Terrorismo e paura. Non ripartiamo ancora da zero

di Davide Maria Vavassori.

Brussels 23 March 2016 - Gathering at the Bourse by Valentina Calà

Brussels 23 March 2016 – Gathering at the Bourse by Valentina Calà

Ritorno al punto zero. Nuovo attentato, nuovo fiume di parole: lo scontro di civiltà, l’Europa che muore, il nemico in casa, l’Islam assassino. Come se non avessimo imparato ancora niente. Il cardine dell’emergenza, che fa scattare dinamiche di panico nonostante morire in un attentato in territorio europeo sia statisticamente molto meno probabile oggi che in passato , è la percezione di una elevatissima vulnerabilità ed è proprio da lì che bisogna partire per un’analisi a mente fredda del caos di questi giorni.

La reazione istintiva al senso di vulnerabilità è per molti quella di chiudere le frontiere, barricarsi dietro a confini da tempo cancellati e pensare di vincere così la paura. Chiudere le frontiere è la reazione più infantile che si possa avere. Oltre a essere un metodo difensivo da medioevo (“alzate il ponte levatoio”) in un periodo di estrema interconnessione globale in termini di cittadinanza e mobilità, si tratta di un’opzione che non tiene conto della provenienza degli attentatori. L’errore sarebbe non capire che i Salah Abdelslam non vengono da fuori ma sono già dentro. La quasi totalità dei jihadisti francesi appartiene a due categorie: o sono immigrati di seconda generazione nati in Francia o francesi convertiti (questi ultimi nel 1990 costituivano il 25 percento degli estremisti e sono oggi in costante aumento). Il politologo Oliver Roy fa notare che i terroristi di queste due categorie hanno in comune il fatto di vivere una ribellione personale e generazionale nei confronti del loro ambiente sociale. Non si tratta di musulmani che frequentano le moschee assiduamente e vivono un’evoluzione aggressiva, ma di persone che hanno crisi personali e per vendetta cercano redenzione in una versione ultra puritana di un Islam che fino a poco prima neppure conoscevano.

L’importanza della dimensione del dramma familiare è denunciata anche dal fatto che i terroristi sono spesso fratelli o parenti stretti: a Bruxelles i fratelli El Bakraoui (già conosciuti come criminali prima di iscriversi all’albo dei jihadisti), a Parigi i fratelli Abdeslam, a Charlie Hebdo i fratelli Kouachi. La loro “non è una radicalizzazione dell’Islam, ma una islamizzazione del radicalismo”. In altre parole, i terroristi in questione non sono islamici mediorientali che sbarcano con l’intenzione di radicalizzarsi, ma uomini con seri problemi di identità che già vivono in Europa e, in cerca di una ragione di lotta per una ribellione personale, abbracciano l’Islam con lo scopo dichiarato a priori di estremizzarsi. Qual è dunque il senso di chiudere le frontiere? Far pagare ai profughi siriani e libici, già vittime in patria della medesima follia, le colpe dei fondamentalisti due volte? La soluzione al dilemma non è facile e l’analisi di Roy definisce chiaramente che è legata a un problema di integrazione ed educazione che l’Europa non è ancora riuscita a risolvere, né come Unione, né come singolarità statali, e che deve affrontare partendo dall’analisi delle mancanze degli ultimi anni. Politiche strutturali di integrazione, divisione concettuale di “immigrazione” da “sicurezza”, investimenti di riqualifica dei quartieri etnici degradati, sia in termini sociali che occupazionali (il quartiere di Molenbeek a Bruxelles non è covo di estremisti per caso). Il tutto senza dimenticare che in termini operativi, la mancata integrazione europea a livello di scambio di informazioni, di coordinamento sovranazionale di difesa interna e l’inesistenza di un’intelligence europea degna di questo nome, sono colpevolmente responsabili dell’inefficienza tanto di Parigi che di Bruxelles.

