Niente trivelle per 12 miglia significa più rinnovabili?

di Corrado Truffi.

 Global Santa Fe Rig 140 by Steven Straiton

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Un recente sondaggio di Demos su 5.000 europei ha scoperto che gli italiani sono gli europei percentualmente più contrari a Schengen e più propensi a ritornare ai controlli sulle frontiere nazionali, a causa della paura dei flussi migratori.

La logica e la razionalità di una simile posizione è evidentemente molto difficile da trovare, visto che dovrebbe essere ovvio perfino per un bambino che ripristinare le frontiere europee per un Paese di primo approdo, per via marittima, dei migranti, significa per l’appunto trovarsi a gestire da soli il fenomeno, senza poter condividerlo con il resto dell’Europa.

Eppure la cattiva informazione, la confusione del dibattito pubblico, la poca voglia di approfondire portano a questo risultato paradossale.

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Ho il sospetto che anche sulla vicenda del referendum No-Triv, per il quale i sondaggi segnalano una prevalenza del si attorno al 70%, l’opinione pubblica italiana stia ragionando con lo stesso livello di approssimazione e semplificazione che la porta a pensare che chiudere le frontiere sia una buona soluzione per l’Italia.

Per spiegare questa mia impressione, e quindi giustificare le mie molte perplessità su questo referendum, è però bene partire dall’inizio.

Il referendum sul quale siamo chiamati a pronunciarsi il 17 aprile è l’unico rimasto di una batteria di quesiti tutti legati alle questioni ambientali e in particolare alle prospezioni petrolifere, volti a smontare le semplificazioni inserite dal governo nel decreto cosiddetto “Sblocca Italia”. Gli altri quesiti avrebbero riguardato la stretegicità dell’attività di prospezione, le modalità di approvazione die piani delle aree, il ruolo delle Regioni e la loro possibilità di bloccare, di fatto, le procedure in caso di mancata intesa fra i diversi livelli territoriali, e avrebbero costituito un chiaro tentativo di modificare profondamente, per via referendaria, la politica industriale ed energetica del governo.

Molti dei quesititi non sono passati al vaglio della magistratura anche perché nel frattempo il governo ha introdotto aggiustamenti e modifiche alle leggi che si chiedeva di abrogare, in qualche misura nella direzione richiesta dai referendari. È rimasto solo il quesito, tecnicamente di portata piuttosto limitata, relativo alla possibilità di rinnovare le concessioni alle piattaforme marine di gas e petrolio entro le 12 miglia marine, anche dopo la loro scadenza, fino a esaurimento dei giacimenti. Fermo restando che d’ora in avanti sono comunque vietate nuove ricerche di gas e petrolio (e quindi nuove trivellazioni) entro le 12 miglia.

Osservo incidentalmente che questo significa che il referendum non è contro le trivellazioni (blocca l’estrazione a fine concessione di giacimenti già esistenti, non le nuove trivellazioni entro le 12 miglia, che sono già comunque vietate). Le trivelle non c’entrano. E, inoltre, vi è piena consapevolezza da parte di tutti che è sensato ridurre in prospettiva i rischi ambientali connessi alle estrazioni troppo vicine alle coste.

Ma, più importante, è ragionare bene sulle tre questioni che sono dietro al referendum:

  • il merito del quesito referendario (che astrattamente dovrebbe essere l’unica questione rilevante, cosa che, come vedremo, non è affatto);
  • l’obiettivo politico generale perseguito dai referendari (e dagli anti referendum);
  • la qualità di una deliberazione popolare su argomenti tecnici complessi.

Il merito

Come accennato, il quesito è molto circoscritto. In pratica, se vincono i si all’abrogazione della norma, alla scadenza delle concessioni esistenti le piattaforme attualmente in funzione entro le 12 miglia dovranno essere chiuse, anche se il giacimento fosse ancora produttivo. La chiusura degli impianti avverrà nel corso dei prossimi anni (in genere, fra i 5 e i 10), in funzione della durata delle attuali concessioni, con ovvi ma probabilmente gestibili impatti sull’occupazione e in particolare sull’area industriale di Ravenna e, secondo i No-triv, con beneficio per l’ambiente marino italiano.

