a proporre soluzioni che non siano le solite minestre riscaldate (e per questo, infatti, tutte le sinistre radicali tradizionali sono e restano abbastanza irrilevanti, anche se continuano a immaginare, sempre smentite dai fatti, immense “praterie a sinistra”).
Perché non basta parlare genericamente di populismo e stigmatizzarlo (cos’è poi, il populismo, è argomento di per sé molto scivoloso), ma sarebbe meglio parlare e tentare di capire qualcosa delle numerose e spesso poco decifrabili fratture che caratterizzano il nostro tempo:

  • Musulmani vs cristiani
  • Religione vs modernità laica e diritti individuali
  • Elite vs popolo
  • Competenza vs retorica del cittadino comune
  • Democrazia rappresentativa vs democrazia diretta
  • Destra/sinistra vs “la destra e la sinistra non hanno più senso”
  • Europa vs nazioni
  • Industria vs climate change, ossia crescita a tutti i costi vs decrescita immaginaria
  • Disoccupati tecnologici vs nuovi lavori del futuro
  • Il diritto di muoversi nel mondo vs le piccole patrie
  • Chilometro zero vs commercio internazionale

Messe in fila, e solo come titoli per ovvi motivi di spazio, queste fratture disegnano gran parte del dibattito pubblico di questi anni, e possono essere usate per capire perfettamente la caratteristica predominante del Movimento 5 stelle e i motivi del suo attuale (e perdurante) successo: il bricolage.
Infatti, quel movimento si presenta come tutto e il contrario di tutto, riuscendo a muoversi molto liberamente fra queste fratture, sposandosi da un lato o dall’altro secondo convenienza e secondo il target cui ci si rivolge di volta in volta, ma avendo sempre alcune costanti di fondo in stretta sintonia con lo spirito del mondo: la retorica dei cittadini comuni, quella della fine della distinzione fra destra e sinistra, quella del popolo che scalza le elite al potere, Ma è anche in grado di rassicurare con posizioni di buon senso ed eventualmente contraddittorie sulle altre fratture, e con un’attenzione sistematica e lodevole alle piccole cose e alla vita quotidiana della gente. Una specie di democrazia cristiana 2.0, versione apparentemente ragionevole del populismo.

Anche la storia politica di Renzi, fin dalla sua battaglia della rottamazione, fa consapevolmente i conti con molte di queste fratture. E si posiziona sistematicamente dal lato dell’innovazione per così dire “ottimista”, a prescindere dal fatto se questo approccio possa essere considerato classicamente di sinistra. Ben consapevole che il mondo stava cambiando sotto i nostri occhi, Renzi ha scommesso sostanzialmente sull’idea di costruire un populismo e leaderismo riformista e razionale, prendendo atto della trasformazione dei media e della crisi strutturale dei partiti. E ha usato i media – con una comunicazione semplice, efficace e dirompente, mille anni avanti al vecchiume novecentesco dei leader che ha scalzato – per guidare il proprio partito ad un nuovo millennio, in cui certamente non ci saranno più i partiti come li conoscevamo.
Questo, incidentalmente, spiega anche l’importanza assegnata da Renzi alle riforme istituzionali: senza disporre di una democrazia rappresentativa decidente e più semplice (monocameralismo, corsie preferenziali per le proposte di legge governative, ecc.), è impossibile mantenere un sia pur pallido barlume di una vera democrazia – e dare un senso all’esistenza di partiti politici. Se parlamento e governo sono imballati, altri decidono e media, magistratura e poteri sovranazionali non politici dettano l’agenda.

Siamo quindi arrivati al punto. Se Renzi ha compreso, e quindi ha sfruttato, alcuni elementi della modernità che la sinistra riformista tradizionale non ha saputo o ha finto di non vedere, e per questo in una certa fase ha vinto su tutti i fronti e dettato la linea del futuro, egli saprà conservare questo vantaggio competitivo? Non ci sono solo i poteri forti, o le mille rendite di posizione che si oppongono al riformismo attivistico di Renzi, ma c’è soprattutto l’esplodere di contraddizioni ben più forti e drastiche di quelle che Renzi immaginava ed era attrezzato di affrontare quando ha iniziato la sua cavalcata verso Palazzo Chigi: l’esplodere del senso di ingiustizia, l’insicurezza e il disordine mondiale e tutte le altre cose già dette mille volte e che ben conosciamo.

Per questo, e non solo per le contingenze politiche di questi giorni, ho qualche dubbio che il tentativo di Renzi possa funzionare e durare, se non seguendo una strada davvero stretta ed accidentata: troppo debole per questi tempi di ferro, troppo illuminista e senza abbastanza sogno. O, per meglio dire, troppo basato su sogni iscritti nell’idea normale dello stato attuale delle cose, un’Italia più ricca, più organizzata, più moderna, un po’ più giusta, più semplice. Con metà e forse più della popolazione che esprime solo rabbia, indignazione, stanchezza, sfiducia a priori, ed è bombardata solo da semplificatori segnali di pericolo e discorsi di odio, questo “sogno normale” non basta più.

