Emergenza clima. Innovazione o implementazione?

di Giancarlo Abbate.

COP21_151208b-0460 by Mark Dixon

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La COP21 (21a Conferenza delle Parti) di Parigi si è chiusa da poche settimane. L’Accordo e le dichiarazioni finali hanno suscitato centinaia di commenti, articoli e post su blog, in particolare da parte di esperti in campo energetico e ambientale, ma non solo. Anche su iMille alcuni giorni fa è apparso un ottimo commento di Domenico Coiante. Molto interessante è anche l’intervista a Luca Mercalli al termine della puntata del 9-2-2016 della trasmissione DiMartedì (inizia al tempo 2:46:30 del video). Propongo qui alcune riflessioni sul tema Innovation vs Deployment che pure emerge dai risultati di COP21, anche se non ha ricevuto, almeno in Italia, grande risonanza.

Partiamo dalle conclusioni di Coiante “COP21 rappresenta quanto è possibile, ma sicuramente molto meno di quanto sarebbe necessario” e dalle affermazioni di Mercalli “Se continuiamo a fare ciò che stiamo facendo, il business as usual, a fine secolo potrebbero esserci 5 gradi in più di temperatura e questo sì che sarebbe catastrofico”.

Per superare, in positivo, l’amaro pessimismo (o anche realismo) di Coiante e il funesto scenario di Mercalli (ma è solo uno dei possibili scenari) cosa dobbiamo sperare che succeda? cosa possiamo fare perché succeda? Dobbiamo convincere i decisori politici e l’opinione pubblica, che sola può influenzare i primi, dell’immanente gravità di ciò che stiamo facendo con sempre maggiore velocità da circa due secoli e dell’urgenza di trovare rimedi efficaci e di metterli in atto. Ma questo è proprio ciò che viene chiaramente affermato nell’Accordo raggiunto al termine di COP21, richiamando esplicitamente nei primi articoli, e nel resto del testo, la Convenzione sul clima firmata nel 1992 la cui “… attuazione va intensificata attraverso una più forte risposta globale alla minaccia del cambiamento climatico …”. E dovrebbe essere chiaro a tutti che la “P” di COP, cioè le Parti che hanno partecipato alla conferenza, sono i governi di tutto il mondo, ovvero i decisori politici. Pare quindi che i governi siano perfettamente coscienti della situazione, delle cause e di come finiremo in meno di un secolo seguendo lo scenario “bau” (business as usual).

Nell’Accordo sono indicate due linee da seguire per evitare la catastrofe, mitigazione e adattamento. La mitigazione comprende tutte quelle azioni che i governi sono chiamati a compiere per limitare l’aumento della temperatura media globale “ben al di sotto” (well below, nel testo originale) i 2°C, cercando di mantenersi entro il limite di aumento di 1,5°C, che ridurrebbe l’impatto sui cambiamenti climatici e di conseguenza i rischi per l’umanità. Tralascerò nel seguito di commentare la linea dell’adattamento.

Anche sugli obiettivi della mitigazione (come raggiungerli? sono sufficienti?) molto è stato detto e scritto, prima, durante e dopo la Conferenza delle Parti di Parigi. Senza alcuna pretesa di essere esaustivo e cercando di non ripetere affermazioni e concetti già largamente diffusi, e condivisibili, cercherò di analizzare i risultati e i propositi dell’Accordo di Parigi alla luce della domanda posta nel titolo di questo scritto.

Il testo dell’Accordo recita (ho tradotto dall’inglese e mi scuso per eventuali imprecisioni nel linguaggio formale) all’articolo 10 comma 2: “Le Parti, sottolineando l’importanza della tecnologia per la realizzazione delle azioni di mitigazione e di adattamento ai sensi del presente accordo e riconoscendo gli sforzi di implementazione e di diffusione della tecnologia esistente, devono rafforzare l’azione comune in materia di sviluppo e trasferimento tecnologico”. Più avanti nel testo al comma 5 dello stesso articolo si legge: “Accelerare, favorire e attivare l’innovazione è fondamentale per un efficace risposta globale di lungo termine al cambiamento climatico e per promuovere crescita economica e sviluppo sostenibile”. Negli altri commi dell’articolo 10 si sottolinea che il trasferimento tecnologico deve avvenire in particolare verso i paesi più deboli con il sostegno finanziario dei paesi più sviluppati, quantificato in 100 miliardi di dollari all’anno (dal 2020).

Cosa dice a chiare lettere l’articolo 10 dell’Accordo? Che i governi mondiali concedono a loro stessi il “riconoscimento” di aver fatto “sforzi” di implementazione della tecnologia esistente (quanto è possibile fare) ma che questo non è sufficiente per raggiungere l’obiettivo (quanto è necessario fare), quindi si assolvono e tuttavia non si arrendono al pessimismo e alla ineluttabilità della catastrofe. C’è ancora una speranza e questa speranza è l’innovazione. Che si parli di efficienza o di risparmio o di produzione energetica, il massimo sforzo che i governi con l’Accordo di Parigi chiamano se stessi a fare è nella direzione di accelerare, favorire e attivare l’innovazione.

Non solo i governi mondiali hanno deciso di puntare sull’innovazione, anche i privati, alcuni tra i più ricchi uomini del mondo, hanno preso pubblicamente questa decisione. Il giorno precedente l’apertura di COP21, Bill Gates ha annunciato la fondazione della Breakthrough Energy Coalition, un gruppo di imprenditori miliardari (ci sono dentro i fondatori e/o CEO di Amazon, Linkedin, Facebook, Virgin, HP, Soros, Tata, SOHO China, Alibaba e altri) per lo più americani, con alcuni europei, asiatici e africani, ai quali si è aggiunta la University of California, il più prestigioso raggruppamento di università pubbliche degli USA.