Un altro effetto possibile è che, a parità di domanda interna di gas (e in misura minore di petrolio), aumenteranno le importazioni dall’estero, con effetti negativi sulla bilancia dei pagamenti e con nessun effetto di riduzione dell’inquinamento o della produzione di gas serra a livello globale. Anzi, secondo i rappresentanti del comitato per il No al referendum, si avrebbe un aumento degli effetti inquinanti dovuto al maggior numero di petroliere in arrivo nei nostri porti. Inoltre, i proventi delle concessioni e le entrate tributarie legate alle attività estrattive chiuse, inevitabilmente termineranno, mentre con tutta probabilità le aziende concessionarie porteranno parte dei loro investimenti all’estero, magari in paesi dove le normative ambientali e i controlli sono molto più “rilassati” dei nostri.

Chi sostiene il referendum ritiene tuttavia che lo scenario sopra immaginato non sia ineluttabile e che, anzi, il segnale dato dal referendum consentirebbe di dare una grande spinta ad un percorso virtuoso verso l’utilizzo maggiore di energie rinnovabili. Inoltre, si può notare che attualmente la domanda energetica italiana è effettivamente in discesa, vuoi per una ripresa economica lenta, vuoi per il costante aumento dell’efficienza energetica dei processi produttivi, vuoi per lo spostamento verso le rinnovabili del mix della produzione elettrica (ma non della domanda energetica legata agli usi termici e di trasporto).

Inoltre, i sostenitori del si attribuiscono alle piattaforme un impatto ambientale estremamente grave e un effetto negativo sul turismo molto rilevante, che da soli giustificherebbero l’esigenza di vietare quanto prima l’estrazione di gas e petrolio. Sul primo aspetto, come si è accennato, gli oppositori del referendum ricordano che, nella realtà dei fatti di un mondo che domanda ancora gas e petrolio, si tratterebbe solo di uno spostamento verso altri lidi, che potrebbe persino implicare un maggior impatto ambientale a livello globale, anche se sposterebbe il problema altrove (un perfetto fenomeno nimby, quindi). Quanto al secondo, si nota come il numero maggiore di piattaforme sotto costa sia proprio in Romagna, dove non sembra che il turismo ne abbia in alcun modo sofferto.

In conclusione, si tratta:

  • di una questione di portata abbastanza limitata, visto che le piattaforme oltre le 12 miglia non sono toccate, e il si al referendum non bloccherebbe nemmeno immediatamente quelle sotto costa, né tantomeno le estrazioni sulla terraferma.
  • di una questione nella quale i costi e i benefici sono abbastanza controversi e probabilmente tendono a bilanciarsi. Certamente, i benefici potrebbero essere concentrati su alcuni gruppi di interesse (ad esempio, si sostiene che vi siano effetti negativi sulla pesca), e il beneficio ambientale in Italia potrebbe essere significativo. E tuttavia i costi sia per il bilancio delle Stato, sia per la nostra dipendenza energetica verso l’estero proprio in un momento di grande turbolenza geopolitica, potrebbero essere altrettanto rilevanti. Per non parlare della capacità di reggere alla riduzione delle attività della filiera italiana delle prospezioni, che è tra l’altro un punto di forza della nostra ingegneria civile.

Insomma, se visto nel merito stretto della questione, il referendum appare abbastanza irrilevante per disegnare la politica energetica italiana, e una scelta razionale per il sì o per il no sembra possibile solo dopo una valutazione non proprio semplice di possibili costi e benefici. Vista la portata concreta del quesito, inoltre, concretamente una vittoria dei sì potrebbe essere gestita senza troppi drammi da una oculata politica industriale di accompagnamento della transizione verso la chiusura degli impianti. E, per converso, una vittoria dei no (o dell’astensione e conseguente mancanza di quorum, che è lo stesso), potrebbe non significare automaticamente che tutte le concessioni esistenti sarebbero sempre e comunque rinnovate fino a esaurimento dei giacimenti. Caso per caso, in funzione di serie analisi di impatto ambientale e/o di pressione dell’opinione pubblica, potrebbe benissimo darsi che alcune concessioni non siano comunque rinnovate dopo la loro scadenza naturale.

