Italia, 2016. Cercasi diritti civili

di Gianmarco Capogna.

Civil Rights Memorial IMG_2798 by OZinOH

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Una veglia notte e giorno in preghiera contro il DDL Cirinnà fino al 30 gennaio ma anche oltre se i tempi della discussione della legge si protrarranno. Questa la nuova strategia messa in campo dai gruppi contrari ai diritti civili che mettono insieme gli ultracattolici e la destra, radicale e non.

Una veglia contro i diritti e l’uguaglianza; uno strumento che ricorda i tempi bui del medioevo più che il 2016 appena iniziato o il 2015 che è terminato da poco e che si è concluso con un ultimo atto di omofobia ai danni di un ragazzo preso a sassate in stazione per l’unica colpa di vivere se stesso in piena libertà, senza nascondersi, senza omologarsi ad uno stereotipo di genere che ci impone di essere uomini e donne in una determinata maniera senza eccezioni o divergenze. Quel ragazzo invece aveva la colpa di essere “divergente” (un po’ come nel  romanzo di Veronica Roth del 2011 che è poi stato trasformato in film nel 2014) e di non inserirsi alla perfezione in quello che secondo le convenzioni socio-culturali è il maschio.

Di fronte a questo più che una veglia sarebbe necessario un grido d’allarme per un Paese che cerca disperatamente diritti. L’Italia non ha ancora recepito l’intera legislazione comunitaria sul diritto antidiscriminatorio (uno dei più avanzati a livello internazionale), non prevede alcun riconoscimento sulle coppie dello stesso sesso e sulle famiglie omogenitoriali, non ha un piano di medio-lungo termine sulle pari opportunità tra uomini e donne, il dibattito su fine vita ed eutanasia legale è impantanato nonostante una campagna, bella e appassionata, portata avanti da un malato di SLA. In compenso la bufala dell’ideologia gender, cavalcata anche da una parte della classe politica attuale, a cui si aggiunge quella sulla gestazione per altri, sta distorcendo il dibattito pubblico su questi temi bloccando anche i piccoli passi in avanti come il DDL Cirinnà che, come sottolinea Stefano Rodotà in una recente intervista, va votata quanto prima nonostante non sia uno strumento sufficiente per rispondere non solo alle richieste provenienti dalla comunità LGBT ma anche alle condanne che l’Italia ha ricevuto dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo.

Quella parte della classe politica che ha sulle proprie spalle la responsabilità di non poter più tergiversare ci dice che il 2016 è l’anno dei diritti (come per onore della verità erano anche quelli precedenti anche se i risultati non sono mai arrivati). Lo fanno con continue ANSA, con comunicati, interviste e cercando di blindare i tempi della discussione parlamentare. Intanto è notizia di queste ore che la fronda cattolica anche nel PD contraria alla Stepchild Adoption cresce ed è pronta entro il 22 gennaio, termine di scadenza per la presentazione degli emendamenti al testo, a presentarne uno che elimini l’istituto dell’adozione del figlio biologico del partner riportando la discussione sulle coppie dello stesso sesso quasi allo stesso livello del 2006. Addirittura altri invocano una spinta laica e tutto mi sembra un dèja-vu: forse solo in pochi ricordano il dibattito intorno al progetto di costituzione europea che ha occupato la prima metà degli anni 2000 e che si incentrava proprio sullo scontro tra la componente delle radici cristiane dell’Europa e quella dei laici che alla fine ebbe la meglio nonostante quel testo non fu mai adottato.

Volendo soprassedere su questo per un momento, irrisolto rimane comunque il problema che non basta proclamare “l’anno dei diritti” perché il ritardo che il nostro Paese ha maturato non permette più riforme non consone al contesto contemporaneo. Diventa determinante il contenuto di queste riforme. Vale per le unioni civili, come per la riforma del diritto di famiglia, vale per l’eutanasia come per la riforma della cittadinanza.

Vale soprattutto per una riforma seria della Legge Mancino che nel nostro Paese è l’unico strumento contro i crimini di odio e di contrasto alle discriminazioni. La legge che inserisce le aggravanti per discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere (omotransfobia per intenderci) è macchiata dagli alibi presenti nel subemendamento Gitti votato alla Camera dei Deputati. Quando ci dicono che destra e sinistra sono categorie oramai inutili per descrivere la politica contemporanea, pensiamo a questi temi e ricordiamoci di come invece esiste ancora questa dicotomia, così come quella tra progressisti e conservatori e quella tra laici e cattolici. Non c’è nulla di male nell’affermare che le regole classiche della politica valgono ancora, anche nel 2016.

C’è chi ha deciso di pregare costantemente in questo inizio di 2016. Io preferisco fare un appello alla responsabilità di chi siede in Parlamento che è chiamato ad esercitare il proprio ruolo in rappresentanza del popolo che detiene la sovranità e non delle proprie posizioni personali. Un appello che chiama in causa la responsabilità di essere chiamato a legiferare per il bene della comunità e delle minoranze per far compiere a questo Paese dei passi in avanti all’interno di un panorama internazionale con il quale vantiamo un gap ventennale su questi temi.

Ripenso al ragazzo preso a sassate alla stazione di Castelfiorentino, mi torna in mente “il ragazzo dai pantaloni rosa”, penso alle donne vittime di violenza e di femminicidio e sento che ognuno di noi è chiamato a fare di più. Tutto questo non può essere più accettabile. L’Italia deve essere un Paese che promuove uguaglianza e pari opportunità, che assicura diritti e libertà.

Che il 2016 sia veramente l’anno dei diritti e delle riforme di qualità, perché l’Italia è ancora in cerca disperata di diritti civili!

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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