Sì a una nuova politica energetica

di Terenzio Longobardi.

Energy by Sander van der Wel

Energy by Sander van der Wel

Come ha sottolineato Corrado Truffi su queste pagine, il prossimo quesito referendario sulle trivellazioni di idrocarburi ha uno scarso valore pratico, perché si tratta di decidere della proroga di poche autorizzazioni all’interno delle 12 miglia marine dalla costa. Peraltro, le esigue quantità di gas e petrolio che rimarrebbero nel sottosuolo qualora prevalesse il SI (in questo articolo di Aspoitalia viene valutata analiticamente la situazione estrattiva), rendono del tutto capziose le preoccupazioni di crescita della dipendenza dall’estero e di maggiore impatto ambientale, avanzate dai sostenitori del NO.

Il referendum ha però, a mio parere, un elevato valore simbolico e politico, in relazione alle scelte strategiche in campo energetico che il nostro paese dovrà prendere nel prossimo futuro. Rimanda inevitabilmente a decisioni di pianificazione energetica e industriale non più rinviabili e, in questo senso, si collega ed è complementare al prossimo referendum istituzionale che propone la modifica del Titolo V della Costituzione per assegnare di nuovo allo Stato importanti competenze amministrative, tra cui anche quelle di pianificazione energetica.

La prima di queste scelte riguarda proprio il settore della produzione nazionale di idrocarburi, cioè se lo Stato debba favorire e promuovere la ripresa delle estrazioni di gas e petrolio sul territorio italiano. A tale proposito mi ero già espresso quattro anni fa, commentando su queste pagine la proposta di piano energetico del governo Monti:

“Un’analisi attenta della reale consistenza delle risorse ancora disponibili dovrebbe spegnere rapidamente i facili entusiasmi. Per il petrolio, il Ministero dello Sviluppo Economico le valuta in 129 milioni di tonnellate, le associazioni minerarie in 137 milioni, ma entrambe assommano riserve provate, probabili e possibili. Colin Campbell, presidente di Aspo Internazionale, stima le riserve provate in 85 milioni di tonnellate, come vediamo nel secondo grafico allegato che illustra la curva a campana caratteristica della dinamica di esaurimento delle risorse fossili e minerarie.

Quest’ultimo valore corrisponde appena alla somma del petrolio importato e prodotto nazionalmente in un solo anno (n.d.a. tale somma si è leggermente ridotta negli ultimi anni, ma non cambia la sostanza del ragionamento). Considerando poi che la produzione nazionale è oggi di 5 milioni di tonnellate all’anno, l’obiettivo del Ministro di raddoppiare tale produzione ci garantirebbe circa una quindicina di anni di estrazioni. Un analogo ragionamento si potrebbe fare per il gas naturale che, come vediamo nell’ultimo grafico dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, ha ormai superato da decenni il picco produttivo.

È lecito quindi domandarsi se il gioco valga la candela, cioè se i benefici dell’accesso a queste limitate quantità di risorse fossili nazionali siano superiori ai costi e ai rischi connessi a tali attività di esplorazione ed estrazione, localizzate sempre più in siti “difficili”, come quelli off-shore. Il Mar Mediterraneo è già sottoposto a gravi pressioni ambientali e un disastro petrolifero come quello avvenuto di recente lungo le coste americane avrebbe effetti ancora più disastrosi.”

In altre parole, converrebbe lasciare queste limitate risorse nel sottosuolo, considerandole alla stregua di “valvole di compensazione”, da utilizzare nei momenti di eventuali crisi future legate ai crescenti rischi di instabilità delle forniture.

Fermo restando che l’attuale situazione di bassi prezzi petroliferi scoraggia gli investimenti nel settore estrattivo di risorse con costi di produzione elevati, come quelle residue italiane, sarebbe auspicabile perciò rivedere la decisione contenuta nella Strategia Energetica Nazionale (SEN) approvata nel 2013, di sostanziale raddoppio della produzione nazionale di idrocarburi.

Entrando nel dettaglio della situazione energetica nazionale, il dato di base per pianificare gli scenari futuri, non può che essere la suddivisione per fonte dei consumi energetici nazionali, che ho sintetizzato in questo grafico ricavato utilizzando i dati statistici disponibili sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico – DGSAIE – Statistiche ed analisi energetiche e minerarie.