Forse c’è una strada stretta, anzi strettissima. Non parlo di possibili mosse del cavallo politiche ancora disponibili, poiché su questo Renzi finora è stato decisamente abile e certamente non sono io quello in grado di dargli consigli. Ma credo che sarebbe necessario fare alcune cose concrete e contemporaneamente immaginare e raccontare un nuovo mondo più giusto, e non solo una pallida Italia più funzionante.
Le cose concrete, per titoli o poco più: la bellezza, la cura dei luoghi periferici, facendo ben di più e ben più in fretta di quanto si stia facendo con i recenti finanziamenti per le periferie. Qualche iniziativa molto più visibile e netta sulla corruzione della politica e della società, perché su questo è ben noto che il nervo è assai scoperto, perfino ben oltre a quanto davvero si meritino molti nostri politici.

Il nuovo mondo, sempre per titoli o poco più: non rinunciare di un passo ad un modello fondato su inclusione e diritti, ma avere anche il coraggio di dire che il nuovo mondo della competizione globale e della scomparsa dei lavori per obsolescenza tecnologica si gestisce solo inventando un nuovo welfare universale, non più legato/finanziato dal lavoro, ma anche e soprattutto dalla tassazione. E non negare le incognite del futuro. Non basta dire che l’Italia ha grandi potenzialità di sviluppo e di crescita come recita la narrazione renziana, perché non solo abbiamo strutturali problemi di bassa produttività niente affatto risolti ma, soprattutto, nulla garantisce che non si sia rotto, in tutto il mondo, il nesso fra produzione e lavoro. Inutile negare che gli ottimisti tecnologici, cui la storia ha sempre dato ragione nella loro predizione che la distruzione dei vecchi lavori sarebbe sempre stata compensata dai nuovi, potrebbero essere smentiti dalla nuova epoca della robotica. E in ogni caso, le turbolenze e i cambiamenti sempre più rapidi e globali che generano disoccupazione anche in presenza di crescita richiedono risposte non convenzionali.

Parlare un linguaggio di verità, dire che si farà di tutto per gestire questa trasformazione ma che non ci sono soluzioni semplici, forse sarebbe preferibile che vendere sogni di crescita forse troppo semplificatori e volontaristici, anche se opposti ai sogni regressivi e – certo – ben più semplificatori dei populismi oscillanti fra il “ci rubano il lavoro” (e quindi basta chiudere agli immigrati e tutto è risolto) e “è colpa delle multinazionali” (e quindi bastano un po’ di dazi e di produzione a chilometro zero e saremo tutti magicamente in decrescita felice).
Di nuovo, anche su questi temi la risposta di Renzi, ad un certo livello, coglie l’essenza del problema quando punta tutto o quasi, in campo economico, sull’inversione di rotta delle politiche europee, perché prende atto che il problema può essere risolto solo a livello sovranazionale. E tuttavia, anche in questo caso, sembra che manchi l’ultimo miglio, un disegno al tempo stesso più concreto e più ambizioso della semplice perorazione.

Concludo, molto provvisoriamente. Come ho tentato di mostrare, di fronte alle fratture sempre più nette del presente, la soluzione di populismo riformista e razionale di Renzi appare tuttora la risposta più convincente fra quelle immaginate da una balbettante sinistra europea ed occidentale. Il fatto che sia in questo momento in evidente, grande difficoltà, ci dice probabilmente due cose, entrambe vere: che quella soluzione è comunque insufficiente per mancanza, in alcuni casi, del sufficiente spessore. E che le fratture del nostro presente sono davvero preoccupanti.

Un regalo finale, questa rara canzone di Sergio Endrigo e Sergio Bardotti del 1982 che esprime, con la profetica capacità di anticipazione dei veri poeti, il sentimento di smarrimento odierno.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

5 Commenti

  1. Alberto

    Lo ricordo bene questo fumetto di fantascienza distopica (si direbbe oggi) ma con dosi massicce di ironia alla Wolinski. Interessante notare che il futuro da cui i ricchi si apprestavano a scappare comprando quote di Ras-le-Bol Ville” (che nel frattempo è stata costruita al largo di Dubai) era drammatico e minaccioso per la prossima e annunciata catastrofe ambientale. Più di quaranta anni dopo l’ambiente non sta benissimo ma la catastrofe non c’è stata e i rischi e le minacce, quelle che descrive efficacemente Corrado, son ben altre e all’epoca neanche immaginate. Una conferma di quanto è difficile fare previsioni, soprattutto se riguardano il futuro, come diceva quello.