L’obiettivo politico

Tutto ciò sarebbe vero se non fosse che l’obiettivo politico assegnato al referendum No-Triv è in realtà tutt’altro e di tutt’altra portata. Lasciamo parlare il sito dei referendari con due citazioni significative:

“3) IL VOTO DEL 17 APRILE FAVORISCE UNA GRANDE COALIZIONE SOCIALE PER ATTUARE LA TRANSIZIONE ENERGETICA FONDATA SULLE RINNOVABILI PULITE

Il voto del 17 Aprile è un voto immediatamente politico, in quanto, al di là della specificità del quesito, residuo di trabocchetti e scossoni, esso è l’UNICO STRUMENTO di cui i movimenti che lottano da anni per i beni comuni e per l’affermazione di maggiori diritti possono al momento disporre per dire la propria sulla Strategia Energetica nazionale che da Monti a Renzi resta l’emblema dell’offesa ai territori, alle loro prerogative, alla stessa Costituzione italiana.

Lo sanno bene le centinaia di comitati e di associazioni, i comitati che lottano contro le piattaforme a mare, così come contro la Tap, contro le centinaia di chilometri di tubi delle reti di gas su faglie sismiche, contro centrali e pozzi di stoccaggio che provocano sismicità indotta per decreto ministeriale, contro le raffinerie che emettono sostanze nocive, contro i depositi di stoccaggio a rischio di incidente rilevante e di inquinamento della falda; lo sanno i produttori ortofrutticoli, gli allevatori, così come le reti per l’opzione Combustione Zero Rifiuti Zero. Se alle centinaia di associazioni a carattere nazionale si sono aggiunti i comitati No Tav della Val di Susa, così come il Forum nazionale per l’Acqua Pubblica, la Confederazione Cobas, la Fiom, non è certo in virtù di una squallida operazione di sommatoria aritmetica delle piccole convenienze locali.

Di certo chi conosce gli equilibri sociali, politici, culturali, economici, di chi gestisce (tra l’altro senza mandato elettorale!) le sorti di circa 60 milioni di italiani, sa bene che il referendum “questo referendum”, rappresenta la porta stretta attraverso cui solo uno potrà passare: o vinceranno la furbizia ed il gioco sporco che il governo Renzi sta conducendo con estrema arroganza e sicumera in nome della TTIP, delle lobbies inceneritorie, finanziarie, delle multinazionali, o vinceranno le ragioni di chi chiede diritti, dignità, rispetto dei territori e della salute, affermazione del valore d’uso attraverso esercizio diffuso, decentrato e diretto, dal basso, di più democrazia. Non abbiamo scelto noi il quesito su cui far convergere, in questa delicata fase di transizione autoritaria e centralizzatrice dei poteri, l’intelligenza e la potenza delle reti del conflitto e della proposta per quello che fino a pochi anni or sono si definiva comunemente “un altro mondo è possibile!”.

[…]

6) RENZI TEME LA DEBACLE PER LE “SUE” RIFORME ISTITUZIONALI

Abbiamo poco tempo per riuscire ad incidere in modo adeguato ed efficace. Il Governo, obbligato a stabilire una data per la celebrazione del referendum No Triv, non a caso sceglie la prima domenica utile per legge. Oltre a sacrificare senza batter ciglio l’equivalente dell’ammontare annuale delle royalties (non meno di 350 milioni di Euro!), pur di evitare l’election day, sta tentando di sabotare i tempi per il normale dispiegamento di una campagna elettorale degna di questo nome. In realtà il presidente del Consiglio non vuole che la strada per il referendum confermativo istituzionale, stabilito ad Ottobre 2016, tra cui la revisione del Titolo V della Costituzione (di cui lo Sblocca Italia è una sostanziale anticipazione), possa in alcun modo essere ostacolato da altri fenomeni di grande catalizzazione del dissenso.

Il referendum del 17 Aprile rappresenta in realtà un potente momento di accumulo positivo di energie sociali, di saperi, di creatività, di veloce incremento di relazioni operative tra reti consolidate.