Il principio ispiratore dell’iniziativa è descritto nell’inserto che si trova nella homepage del loro sito e qui riportato in figura (L’attuale sistema della ricerca di base, degli investimenti nell’energia pulita, dei quadri normativi e degli incentivi non è in grado di indirizzare a sufficienza investimenti nella ricerca di soluzioni per l’energia del futuro che producano un reale cambiamento. Noi non possiamo aspettare che il sistema cambi seguendo le solite procedure.).

Anche se non c’è un impegno finanziario preciso della Coalizione, notizie di stampa riportano di un investimento plausibile di 2 miliardi di dollari in 5 anni. Pur se la cifra è limitata (ma sono soldi di privati!), questo è un segnale molto positivo che può costituire una leva moltiplicativa per altri investimenti sia privati, sia governativi. Infatti parallelamente, subito dopo la COP21, una simile coalizione, ma di stati sovrani, è stata istituita con il nome di Mission Innovation. Le 20 maggiori nazioni del mondo vi partecipano, con poche significative assenze (Russia, Spagna, Finlandia, Argentina, Nuova Zelanda). L’impegno finanziario sottoscritto dai 20 partecipanti non è definito in termini assoluti ma prevede di raddoppiare gli attuali investimenti governativi per l’innovazione nel settore dell’energia pulita. Il doppio dell’attuale non è davvero gran cosa in un settore dove gli investimenti sull’innovazione sono molto bassi, e ciò è particolarmente vero per l’Italia. Ma anche in questo caso si può parlare di segnale positivo e di presa di coscienza da parte dei decisori, privati e pubblici, che l’innovazione tecnologica è l’unica possibilità che ci resta.

Qualche parola in più merita però l’affermazione che gli investimenti in innovazione nel campo della energia pulita sono molto bassi. Questo è un dato di fatto facilmente controllabile, ribadito tra l’altro anche dalla Breakthrough Coalition, ma sembra cozzare con l’affermazione fatta più sopra che i governi hanno fatto finora (o quantomeno sostengono di aver fatto) quanto possibile. E in effetti sono propenso a pensare che per lo più sia vero: hanno fatto quanto possibile; solo che finora hanno scelto in maniera quasi esclusiva, probabilmente in buona fede, l’altra direzione, cioè quella del deployment, del sostegno all’implementazione delle tecnologie esistenti, degli incentivi alla produzione di sistemi, alla installazione di impianti e alla vendita di energia pulita. Per quanto questi sforzi siano stati realmente intensi, ad esempio in Italia nel 2015 il valore degli incentivi al settore dell’energia elettrica (fonte GSE) ha superato l’1% del PIL, il risultato, ai fini del raggiungimento degli obiettivi della Convenzione sul clima del 1992, è stato del tutto insufficiente o, secondo alcune stime, addirittura inesistente (vedi l’articolo di Saraceno su iMille che analizza il caso particolare del fotovoltaico).

Non è il caso ora di andare a ripescare gli articoli e i commenti di chi diceva già 10 anni fa che puntare tutto sull’implementazione, sugli incentivi all’esistente, era una scelta sbagliata. E’ vero, abbiamo perso del tempo prezioso, ma è importante, fondamentale che questo errore strategico sia stato riconosciuto implicitamente dai governi nel testo dell’articolo 10 dell’Accordo di Parigi ed esplicitamente da quei privati, come la Breakthrough Energy Coalition, che hanno la volontà e le potenzialità di dare una spinta rapida e significativa all’innovazione nel campo dell’energia pulita. Questa coalizione parla di investire “early, broadly, boldly, wisely, and together”. Lascio a voi la traduzione e/o la comprensione di questi avverbi. L’ultimo però è di particolare importanza, significa “insieme” e richiama molto da vicino termini che sono spesso ripetuti nel testo dell’Accordo, come “collaboration, cooperation, collaborative, …”. Non a caso i siti web di questa coalizione e della Mission Innovation governativa sono interconnessi e richiamati vicendevolmente nelle descrizioni delle loro proposte. Il riconoscimento che la Terra è una, magari non unica per qualche astrofisico, ma sicuramente una e non divisibile per la specie umana, e che quindi il suo mantenimento in condizioni agevolmente vivibili (per noi) è compito globale, imperativo e non rinviabile per tutta l’umanità, può forse riaccendere un barlume di speranza anche in un ottantenne pessimista e fargli pensare che i suoi nipoti magari dovranno affrontare situazioni difficili ma potranno a loro volta pensare di poter avere dei nipoti.

L’ultima notazione è per l’innovazione e l’Italia. Martedì 9 febbraio, ho sentito la ministra Lorenzin a Ballarò dire con giustificato orgoglio che l’Italia è al terzo posto nel mondo per la qualità del servizio sanitario nazionale, in base a valutazioni secondo parametri internazionalmente riconosciuti. Indubbiamente è un buon risultato ma l’affermazione della ministra mi ha immediatamente suscitato la seguente domanda: riguardo all’innovazione, l’Italia che posto occupa in una graduatoria mondiale? Non mi sento di essere ottimista al punto di ipotizzare una posizione vicina a quella che la ministra ci ha attribuito per la sanità, ma la questione è complessa e interessante e la tratterò in un prossimo commento. Nel frattempo, vi lascio la domanda. Con o senza l’aiuto di internet, si può ragionevolmente azzardare una risposta.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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