CIL ENERGIA PRIMARIA 2014

Il nostro paese è ancora molto dipendente dai combustibili fossili, per circa il 73%, ma con una tendenza positiva al calo, conseguenza della crescita negli ultimi anni del settore  delle energie rinnovabili, che si attestano a circa il 21% dei consumi nazionali di energia primaria.

Il calo dell’uso dei combustibili fossili è ancora più pronunciato ed evidente se analizziamo i consumi di energia primaria in termini assoluti (Mtep = Milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) caratterizzati ormai da un decennio di minore domanda, quest’ultima strettamente correlata alla persistente crisi economica che stiamo vivendo. Correlazione bene evidenziata da Ispra nello studio sulle cause della riduzione italiane di emissioni di gas climalteranti, che ho commentato di recente, qui.

Il secondo grafico che allego, ricavato dai dati forniti dall’Autorità per l’Energia Elettrica e il gas in occasione dei centocinquanta anni dall’Unità d’Italia (aggiornato per gli anni più recenti con quelli del Ministero Sviluppo Economico), illustra plasticamente proprio questo crollo catastrofico dei consumi energetici italiani, che nel 2014 sono tornati ai valori di ventidue anni fa.

Per questo motivo, anche auspicando un’inversione di tendenza economica che riporti il nostro paese su un sentiero di crescita, che comunque dovrà essere energeticamente sostenibile, appare opportuno evitare in futuro quegli eccessi di sovradimensionamento del sistema energetico di cui osserviamo ora gli effetti negativi.

Consumi storici energia primaria

Per quanto riguarda l’uso dei singoli combustibili fossili, in particolare il petrolio e il gas naturale, che da soli costituiscono quasi i due terzi dei consumi complessivi, sono presenti però dinamiche diverse che vanno valutate attentamente. L’evoluzione storica degli usi petroliferi, da me descritta in questo precedente articolo, testimonia una graduale, ma costante riduzione del peso nel sistema energetico italiano di questa fonte fossile che, come vedremo in seguito, è ora sostanzialmente confinata al solo mercato dei trasporti. Invece, l’analoga tendenza di minore dipendenza dalle forniture che caratterizza anche il gas naturale, è imputabile certamente alla crescita sostenuta delle fonti rinnovabili verificatasi negli ultimi anni grazie agli incentivi economici concessi dallo Stato.

L’ultimo grafico che allego chiarisce visivamente alcune delle considerazioni svolte in precedenza. Rappresenta la ripartizione per fonte dei consumi di energia elettrica in Italia. Nel 2014, il consumo di energia elettrica ha costituito quasi il 40% dell’energia primaria consumata, quindi è da considerarsi un sottoinsieme, quantunque importante, dei consumi di energia primaria rappresentati nel primo grafico, l’altro 60% essendo costituito in prevalenza dagli usi termici (riscaldamento degli ambienti domestici e di lavoro, processi industriali ecc.) e dai trasporti a combustione interna (cioè la stragrande maggioranza).

Il dato saliente è che la produzione di energia elettrica ha attualmente una dipendenza dal petrolio praticamente nulla (1,5%), cioè si è ormai completato un processo storico di affrancamento della produzione termoelettrica nazionale dall’olio combustibile (derivato del petrolio), sostituito quasi integralmente dall’uso del gas naturale. Quindi, contrariamente a quanto si sente spesso superficialmente affermare, le dinamiche della produzione petrolifera non influenzano minimamente il settore elettrico italiano ed è bene che questa evoluzione permanga, considerata l’alta volatilità dei prezzi petroliferi destinata ad accentuarsi in corrispondenza della saturazione produttiva a livello globale.

CIL ELETTRICO 2014

Il gas naturale, pur rivestendo un ruolo strategico nella produzione nazionale di energia elettrica, è stato negli ultimi anni nettamente ridimensionato dalla crescita delle energie rinnovabili, che oggi costituiscono la prima fonte di produzione elettrica. Per questo motivo e anche a causa di un crollo dei  consumi del tutto analogo a quello illustrato in precedenza per i consumi energetici complessivi, il settore della produzione termoelettrica nazionale è in una spiccata crisi di offerta, che ha indotto il Presidente dell’Enel ad annunciare di recente il progressivo smantellamento di ben 27 centrali.