Lo stesso Renzi ha più volte dichiarato che in caso di sconfitta del “suo” referendum istituzionale abbandonerebbe il suo ruolo attuale e la stessa politica. Allora, diamo una mano al campione del decisionismo neoliberista a lasciare campo libero ad una grande coalizione per il bene comune! Il quadro è quindi complesso e dinamico. Gli elettori hanno voglia e necessità, dopo anni di lotte, di potersi esprimere non solo nel merito dei quesiti ammessi, ma dell’intera Strategia Energetica Nazionale. Raggiungere il quorum in tempi così brevi e sapendo coinvolgere vittoriosamente 26 milioni di cittadine/ italiane/i, significherebbe saper guidare dal basso un intero processo di trasformazione sociale e politica di un paese ammuffito ed intristito da una crisi asfittica, con effetti trascinanti anche per le lotte di altri paesi europei.

Come si vede, il quesito referendario viene esplicitamente caricato di:

  • un significato ideologico fortissimo – l’ideologia dei beni comuni e della purezza ecologica di un’Italia capace di trasformare tutto il suo modello energetico, in tempi rapidissimi, verso l’uso esclusivo di energie rinnovabili;
  • una carica antigovernativa e specificamente anti governo Renzi, che sembra ormai un tratto comune e costante di tutta l’opposizione di sinistra, che vede in Renzi il male assoluto, probabilmente in quanto traditore ed usurpatore del partito della sinistra riformista.

I referendari, quindi, esplicitamente non chiedono un voto sul quesito specifico, ma un voto per chiedere un diverso modello energetico tutto rinnovabile qui e subito e, possibilmente, per mandare a casa il governo Renzi (ricorda qualcosa? A me sovviene Gandolfini che dopo l’approvazione del DDL Cirinnà ha detto che inviterà a votare No al referendum sulla riforma costituzionale per mandare a casa Renzi).

Non voglio infierire più di tanto sulle contraddizioni dei no-triv. Basti dire che essi confondono sistematicamente il fabbisogno energetico globale con quello elettrico (qui ad esempio una dichiarazione di Rossella Muroni di Legambiente), facendo oltre a tutto finta che la penetrazione delle rinnovabili possa crescere all’infinito. Proprio su iMille recentemente Domenico Coiante è tornato da par suo sulla questione dell’accumulo e sulle possibili strategie per la progressiva trasformazione del mix energetico verso il “tutto elettrico”, e rileggerlo aiuta a capire che non ci sono bacchette magiche, anche se la strada è certamente quella. E basti notare che molti dei no-triv si trasformano rapidamente in “no alle pale eoliche” per motivi paesaggistici, o in “no ai campi solari” per la preservazione dell’agricoltura. In breve, il solito nimby, e il sogno di un mondo nel quale l’energia non serve, ma ovviamente gli smartphone continuano miracolosamente ad esistere.

Quello che più mi urta, però, è la tendenza ad utilizzare qualunque argomento come scusa per attaccare a priori il governo. L’insofferenza “antropologica” per l’innovazione che il governo Renzi ha portato in quella che era la sinistra minoritaria e sistematicamente perdente degli anni passati, si traduce sempre più in una indistinta fuffa ideologica nella quale tutti gli argomenti sono buoni per fare sempre la stessa operazione. Con svantaggio anche per le buone cause, che finiscono per diventare solo paraventi per altro.

E non a caso, d’altra parte, nelle loro argomentazione pro-triv, anche il comitato per il No non è molto da meno nel semplificare la faccenda paventando disastri per il comparto industriale soggetto al referendum, per le nostre capacità tecnologiche e per la nostra indipendenza energetica. Se è vero che le estrazioni italiane coprono a malapena il 10% del nostro fabbisogno, e se è vero che le piattaforme in questione rappresentano solo una quota nemmeno tanto grande di quel 10%, e che la chiusura è scaglionata nel tempo, è chiaro che il problema è sicuramente importante ma certamente gestibile.

Ma, anche in questo caso, raccontare che la vittoria del referendum genererebbe una grave crisi energetica o aumenterebbe a dismisura la nostra dipendenza dal gas di Putin o, peggio, da quello dell’instabile Libia, consente di rafforzare il messaggio. Il ché, a mio giudizio, non è necessariamente una strategia vincente, perché rischia di opporre in modo manicheo industrialisti d’annata a ecologisti utopisti. Entrambi con il loro fardello di irresponsabilità utopica (le magnifiche sorti e progressive dello sviluppo che non ammette pause contro il pauperismo ingenuo ma tanto rassicurante della decrescita felice).