  2. Raoul

    L’affermazione *autentica* di Casaleggio era che “tutto ciò che è vero divernta virale” (e le balle hanno bisogno dei troll per propagarsi).
    dispiace che anche Corrado sia vittima della disinformazione Renzana che mette in bocca a Casaleggio la sua frase al contrario.
    Peace, Love & Respect

  3. Raoul, posto che la fonte Travaglio sia affidabile – e su questo ho sempre qualche piccolo dubbio, tempo fa Francesco Costa si divertiva a fare periodicamente dei debunking delle bufale di Travaglio – ammetto volentieri il piccolo errore e mi scuso. Però anche nella versione “autentica” c’è qualcosa di almeno opinabile: “i nostri messaggi sono virali di per sé, dunque veri, e si diffondono da soli”, dice Casaleggio secondo Travaglio, mentre quelli degli altri sarebbero per definizione falsi. Un filino arrogante. Giusto qualche giorno fa la Ruocco ha sparato falsità sull’AMA, rapidamente e viralmente diffuse dagli “ascari” grillini, che poi è stata costretta a smentire….ed è solo uno dei mille esempi.
    E onestamente, quanto a bufale purtroppo virali in rete il M5S ha una certa esperienza, pensa alle stupidaggini sui vaccini…
    Anzi, dirò di più: nell’editing di questo articolo per la pubblicazione sono saltate le note a piè pagina e non ho fatto in tempo a rimediare. Approfitto per recuperarne una che era dopo la frase in cui dico che la popolazione “è bombardata solo da semplificatori segnali di pericolo”. Eccola:
    Non linkerò mai il sito TzeTze (partita IVA di Casaleggio e Associati), ma se volete farvi un’idea di quel che può fare la disinformazione in rete a caccia di click, potete andare sul profilo twitter dell’ottimo Emanuele Menietti @emenietti (alcuni esempi https://twitter.com/emenietti/status/751775163205742592 o https://twitter.com/emenietti/status/751775100853227521 o https://twitter.com/emenietti/status/751774959073132544 )

    Peace, Love & Respect

  4. flavio

    ma che si stava fumando mentre scriveva?
    io ci ho messo tre giorni per leggere, e NON capire, come si passa da:

    “affidare la tenuta della democrazia agli insindacabili giudizi di strutture gerarchiche come media e magistratura, che dovrebbero controllare e non decidere, può essere molto rischioso.”
    “l’overload informativo generano ansia e insicurezza in sé, a prescindere dalla situazione reale”
    “E questo ha generato […] quello che chiamerei strabismo della globalizzazione: anche scontando i nefasti effetti della crisi globale, uno sguardo lungo e razionale dovrebbe farci capire che il mondo migliora, perché migliora la distribuzione del reddito globale, con i milioni se non miliardi di poveri in Asia, in Latino America e ora perfino, in piccola parte, in Africa, che escono dalla povertà e accedono a un relativo benessere.”
    a
    “la sinistra […] pallido razionalizzatore dell’esistente”

    la sinistra sedicente (quindi non renzi&co) non razionalizza proprio un bel niente, ha avuto da bambina l’imprinting “mangia tutto che i bambini del biafra muoiono di fame” e continua, obesa, a mantenerlo

    non solo non riesce a porsi da sola la domanda “ma come fa il mio mal di pancia da indigestione ad aiutarli”, ma neppure si fa venire il dubbio quando quella domanda gliela fanno gli “altri”, anzi, li marca come eretici e rinnova ogni volta la Fede nel Verbo

    e continuando a dire che dobbiamo sistemare gli acquedotti che perdono più di metà dell’acqua per strada perchè nel sahel muoiono di sete non può che puntare ai lobotomizzati

    altrochè se ci sono immense praterie a sinistra, il problema è che sono convinti di doverle attraversare camminando sulle mani!

    non deve inventarsi nessuna mossa del cavallo, dovrebbe sedersi una sera sul bordo del letto scrivendo su un foglio i suoi stessi slogan e cercando di capire perchè ognuno è l’esatto opposto di almeno altri quattro

    tanto per fare i primissimi esempi che mi vengono in mente:

    quelli che scappano dalla libia sono (tutti) profughi? e allora gli scafisti che li portano in europa dovrebbero essere degli eroi, non dei delinquenti

    dobbiamo mangiare a km0? e allora perchè bisogna spendere miliardi di euro per convincere gli australiani, americani, giapponesi etcetc a mangiare parmigiano, bere prosecco e mettere ovunque olio d’oliva, tassativamente prodotti in italia, con materie prime italiane, coltivate su terreni italiani?

    dobbiamo puntare all’eccellenza, e contemporaneamente eliminare gli sprechi ed azzerare i rifiuti? e allora che dovremmo fare con la roba di seconda e terza scelta, o con quella che nuova era d’eccellenza ma dopo un po’ non lo è più? dobbiamo comprare la macchina nuova ogni anno o continuare a rattoppare la 126 di trent’anni fa che inquina per cinquemila nuove?

    certo che è impossibile definire il populismo, finchè nella definizione deve rientrare sempre e tutto quello “degli altri”, e mai niente “del nostro” non può essere che così

    suggerirei cinque minuti di storia https://www.youtube.com/watch?v=5hZudsXl9Dg

    e di riflettere un attimo sulla differenza fra “quando tuona il cannone è la voce della patria che chiama […] e difenderemo i sacri confini contro qualunque nemico, dell’occidente e dell’oriente” diventato “quando bruciano le molotov è l’alba della rivoluzione che sorge, e combatteremo al fianco di qualunque nemico, no tav e no triv, no nuke e no ogm”

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