Lo squilibrio produttivo ha altresì messo a rischio la remunerazione delle moderne ed energeticamente efficienti, centrali termoelettriche a ciclo combinato (gas + vapore), costrette a lavorare nettamente al di sotto delle potenzialità produttive. Centrali che comunque rimangono strategiche per compensare l’intermittenza ed instabilità delle rinnovabili e garantire la continuità della fornitura dell’energia elettrica su tutto il territorio nazionale.

Alla luce di queste brevi considerazioni, il processo di rinnovamento del sistema energetico nazionale Dovrebbe a mio parere fondarsi su alcuni indirizzi prioritari:

  • Ruolo strategico del gas naturale: la ridimensionata domanda nazionale (60 miliardi di metri cubi nel 2014, rispetto al picco del 2005 di 85 miliardi), deve essere garantita attraverso la diversificazione degli approvvigionamenti, attraverso la costruzione di nuovi gasdotti e di un numero esiguo e correttamente pianificato di strutture di rigassificazione, come ho già evidenziato in questo articolo. A tale proposito, non è più accettabile, anche nel settore energetico, il ruolo competitivo e non cooperativo della Germania, che sta provocando l’affossamento del progetto di gasdotto South Stream a favore del North Stream e di altri paesi europei come la Francia che hanno operato in passato per sottrarre importanti forniture all’Italia. In queste condizioni appare sempre più contraddittorio e paradossale la definizione di “Unione Europea”.
  • Ruolo strategico delle energie rinnovabili: l’attuale saturazione del mercato, causata dalla revisione al ribasso delle incentivazioni fiscali ed economiche e dal limite di potenza teorica installabile compatibile con la stabilità del sistema elettrico e con la continuità delle forniture di energia elettrica, rendono indispensabile avviare una politica di investimenti e ricerca verso i sistemi di accumulo.
  • Ruolo strategico dell’energia elettrica: è necessario avviare una politica di graduale penetrazione dell’energia elettrica nei settori dei trasporti e degli usi termici. Trasferendo circa il 10% dei chilometri attualmente percorsi dai mezzi su gomma, per il trasporto dei passeggeri ai moderni sistemi tranviari o ferro – tranviari e delle merci ai treni, si risparmierebbe una quantità di petrolio pari all’incirca all’incremento di attività estrattiva prevista nella Strategia Energetica Nazionale. Non è esagerato affermare che il vero pozzo estrattivo italiano è rappresentato da un programma di riconversione modale dei trasporti dalla gomma al ferro. Per i motivi che ho più volte evidenziato, ultimamente qui, il piano nazionale da me definito “Mille chilometri di nuove linee tranviarie per cento città italiane”, consentirebbe di trasportare nelle aree urbane i passeggeri in maniera energeticamente più efficiente ed economicamente più produttiva, superando i limiti strutturali dell’attuale trasporto pubblico su gomma e, nello stesso tempo attivando una massa ingente di investimenti pubblici e privati di cui ha estremamente bisogno il nostro Paese per rilanciare la domanda interna e l’economia. Parimenti, deve essere avviato un programma di adeguamento delle ferrovie italiane ai nuovi e maggiori flussi di merci che nei prossimi anni transiteranno sui binari nelle nuove infrastrutture ferroviarie in avanzato stato di completamento ai confini svizzero ed austriaco, come ho spiegato qui. Ed accelerare i lavori di costruzione della Torino – Lione, l’ultima “ostruzione” che impedisce il completo trasferimento delle merci in transito nell’arco alpino dai TIR ai treni. Infine, occorre valorizzare e incentivare maggiormente le forme di riscaldamento delle abitazioni e dei luoghi di lavoro con i sistemi a pompa di calore, caratterizzati da consumi di energia primaria inferiori a quelli tradizionali di tipo termico.

Spero che il referendum di Aprile riuscirà a sviluppare un ampio dibattito nell’opinione pubblica non solo sulla limitazione delle estrazioni petrolifere nazionali, ma soprattutto sulle cruciali tematiche energetiche che ho delineato in precedenza.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