Deliberare su argomenti complessi

Il referendum popolare è uno strumento adeguato per deliberare su argomenti complessi e specialistici? Sulla base di quanto visto sopra, sembrerebbe di no, perché è abbastanza evidente che sarà difficile che gli elettori siano in grado di deliberare sulla base di una conoscenza approfondita e razionale della specifica questione, ed anche delle sue implicazioni politiche.

Inoltre, molto spesso abbiamo visto che nella realtà le deliberazioni referendarie, quando riguardano aspetti complessi e sfuggenti e non scelte nette come furono ad esempio quelle su divorzio ed aborto, vengono poi parzialmente contraddette dalla successiva legislazione e dalla politica governativa. Spesso per ottime ragioni, come quando un referendum abolì il Ministero dell’Agricoltura e quindi si inventò quello delle “Politiche agricole” per avere qualcuno da inviare a Bruxelles per trattare, appunto, sulle politiche agricole comunitarie.

Tuttavia, credo che sia necessario continuare ad avere fiducia nella democrazia, anche in questa forma diretta un po’ caotica nel suo definirsi (quesiti ritagliati negli articoli di legge da raffinati legulei, magistrature che interpretano variamente i quesiti, comitati che usano un dettaglio quasi irrilevante come grimaldello per fare battaglie che credono epocali…). Guardiamoci da un atteggiamento elitario: anche il suffragio universale scontava il fatto che una parte della popolazione fosse analfabeta, e ne prendeva atto. E gli oppositori del voto alle donne sicuramente pensavano che esse non fossero “adatte” a esprimere opinioni ponderate.

La democrazia, rappresentativa, diretta, partecipativa o come volete, è già abbastanza in crisi senza bisogno di metterla ancora in discussione nelle sue forme attuali. E del resto, sapere che la riforma costituzionale prossima ventura apporta utili miglioramenti all’istituto referendario abrogativo, introduce quello propositivo e, soprattutto, rende cogente la discussione parlamentare delle leggi di iniziativa popolare, è una buona notizia anche per affrontare questo referendum con un atteggiamento più sereno e meno ideologizzato. Eventualmente e serenamente, rinunciando a pronunciarsi con il voto se non si hanno le idee chiare.

Provvisoria conclusione

Chiudere anticipatamente le piattaforme estrattive significa certamente aumentare, nel breve periodo, le importazioni di gas e petrolio. Esattamente come chiudere le frontiere fra i paesi europei significa aumentare l’“importazione” di esseri umani in Italia. Ma, come abbiamo visto, nel caso di petrolio e gas non si tratta necessariamente di un disastro, ma solo di un problema in più che andrebbe ben gestito, magari con qualche piccolo vantaggio per il nostro ambiente. Fossi il governo, quale che sia il risultato referendario, cercherei comunque di affrontare decisamente la questione. Ad esempio:

  • Aumentare progressivamente gli oneri concessori, e utilizzare il più possibile i relativi proventi non tanto per ulteriori discutibili incentivi alle rinnovabili, quanto per sviluppare decisamente la ricerca applicata sulle tecnologie di accumulo energetico, o per creare una rete di distributori elettrici degna di questo nome, o ancora per incentivare la trasformazione degli impianti termici dal gas alle pompe di calore elettriche.
  • Pianificare la riconversione e il riutilizzo delle elevate competenze disponibili in Italia nelle prospezioni marine nella direzione della ricerca geotermica. È un mio vecchio pallino, ma il calore delle terre sottomarine italiana sono un asset davvero promettente e decisamente sottoutilizzato.