Essendo un problema di integrazione e educazione, la soluzione non potrà che essere di lungo periodo, il che ci porta al secondo punto cruciale connesso al senso di vulnerabilità. Obiettivo dichiarato dei terroristi (da Al Qaeda all’Isis) è redistribuire la percezione di vulnerabilità: fare sì che chi passeggia per Roma o Bruxelles tema per la propria vita come chi gironzola per Damasco o Baghdad. È chiaro che la situazione in Afghanistan, Iraq e Siria sia largamente più pericolosa che in Belgio e Italia (basta aprire un giornale a caso per trovare trafiletti continui di autobombe e attentatori suicidi con bollettini tragicamente più sanguinosi di quelli europei) e tuttavia grazie alla copertura mediatica totale degli attentati, che riportano immagini come se ognuno di noi fosse stato li al momento dell’esplosione, la percezione del rischio viene amplificata esponenzialmente in ognuna di queste occasioni. Nonostante si tratti di casi isolati, gestiti da un numero molto basso di persone e fatti in un momento di debolezza dell’Isis (che sta perdendo il controllo di molti dei territori conquistati in Iraq e Siria e proprio per questo cerca di compensare con atti di scarsa magnitudine ma di grande eco mediatica in tutto il mondo dallo Yemen alla Libia, dall’Afghanistan al Belgio) sono in molti a interpretarli come atti di guerra.

Ecco, nel momento in cui affermiamo che “l’Europa è in guerra” il terrorismo ha realizzato l’obiettivo principale: spingere, attraverso un’azione di poca magnitudine, un paese a esporsi su vasta scala in avventure dettate dall’istinto primordiale della vendetta, perdonato agli uomini ma non alle istituzioni. Preso atto che la risoluzione del problema passa soprattutto per un processo di non breve periodo di ristrutturazione della società e di integrazione politica europea, se in questo lasso temporale si ripeteranno attentati di matrice islamica (che, soprattutto se opera di pochi cani sciolti, non possono essere scongiurati al cento percento) ci vorrà in futuro la freddezza e la pazienza di non azzerare nuovamente i passi in avanti fatti per dover ogni volta ritornare alla casella iniziale di un diabolico gioco dell’oca altrimenti senza senso. Che la paura e il crescente senso di vulnerabilità non siano continuamente fonte di odio immotivato verso le minoranze etniche ma pungolo per i decision maker europei chiamati ad attuare, dopo decenni di rinvii, politiche che scongiureranno simili episodi futuri.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

3 Commenti

  1. flavio

    “In altre parole, i terroristi in questione non sono islamici mediorientali che sbarcano con l’intenzione di radicalizzarsi, ma uomini con seri problemi di identità che già vivono in Europa e, in cerca di una ragione di lotta per una ribellione personale, abbracciano l’Islam con lo scopo dichiarato a priori di estremizzarsi”

    esatto!

    come quarant’anni fa i brigatisti

    …ed ora, esattamente come allora, il loro califfato è “sedicente” islamico esattamente come le sedicenti brigate rosse dell’epoca

    “ci vorrà in futuro la freddezza e la pazienza di non azzerare nuovamente i passi in avanti fatti per dover ogni volta ritornare alla casella iniziale di un diabolico gioco dell’oca altrimenti senza senso. Che la paura e il crescente senso di vulnerabilità non siano continuamente fonte di odio immotivato verso le minoranze etniche ma pungolo per i decision maker”

    ancora esatto

    ed ancora, esattamente come allora, ecco pronte intere schiere di Benpensanti pronti a dare copertura politco/filosofica a quegli assassini

    se proprio proprio devo trovare una differenza è che roba del tipo “è inutile chiudere le frontiere ai clandestini perchè i terroristi ce li alleviamo in casa” allora, almeno a qualcuno non sedicente di sinistra, ma di Comunisti veri, sarebbe immediatamente apparsa un abominio

    d’altronde quei “qualcuno” sono proprio quelli che hanno in ogni modo, ad esempio con il muro di berlino, cercato di evitare la “fuga dei cervelli”, noi invece siamo impegnati a pieno ritmo a cacciare chiunque abbia il cervello non completamente imputridito, e a lobotomizzare chi resta…per cui avanti, continuiamo ad additare come Mostri quelli che tirano un vaso in testa al ladro che gli entra in casa di notte ed esaltare gli eroici partigiani che dilaniano con le loro esplosioni donne e bambini, anche se non soprattutto islamici, perchè siamo noi a Costringerli a farlo coi nostri Droni, le nostre Multinazionali, coi nostri Miliardari, col nostro Riscaldamento Globale etcetc

  2. flavio

    precisazione dopo la rilettura: “esaltare gli eroici partigiani che dilaniano con le loro esplosioni donne e bambini, anche se non soprattutto islamici”

    in questo caso “anche se non soprattutto islamici” riferito alle vittime del terrorismo jihadista…ma certamente non perchè pensi che non valga anche per i terroristi non “di marca califfo”

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