8 Commenti

  1. Devo fare alcune correzioni con dati contenuti nei miei progetti in mano al Governo che non realizza perchè l’Eni è contraria e con esso 113 fossil men firmatari di vecchia progettazione,mentre noi progettiamo in quantum energia 100 anni avanti e l’Eni fa pena ad attaccarsi a 2.000 lavoratori,100.000 da un ex Presidente FEEM che fa ridere.
    1.ruolo centrale del biometano che costa 45 euro a Mwh contro i 100 euro del gas
    2.si produce per power to gas da rinnovabili in eccesso e da plasma rifiuti
    3.Posso produrre da mio piano acqua 300 TWh elettrici:
    -100 vanno in rete
    -100 vanno via P2G a biometano
    -100 vanno a electrofuels e tanto B100
    4.stocchiamo 70 TWh di biometano nell’attuale rete gas.Significa che il value rete gas comunale-Snam e CDP si increenta di 7 volte
    5.centrali carbone oil da chiudere
    6.centrali gas da convertire non tutte in biometano
    7.la progettazione sostenibile è diversa dalla rinnovabile perchè è impostata con stoccaggi acqua o mare,meno tralicci,molto digitale 4.0 e iot che non deve essere in mano Eni-Enel o Terna ma nostra tramite 20 poli Regionali industria 4,0 da 800.000 posti
    8.Tutte le tecnologie sono da me testate e disponibili e se l’Eni non le conosce cambino i loro managers ma mi lascino lavorare su progetti fermi da 10 anni al Mise fossile con grave colpa Enea.

  2. Ottimo articolo, Terenzio. Concordo praticamente su tutto.

  3. Giancarlo Abbate

    Anche per me questo è davvero un ottimo articolo. Ma non c’è modo di poterlo discutere con qualcuno del governo?
    Nel dettaglio c’è un punto che per me resta ancora ambiguo, quando scrivi “Ruolo strategico delle energie rinnovabili:” E’ vero le energie rinnovabili hanno e devono avere un ruolo strategico e anche sulla ” politica di investimenti e ricerca verso i sistemi di accumulo” concordo. Ma perché tacere che la politica di incentivi, in particolare al fotovoltaico”, così come è stata realizzata (e rimarrà sul groppone degli italiani per ancora una ventina d’anni circa), è uno spreco colossale di denaro pubblico, anzi un crimine nei confronti della collettività, che non ha prodotto e non produrrà alcun beneficio ma solo danni economici e all’AMBIENTE. Mi spiace veramente che questa evidenza venga sistematicamente ignorata (chissà, forse perché non è policamente corretta?).

  4. Terenzio Longobardi

    Giancarlo, concordo solo in parte sulle tue critiche alle rinnovabili. Con tutti i limiti che conosciamo, stanno dando un apporto non marginale alla riduzione delle emissioni di gas serra e all’uso dei combustibili fossili in Italia. Non credo che il nostro sistema energrtico starebbe meglio senza di esse. Certo bisogna andare oltre le attuali rinnovabili, con l’accumulo o con tecnologie nuove come il kitegen. Per questo occorre finanziare la ricerca.

  5. Giancarlo Abbate

    D’accordo Terenzio, però fai attenzione a quello che dico e come lo dico. Io non avanzo affatto critiche alle rinnovabili (ci mancherebbe, dedico una parte del mio tempo proprio in quel settore), io critico il sistema degli incentivi “per come è stato implementato in Italia” e, aggiungo, in molti altri paesi. Le “rinnovabili”, come ogni altra innovazione potenzialmente utile allo sviluppo sociale/economico/industriale, devono essere “fortemente” incentivate nella fase di ricerca, “adeguatamente” sostenute nella fase innovativa dello sviluppo industriale e infine lasciate alla libera concorrenza nel mercato. Questo non è avvenuto e non avviene in Italia e nel resto dei paesi che hanno utilizzato e/o utilizzano sistemi simili di incentivi.
    Per quanto riguarda la riduzione delle emissioni di gas serra “in Italia” devo ammettere che l’argomento mi interessa davvero poco se lo scotto da pagare è l’aumento delle emissioni serra in Cina. Trovo alquanto incoerente sottolineare come l’Italia sia virtuosa nei suoi compiti di riduzione delle emissioni e poi contemporaneamente accusare la Cina di aumentarle (non sto parlando di te, ovviamente). Chi usa gli iphone prodotti in Cina? Dove sono prodotti, e con quale fonte energetica, i pannelli FV che permettono all’Italia di ridurre le emissioni? Quello che veramente mi interessa è la riduzione su scala mondiale delle emissioni serra. Finisco qui, il discorso è lungo e so che la pensiamo in maniera simile.

  6. Holy shzniit, this is so cool thank you.

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