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Come voterò? I pro-triv e i no-triv devono ancora convincermi delle loro buone ragioni. Probabilmente finirò per non esprimermi, aiutando indirettamente un esito favorevole allo status quo legislativo che mi sembra preferibile anche per il carico di significato politico che è stato dato alla questione, ma sono ancora disposto a discuterne.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

6 Commenti

  1. Giancarlo Abbate

    Articolo pienamente condivisibile nelle sue diverse proposizioni. Vi noto solo un mezzo passo falso quando, dopo aver giustamente detto: “La democrazia, rappresentativa, diretta, partecipativa o come volete, è già abbastanza in crisi senza bisogno di metterla ancora in discussione nelle sue forme attuali”, conclude con:” Eventualmente e serenamente, rinunciando a pronunciarsi con il voto se non si hanno le idee chiare.”
    No. La forma attuale di democrazia diretta, il referendum, esclude in maniera brutale la possibilita’ di rinunciare a pronunciarsi, arruolando tutti gli astensionisti tra i contrari al quesito referendario. Talvolta può far comodo, altre volte meno, ma questo è il dato di fatto. Ho detto “mezzo” passo falso perché Corrado alla fine chiarisce che il non voto aiuta l’esito favorevole al mantenimento dello status quo legislativo (lui dice “indirettamente” ma in realtà pesa molto di più, ai fini del risultato, un’astensione che un voto “no”). Per dirla ancora più chiaramente un 15-20% circa del corpo elettorale che votasse “no” darebbe una mano formidabile alla vittoria del “si”, ipotizzando un 30-35% di favorevoli. Se chi è contrario se ne sta a casa, il “si” non ha alcuna speranza di passare, secondo me.

  2. Corrado Truffi

    In effetti questa faccenda del quorum in qualche modo mi disturba. La mia vecchia formazione politica da antico militante, secondo cui votare si deve sempre, va in evidente contraddizione con la logica secondo cui il meccanismo del quorum consiglia che per far vincere il No conviene non votare, sommando i propri voti a quelli degli astensionisti.
    Mi consola sapere che, se sarà approvata la riforma costituzionale, i prossimi referendum abrogativi, se richiesti da almeno 800.000 elettori, saranno sottoposti a un quorum minore, pari al votanti nelle più recedenti elezioni politiche.

  3. Corrado Truffi

    Può essere istruttiva la lettura di questo articolo che spiega i fraintendimenti di un altro celebre recente referendum, quello sull’acqua: http://www.unita.tv/opinioni/la-bufala-del-referendum-tradito/. Direi che la storia, un po’, rischia di ripetersi.

  4. Andrea

    Articolo interessante e condivisibile soprattutto quando smentisce il nesso fra piattaforme in mare e rinnovabili. Un po’ meno quando generalizza il fenomeno NIMBY legandolo a Legambiente (che é stata, per esempio, una delle poche organizzazioni a denunciare le barriere locali allo sviluppo dell’eolico offshore) o quando poi parla di ”discutibili incentivi alle rinnovabili”. Si ragioni semmai di che tipo di incentivi si desiderano,,, Alla fine comunque sono abbastanza d’accordo con l’autore, anche perché a prima vista il quesito referendario mi sembra poca cosa.

    Volendolo affrontare con un minimo di metodo, ci sono un paio di questioncine su cui non ho ancora letto niente. Queste questioni riguardano delle stime molto precise:
    1) Quanto petrolio e gas si stima che ci sia sotto i fondali marini entro le 12 mn nelle aree giá riservate dalle concessioni?
    2) Quanto di questo gas e petrolio é realisticamente estraibile da ora fino all’esaurimento dei giacimenti?
    3) Quanto nell’arco di tempo accordato dal normale decorso delle concessioni?
    4) Che porzione della domanda INTERNA di gas e petrolio nel caso 2) e nel caso 3) soddisferebbero le estrazioni entro le 12 mn?
    5) Quanto di questo gas e petrolio sarebbe invece importato?
    6) Stabilito ció, in che mercato affluirebbero queste risorse? Elettrico, Trasporti o Riscaldamento/condizionamento?
    7) Quanti posti di lavoro sono a messi a rischio?
    8) Il decorso delle concessioni in caso di vittoria del SÌ (che mi sembra di capire vada dai 5 ai 20 anni) sarebbe sufficiente a programmare un decommissionamento degli assets marittimi socialmente sostenibile?
    9) Che politica/strategia/progetto ha il Governo in materia energetica?

    Senza una risposta ad almeno una di queste domande il dibattito sul referendum mi sembra una delle tante “bastonae fra orbi”, come si dice dalle mie parti…

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